19 05 18 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – Le elezioni europee del 2019
02 – Zingaretti in apnea per l’ultimo miglio di campagna elettorale. Punta tutto sulla denuncia del governo dell’inciucio: “Salvini e Di Maio pari sono”
03 – Schirò (Pd) – Elezioni Europee: rimuovere eventuali ostacoli per assicurare il pieno esercizio del diritto di voto. Il caso di monaco di baviera
04 – I giallo verdi modificano la costituzione e si apprestano a varare una nuova legge elettorale: ma l’ultima parola spetta agli elettori: prepariamoci al referendum.
05 – Non cambieremo mai. Candidati alle europee, tra scelte pubblicitarie e incarichi incompatibili.
06 – Un festival per capire il Mediterraneo . Dal 16 al 19 maggio si terrà a Lecce la quinta edizione di Sabir, Festival diffuso delle Culture Mediterranee.
07 – Guaidó, consensi a picco. Ma tra i suoi alleati sbuca la Monsanto. Venezuela. Il leader dell’opposizione ormai punta tutto sull’intervento militare straniero.
08 – La Marca (PD): nuovo intervento sull’accordo per il reciproco riconoscimento delle patenti di guida tra Italia e Québec

 

01 – Le elezioni europee del 2019.
QUANDO SI VOTA
In seguito a decisione del Consiglio Europeo, si voterà fra il 23 e il 26 maggio
CHI PUÒ VOTARE
Saranno chiamati alle consultazioni elettorali tutti i cittadini aventi diritto al voto di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Sarà l’ottava elezione dell’Unione lui Europea per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo, dalle prime elezioni clic si sono tenute nel 1979. A questa tornata elettorale partecipa per la prima volta anche la Croazia.

COSA SI VOTA
Le elezioni europee sono elezioni politiche che nell’Unione Europea hanno lo scopo di eleggere i membri del Parlamento europeo. Le elezioni sono a suffragio universale e si svolgono ogni 5 anni. In base al risultato delle elezioni, il Consiglio europeo sceglie il candidato per la presidenza della Commissione europea, che dovrà ottenere la Udite ia dalla maggioranza del Parlamento; se il candidato ottiene la maggioranza potrà formare la commissione, altrimenti il Consiglio dovrà scegliere un altro candidato.
Le elezioni del 2019 saranno le seconde in cui verrà applicato il Trattato di Lisbona. I seggi sono attualmente 751. Con la Brexit, se sarà confermata, scenderanno a 705.

LE CONSEGUENZE DELLA BREXIT SULLE ELEZIONI EUROPEE
Al Consiglio europeo straordinario sulla Brexit del 10 aprile 2019, i leader dell’Unione Europea a 27 (senza il Regno Unito) hanno acconsentito a rinviare l’uscita del Paese dall’Ue al 31 ottobre 2019. La decisione è stata presa d’intesa con Westminster, dopo una lunga serie di rinvii.
Tale ulteriore proroga non deve compromettere il regolare funzionamento dell’Unione e delle sue istituzioni. Se non avrà ratificato l’accordo di recesso entro il 22 maggio 2019, il Regno Unito sarà soggetto all’obbligo di tenere le elezioni del Parlamento europeo, in conformità col diritto dell’Unione e, se non le tenesse, la proroga dovrebbe terminare il 31 maggio 2019.
11 Consiglio europeo ha preso atto dell’impegno del Regno Unito a comportarsi in modo costruttivo e responsabile durante tutto il periodo di proroga, come richiede il dovere di leale cooperazione, e si attende che il Regno Unito ottemperi a questo impegno e obbligo previsto dal trattato secondo modalità che rispecchino il suo status di Stato membro in fase di recesso.
Gli attuali mandati dei membri delle istituzioni, degli organi e degli organismi dell’Unione nominati, designati o eletti in relazione all’adesione del Regno Unito all’Unione giungeranno al termine non appena i trattati cesseranno di applicarsi al Regno Unito, ossia alla data del recesso.
Tale proroga esclude qualsivoglia riapertura dell’accordo di recesso e non può essere utilizzata per avviare negoziati sulle future relazioni. ( a cura di Paola Boffo)

I PARTITI POLITICI

Il Partito popolare europeo (Ppe) è un partito politico europeo che raccoglie le forze generalmente classificabili come moderate, democristiane e conservatrici. Fondato nel 1976 da partiti cristiano-democratici, ispiratisi all’azione di statisti europeisti come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schumann nel secondo dopoguerra, successivamente ha visto l’adesione anche di soggetti appartenenti all’area di centro-destra. Il Ppe raggruppa 80 partiti membri. Fra questi, ritroviamo varie forze importanti come la Cdu in Germania, I Repubblicani in Francia, il Pp in Spagna, il Po polacco e Forza Italia in Italia.
Il presidente del Ppe è francese Joseph Daul.

IL PARTITO DEL SOCIALISMO EUROPEO (PSE) è un partito politico europeo di orientamento socialista, socialdemocratico e laburista fondato nel 1992. Precursore del partito è stata la Confederazione dei Partiti socialisti della Comunità europea, fondata nel 1973.
L’atto costitutivo dell’attuale Pse, sottoscritto a L’Aia, reca le firme, per l’Italia, dei segretari dei tre partiti membri dell’epoca: Bettino Craxi (Psi), Achille Occhetto (Pds) e Carlo Vizzini (Psdi).
Al Pse aderiscono 57 partiti nazionali. Tra questi, il Partito laburista britannico, l’Spd tedesca, il Partito socialista francese. Per l’Italia, ne fanno parte il Pd e Psi.
Il presidente è l’ex primo ministro bulgaro Sergej Stanisev.

IL PARTITO DELL’ALLEANZA DEI DEMOCRATICI E DEI LIBERALI PER L’EUROPA (Aide) è un
partito politico europeo che riunisce 67 partiti membri (46 dell’Ue, 21 extra-Ue) che, pur avendo diverse collocazioni politiche (centro, centro-destra o centro-sinistra), sono accomunati da ideali liberali e liberaldemocratici.
Preceduto da gruppi liberali e democratici già all’epoca della Comunità europea, è nato prima come Confederazione di partiti politici nazionali nel marzo del 1976 (Eld-Lde), per poi diventare il Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori, partito politico europeo riconosciuto dal Parlamento europeo ed incluso come un’associazione senza scopo di lucro sotto la legislazione belga. Il 10 novembre 2012 il Partito ha adottato l’attuale denominazione.
Per l’Italia, aderiscono al partito Alde: Più Europa, Radicali italiani, Team Kòllensperger.
Il presidente è l’olandese Hans van Baalen.

IL PARTITO DEMOCRATICO EUROPEO (PDE) è un partito politico europeo di natura centrista che riunisce esponenti politici provenienti dall’area del cristianesimo sociale e del liberalismo sociale. Il partito si richiama fortemente agli ideali europeisti. Esso è composto da 19 forze politiche europee.
Il francese Francois Bayrou e l’italiano Francesco Rutelli sono i due co-presidenti del Pde.

L’ALLEANZA DEI CONSERVATORI E DEI RIFORMISTI EUROPEI (AECR) è un partito formatosi nel Parlamento europeo il 22 giugno 2009 attorno alle forze conservatrici che si dichiarano euroscettiche e antifederaliste provenienti dal Ppe e dall’Aen (Alleanza per l’Europa delle nazioni, formazione europea nazional conservatrice che si è sciolta appunto nel 2009). Vi aderiscono due compagini politiche italiane: Fratelli d’Italia e Direzione Italia.
Il presidente è il politico ceco Jan Zahradil.

IL PARTITO VERDE EUROPEO O VERDI EUROPEI – PARTITI VERDI UNITI PER L’EUROPA (PVE)
è un partito politico europeo ecologista. Fu fondato al quarto congresso della Federazione dei Partiti verdi europei tenuto dal 20 al 22 febbraio 2004 a Roma. Trentadue delegati verdi di tutto il Continente aderirono a questa nuova formazione. La fondazione fu suggellata dalla firma di un trattato costitutivo al Campidoglio.
Il programma dei Verdi europei punta sulle “politiche green” come le fonti di energia rinnovabili e la salvaguardia dell’ambiente. I membri del Pve sono distinti dalla “Sinistra verde nordica”, che include i partiti rosso-verdi dei Paesi del nord europei per partecipano al gruppo parlamentare che Gue/ngl insieme al partito della sinistra europea. In Italia aderiscono al partito la Federazione dei verdi e i Verdi del Sudtirolo

IL PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA (Se, European Left) è un partito politico europeo e un’associazione di partili politici socialisti e comunisti dell’Europa intera. È stato costituito nel gennaio del 2004 con l’obiettivo di presentarsi alle successive elezioni europee.
La fondazione ufficiale è datata 8 maggio 2004, ed è stata celebrata a Roma. Il primo congresso delI’Se si è svolto l’8 ottobre 2005 ad Atene. Tutti i partiti aderenti al Partito della sinistra europea fanno parte del gruppo politico confederale della Sinistra unitaria europea – Sinistra verde nordica (Gue-Ngl), che raggruppa anche i partiti comunisti e della sinistra alternativa che non fanno parte della Se e i partiti del Nord Europa aderenti all’Alleanza della Sinistra verde nordica.
Il presidente del partito è Gregor Gysi, uno dei leader della tedesca Linke.
L’unico membro italiano della formazione europea è il Partito della rifondazione comunista, mentre Sinistra italiana e L’Altra Europa con Tsipras vi aderiscono come osservatori.

DEMOCRACY IN EUROPE MOVEMENT 2025 (DiEM25) non è un vero e proprio partito, bensì il primo movimento politico transnazionale. Di ispirazione progressista, democratico radicale, ecologista, femminista, è stato fondato dall’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis nel 2016.

Altri partiti:
• Alleanza libera europea (Ale)
• Movimento politico cristiano d’Europa (Mpce)
• Movimento per un’Europa delle nazioni e della libertà (Enf)

I CANDIDATI ALLA PRESIDENZA
DELLA COMMISSIONE EUROPEA

IL PARTITO POPOLARE EUROPEO candida Manfred Weber, capogruppo del l’pe, tedesco della Csu.
IL PARTITO SOCIALISTA EUROPEO ha indicato Frans Timmermans, ex ministro degli Esteri olandese e l’attuale vicepresidente della Commissione europea.
IL PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA (Se) ha formalizzato un programma comune e due spitzenleandidat che sono la slovena Violeta Tomic, artista e deputata di Levica, e il sindacalista belga di origine spagnola Nico Cue.
L’ALLEANZA DEI CONSERVATORI E RIFORMISTI ha proposto Jan Zahardil, eurodeputato della Repubblica Ceca.
IL PARTITO DELL’ALLEANZA DEI DEMOCRATICI E DEI LIBERALI per l’Europa presenta una rosa di candidati: Guy Verhofstadt, Sylvie Goulard, Margrethe Vestager, Cecilia Malmstròm, Hans van Baalen, Emma Bonino e Violeta Buie.
IL PARTITO VERDE EUROPEO ha avanzato la candidatura di due esponenti, la tedesca Ska Keller e Bas Eickhout eurodeputato dei Paesi Bassi.
L’ALLEANZA LIBERA EUROPEA ha presentato la candidatura dello spagnolo Oriol Junqueras, che attualmente si trova in carcere a causa del suo coinvolgimento nel referendum per l’indipendenza catalana del 2017.

 

02 – ZINGARETTI IN APNEA PER L’ULTIMO MIGLIO DI CAMPAGNA ELETTORALE. PUNTA TUTTO SULLA DENUNCIA DEL GOVERNO DELL’INCIUCIO: “SALVINI E DI MAIO PARI SONO” ( di Alessandro De Angelis HP)
Due parole antiche, ma che danno il senso della posta in gioco: “Mobilitazione straordinaria”. È questo che ha chiesto il segretario del pd Nicola Zingaretti ai suoi per l’ultima settimana di campagna elettorale: tv, comizi, ma anche il porta a porta, “casa per casa”. Per dare il senso di una campagna reale, non racchiusa solo nella dimensione della politica spettacolo. “Inciucio” è la parola chiave, da far passare: “Ma quale svolta a sinistra di Cinque Stelle, tutte chiacchiere. Se questa dinamica conflittuale fosse vera, allora uno dei due chiederebbe di andare al voto, o no? E invece perché non ci vanno? Per il potere, questa è la verità”.
Questa è la linea, per l’ultima settimana: “Il governo dell’inciucio, senza neanche più la dignità che poteva avere il contratto. Litigano ma non rompono per mantenere il potere”. Non prendere sul serio questo gioco di un governo che cerca di rinchiudere al suo interno il ruolo di maggioranza e opposizione, né accreditare i Cinque Stelle come forza realmente anti-Salvini. È la partita della vita, per il neo-segretario che si è insediato meno di due mesi fa. Consapevole che c’è ancora un pezzo del suo partito che lo aspetta al varco. Quell’asticella al 25 per cento messa da Renzi qualche giorno fa, lascia già intendere come l’ex segretario si prepari al fuoco amico, per la serie “il problema non ero io”: “Mi hanno insegnato che i conti si fanno alla fine. Questo è il momento di menare. Al fischio finale si vede chi è rimasto in piedi”.
Lunedì a Casal Bruciato per riaprire la sezione del Pd, poi Pozzuoli, Napoli, Genova, chiusura in Piazza a Milano: l’agenda prevede 7 appuntamenti al giorno. Al momento la sensazione è che il clima sia buono. Difficile ma buono, rispetto alle politiche. Indicativo che in varie città, come Torino, le iniziative più larghe siano andate meglio di quelle di partito in senso stretto, con i notabili impegnati in giro a raccogliere preferenze: “Questo litigio di Lega e Cinque Stelle – è la sua analisi – sta mobilitando più chi vota contro che chi vota a favore. Guardate i giovani: quelli alla Sapienza che cantano Bella ciao o quelli che prendono in giro Salvini sui selfie. È un segnale di risveglio e di rifiuto della cultura dell’odio”.
La bilancia segna due chili in meno, persi nelle prime settimane di campagna elettorale. Per tenere una voce decente il rimedio è una pasticca di propoli al giorno. Zingaretti, il mite, ha distribuito un paio di cartelle per fissare i punti di attacco degli ultimi giorni. In una c’è l’elenco dei cento decreti che sono stati decadere dal governo, a causa dei continui litigi. Nell’altra invece l’elenco dei provvedimenti votati assieme in questo anno, che attesta una “complicità” di fondo: “Di Maio ha votato tutti i provvedimenti più odiosi di Salvini, a partire da quelli sulla sicurezza. Chi vota Cinque Stelle vota per far rimanere Salvini ministro dell’Interno. Del resto lo dice anche lui che il governo deve andare avanti altri quattro anni, o no?”.

Al voto ci crede poco, anche se il conflitto sta diventando reale. Le antenne sul territorio segnalano che, ormai, ai comizi di Salvini, la base mostra striscioni che lo invitano a rompere con Di Maio. È accaduto ad Ascoli, a Novara, un po’ ovunque. E anche il gruppo dirigente diffuso lo spinge in tal senso. Semmai dovesse accadere, non c’è spazio per manovre di Palazzo. La posizione del Pd è stata già recapitata in via informale al Quirinale: “Se il governo cade, come sarebbe auspicabile, si vota. Non è uno slogan. Hanno prodotto un buco economico così drammatico che è giusto che siano i cittadini a scegliere tra soluzioni diverse. Solo così se ne esce”.
Salvini e Di Maio, Di Maio e Salvini, l’uno e l’altro pari sono per Zingaretti. Anche per non polarizzare sono con uno, il che accrediterebbe l’altro come un oppositore ha lasciato cadere l’idea di un confronto tv. Perché anche se non si possono considerare due volti della stessa destra, cosa che il segretario del Pd non pensa, devono essere trattati come due protagonisti dello stesso sfascio: “Siamo noi l’unica alternativa. Lo spread ha toccato quota 281. E se continua a bruciare miliardi, non avremo soldi per la sanità. Altro che spostamento a sinistra, se per gestire il potere rendi più deboli le fasce più deboli. C’è poco da fare: o saranno costretti ai tagli o aumenteranno l’Iva. Questa è la verità”.
A chi gli consiglia una comunicazione più ad effetto, rumorosa, che li sfidi sul loro stesso terreno, risponde: “Noi, anche nella comunicazione, dobbiamo rappresentare una alternativa. Hanno imprigionato il paese nella realtà virtuale degli insulti. Noi dobbiamo essere quelli che parlano di una agenda reale”. È convinto che funzioni. Salvini è nervoso. Per ora Di Maio non ha riempito piazze limitandosi a parecchi incontri con le categorie. Sembrano segnali “buoni”. Nel “sorpasso” ci crede.

 

03 – SCHIRÒ (PD) – ELEZIONI EUROPEE: RIMUOVERE EVENTUALI OSTACOLI PER ASSICURARE IL PIENO ESERCIZIO DEL DIRITTO DI VOTO. IL CASO DI MONACO DI BAVIERA.
Mancano pochi giorni alle elezioni europee. Per il rinnovo del Parlamento europeo, in base alla legge italiana del 1979, i cittadini italiani residenti nei Paesi UE possano scegliere di votare per i rappresentanti del Paese dove risiedono oppure per i candidati italiani presso le sezioni elettorali istituite in quegli stessi Paesi dalla nostra rete diplomatico-consolare, non prevedendo la possibilità di votare per corrispondenza.
Con la legge di bilancio 2019 approvata dall’attuale governo, si è operato un taglio piuttosto consistente nel numero dei seggi rispetto alle elezioni europee del 2014. Il Ministero dell’Interno, infatti, sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero degli Affari esteri, assegna ad ogni sezione un numero di elettori non superiore a 5 mila e non inferiore a 200.

C’è da augurarsi che la rete consolare abbia tenuto conto della distribuzione delle nostre collettività, delle distanze effettive da percorrere per recarsi ai seggi e della presenza di reti di trasporto che consentano gli spostamenti, facendo in modo che il taglio non si traduca in un effettivo ostacolo all’esercizio del diritto di voto.

Devo segnalare che negli ultimi giorni sono arrivate decine di segnalazioni di cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare di Monaco di Baviera che esprimono disagio e talvolta indignazione per essere stati indirizzati – forse per un errore materiale – a seggi elettorali lontanissimi, anche 80-100 km dal proprio indirizzo di residenza. Gli elettori di Monaco di Baviera risultano ripartiti tra 9 seggi in base al PLZ del loro domicilio in Baviera.
Per questa ragione ho scritto al Console generale Enrico De Agostini per sapere se sia a conoscenza di queste problematiche. In particolare, ho chiesto al Console, nel caso le segnalazioni risultassero attendibili, di verificare le possibilità di porvi rimedio consentendo ai nostri cittadini di esercitare il proprio voto nelle modalità più idonee e senza dovervi rinunciare, tenendo conto peraltro che in alcuni seggi si potrà votare soltanto venerdì 24 maggio, giorno lavorativo.
Il diritto di voto è un diritto di cittadinanza fondamentale e sacrosanto, facciamo in modo che lo sia anche per le elezioni europee perché l’Europa è la nostra casa.
On. Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA
Email: schiro_a@camera.it

 

04 – GIALLO VERDI MODIFICANO LA COSTITUZIONE E SI APPRESTANO A VARARE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE: MA L’ULTIMA PAROLA SPETTA AGLI ELETTORI: PREPARIAMOCI AL REFERENDUM. La maggioranza della stampa e dei media ha parlato 3 settimane del caso Siri e delle liti vere o presunte nel governo, mentre ha praticamente ignorato che è stata votata dalla Camera un’importante modifica della Costituzione, per fortuna non ancora definitiva. Anche i parlamentari hanno dato pessima prova di sé con assenze incomprensibili, voti scontati, poca voglia di combattere una battaglia importante, sia dalla maggioranza che dall’opposizione.

Uno spettacolo desolante, per questo le persone che hanno consapevolezza di questo momento triste per la democrazia italiana debbono reagire denunciando questo spettacolo inaccettabile.

La Camera il 9 maggio ha approvato il testo di legge costituzionale che contiene la riduzione dei deputati e dei senatori del 30%. Il testo, già approvato dal Senato, dovrà ora essere riapprovato nello stesso testo, come prevede l’art 138, trascorsi almeno tre mesi dai due rami del parlamento. Inoltre lunedi 13 la Camera probabilmente approverà anche la nuova legge elettorale, che richiede una sola lettura per entrare in vigore e che adeguerà i collegi e il resto delle norme elettorali a questi cambiamenti della Costituzione, quando diventeranno efficaci.

E’ la seconda volta che le camere approvano la legge elettorale prima di avere la certezza che la Costituzione verrà effettivamente modificata. Questo peccato di orgoglio è costato caro al governo Renzi, che aveva fatto approvare una nuova legge elettorale (Italicum) in vista della corposa modifica della Costituzione che il suo governo aveva approvato e che dava per scontato sarebbe stata confermata dal voto popolare. La sorpresa (amara per Renzi e c.) fu che il referendum costituzionale che si svolse il 4 dicembre 2016 bocciò clamorosamente la deformazione della Costituzione proposta.

Va ricordato che il governo Renzi era talmente sicuro di vincere il referendum che ha fatto di tutto per arrivarci, convinto di avere un plebiscito a favore, fino a farlo promuovere dagli stessi parlamentari della maggioranza. Di norma dovrebbe essere la minoranza parlamentare che chiede di arrivare al referendum, essendo stata sconfitta nelle aule del Senato e della Camera, invece abbiamo assistito all’iniziativa anomala che il referendum lo chiedeva anche la maggioranza. Stranezze del periodo.

L’attuale maggioranza parlamentare giallo verde sta imitando, più di quanto non voglia ammettere, il governo Renzi e vuole ad ogni costo fare approvare la legge elettorale prima della definitiva approvazione della modifica costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Poteva tranquillamente aspettare di avere la certezza della conclusione del percorso.

Il messaggio che viene dalla scelta di anticipare l’approvazione della legge elettorale sulle modifiche della Costituzione è molto chiaro: la legge non cambierà nei successivi passaggi parlamentari, rovesciando il percorso logico e costituzionale. Se la riforma costituzionale dovesse essere bocciata il parlamento avrà approvato un’altra legge inutile.

In altre parole, dalla maggioranza viene un messaggio di totale chiusura al confronto, diversamente da quanto è avvenuto sul cosiddetto referendum propositivo, ora all’esame del Senato. In altre parole la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari nei prossimi passaggi potrà essere solo approvata o respinta.

La legge elettorale, la cui approvazione definitiva è in calendario alla Camera per lunedi 13 maggio, è un riproporzionamento del rosatellum in vigore. In altre parole rende permanente l’attuale legge elettorale che ha il difetto principale di impedire agli elettori di scegliere i loro rappresentanti.

In pratica la legge elettorale con cui abbiamo votato il 4 marzo 2018 permette solo di scegliere il partito, così nel collegio uninominale viene eletto il parlamentare indicato che a sua volta porta con sé l’elezione dei candidati nel proporzionale in ordine di presentazione fino a concorrenza dei posti conquistati dalla lista.

La legge elettorale, che probabilmente verrà approvata lunedi 13, riduce il numero dei collegi. Come conseguenza in media alla Camera vi saranno collegi di 400.000 abitanti, al Senato di 800.000, con punte più alte in alcune regioni, mentre sono state fatte concessioni ad altre regioni con soglie molto più basse.

La soglia reale di accesso all’elezione in alcuni casi può arrivare al 20 %, in ogni caso i piccoli partiti verranno spazzati via, nemmeno la Lega e il M5 Stelle delle origini avrebbero oggi la possibilità di accedere al parlamento. In pratica la combinazione della riduzione dei parlamentari e della legge elettorale porterà a ridurre drasticamente i partiti rappresentati in parlamento e soprattutto a favorire quelli che ci sono già, scoraggiando nuovi ingressi.

Perchè questa smania di cambiare la Costituzione ? Unica vera motivazione è ridurre i costi del parlamento. Portando il ragionamento all’eccesso se il parlamento venisse chiuso come avvenne durante il fascismo non costerebbe nulla. Ma la democrazia ne risentirebbe pesantemente, visto che per riavere il parlamento in Italia c’è voluta la caduta del fascismo, avvenuta con la vittoria della Resistenza e degli alleati.

In realtà la scelta di ridurre i parlamentari aggrava la crisi attuale del parlamento, creata anzitutto da un ruolo prevalente del governo e largamente al di fuori della previsione della Costituzione, che gli attribuisce un ruolo centrale nel nostro sistema istituzionale di democrazia rappresentativa.

Da un paio di decenni è iniziata un’azione per deprimere il ruolo del parlamento ed esaltare quello del governo. Anche questa maggioranza opera in continuità con quelle precedenti e non solo governa con decreti legge, voti di fiducia a ripetizione, uso improprio dei regolamenti parlamentari, ma è arrivata a fare approvare a scatola chiusa la legge di bilancio – che deputati e senatori non hanno potuto leggere, né tanto meno modificare. Del resto l’accentramento è andato molto oltre. Oggi il Presidente del Consiglio e due vice Presidenti sono di fatto la cupola che decide tutto per il governo e il governo impone a cascata le sua scelte al parlamento.

La riduzione dei parlamentari viene decisa in questo quadro di mortificazione del parlamento e porterà ad allontanare ancora di più rappresentanti e rappresentati. Le riduzioni non sono tutte uguali. Si può discutere di un nuovo progetto istituzionale con meno parlamentari purchè abbia un senso, ad esempio non riduca la rappresentanza del territorio. Ho citato più volte Rodotà e la sua antica proposta di riduzione, che era tuttaltra cosa perchè puntava a ridare centralità al parlamento e rimetteva il governo al suo posto di esecutivo, di attuatore.

Non va dimenticato che autorevoli esponenti della maggioranza hanno parlato senza mezzi termini di superamento del parlamento, altri hanno siglato patti per il presidenzialismo, mentre centri di potere internazionali spingono da anni per cambiare la Costituzione.

Per questo occorre pretendere dal parlamento che non approvi queste norme, in seconda lettura, con i 2/3 dei voti perchè questo renderebbe impossibile il referendum costituzionale, cioè gli elettori non potrebbero pronunciarsi.
L’ultima parola deve essere degli elettori e conviene prepararsi al referendum costituzionale. La paura di affrontare una prova difficile non è all’altezza della sfida di chi punta a cambiare la Costituzione. Troppo alta la posta in gioco e la partita va affrontata in ogni caso, ricordo che il Ministro Fraccaro ha fatto di tutto per evitare il referendum costituzionale, evidentemente tanto tranquillo non è, perchè sa per esperienza che anche contro la deformazione costituzionale di Renzi il No era dato al 20%, poi sappiamo come è finita. ( di Alfiero Grandi di Ars)

 

05 – NON CAMBIEREMO MAI. Candidati alle europee, tra scelte pubblicitarie e incarichi incompatibili. Politici pluricandidati, e altri che al parlamento europeo non andranno mai. Molte delle candidature per queste elezioni non convincono.
A fine mese si terranno le elezioni per il parlamento europeo. Il sistema elettorale vigente prevede le preferenze, e dà quindi la possibilità agli elettori di selezionare uno o più candidati. Un elemento che rende la campagna elettorale decisamente incentrata sulle personalità che corrono per un seggio a Bruxelles. Molto del possibile successo dei partiti dipende infatti dalla scelta dei candidati messi in campo.

MOLTE CANDIDATURE “SPOT”, CON EVENTUALI ELETTI CHE DIFFICILMENTE ANDRANNO A BRUXELLES.
Proprio per affrontare al meglio questa situazione i partiti stanno adottando tattiche legittime ma discutibili. Il vice presidente del consiglio, nonché ministro e senatore, Matteo Salvini è il capolista della Lega in tutte le circoscrizioni. Pluricandidature puramente promozionali considerando che evidentemente Matteo Salvini non lascerà il suo incarico nel governo e nel parlamento italiano per andare a Bruxelles. Ma il segretario del Carroccio non è l’unico in questa situazione, a prova del fatto che di buone pratiche nella politica italiana se ne vedono sempre meno.

COME FUNZIONANO INCANDIDABILITÀ, INELEGGIBILITÀ E INCOMPATIBILITÀ. Doppi incarichi incompatibili
Il tema dei doppi incarichi è uno che seguiamo da tempo. L’argomento ha molte sfaccettature, e un punto di partenza è sicuramente quello delle incompatibilità. Alcuni incarichi infatti non si possono svolgere contemporaneamente, per evitare possibili conflitti di interesse. Le varie forme di incompatibilità sono stabilite dalla legge, ma soprattutto dalla costituzione.
Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o ad altra Giunta regionale, ovvero al Parlamento europeo.

– Art. 122 – COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA.
Particolarmente rilevante per questa fase politica è quindi l’impossibilità per qualsiasi membro del parlamento europeo di essere anche o membro del parlamento italiano o membro di una giunta o consiglio regionale. Questo di fatto rende le candidature di deputati, senatori, consiglieri o assessore regionali, e la loro eventuale elezione, il preambolo di una scelta importante tra uno dei due incarichi. Per molti casi l’opzione di andare a Bruxelles non sembra nemmeno percorribile, rendendo quindi le candidature di fatto “fittizie”.

LE CANDIDATURE DI PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI.
Sono 36 i candidati al parlamento europeo che attualmente siedono o in un consiglio regionale o nel parlamento italiano. Politici che, qualora venissero eletti, sarebbero quindi costretti a scegliere tra un ruolo e l’atro. Diciannove di essi sono consiglieri regionali, di cui 4 però termineranno il proprio incarico nei prossimi mesi, 10 sono deputati e 7 sono senatori. I partiti politici con più candidati coinvolti sono Fratelli d’Italia, con 13 tra consiglieri regionali o parlamentari che corrono per un seggio a Bruxelles, Forza Italia e Lega entrambi con 7, e infine il Partito democratico con 4.

36 CANDIDATI ALLE EUROPEE SONO ATTUALMENTE O CONSIGLIERI REGIONALI O MEMBRI DEL PARLAMENTO.
Per tutti questi candidati quindi un’eventuale elezione porterebbe ad un bivio, costringendo il politico di turno a scegliere tra un’opzione e l’altra. Per alcuni di essi però la scelta è palese già da ora, e la candidatura sembra quindi più una scelta pubblicitaria a favore del partito, che un reale impegno nell’andare al parlamento europeo. È il caso per esempio di 4 leader politici nazionali: Bonino (+Europa), Fratoianni (Sinistra italiana), Meloni (Fratelli d’Italia) e Salvini (Lega).
Cominciamo dai 2 leader del centrodestra. Giorgia Meloni, oltre ad essere attualmente consigliere comunale di Roma, è anche deputata a Montecitorio. Quest’ultimo incarico, come detto, è incompatibile con quello europeo, il che rende la sua candidatura una finzione. Con difficoltà infatti è ipotizzabile che Giorgia Meloni lasci i suoi incarichi a Roma per andare a Bruxelles.

PER ALCUNI POLITICI LA SCELTA TRA UN INCARICO E L’ALTRO È GIÀ STATA FATTA, RENDENDO LA CANDIDATURA DI FATTO UNA FINZIONE.
Situazione analoga, anche se molto più complessa, quella che vede protagonista Matteo Salvini. Anche il leader della Lega compare come candidato capolista alle prossime elezioni europee. Come noto Salvini, oltre ad essere vice presidente del consiglio e ministro dell’interno, è anche senatore della repubblica. Tutti incarichi incompatibili con quello di europarlamentare.
Assieme ai due leader della destra anche Emma Bonino e Nicola Fratoianni. L’esponente dei radicali italiani, attualmente senatrice, è anche candidata come capolista per +Europa nella circoscrizione Italia centrale. Anche il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni è candidato nella stessa circoscrizione, e anche lui siede già nel parlamento nazionale, essendo deputato. Per entrambi, come per i due leader del centrodestra, sembra difficile ipotizzare un reale passaggio al parlamento europeo.

I 36 CANDIDATI AL PARLAMENTO EUROPEO CHE SE ELETTI SAREBBERO INCOMPATIBILI. CONSIGLIERI REGIONALI E PARLAMENTARI CANDIDATI ALLE EUROPEE 2019, PER LISTA DI CANDIDATURA

DA SAPERE
LA NOSTRA COSTITUZIONE STABILISCE CHE L’INCARICO DI EUROPARLAMENTARE È INCOMPATIBILE CON QUELLO DI ASSESSORE O CONSIGLIERE REGIONALE, NONCHÉ DI MEMBRO DEL PARLAMENTO ITALIANO.

IL CASO SMERIGLIO: DIMISSIONI DALLA REGIONE PRIMA DI CANDIDARSI.
Tra i principali partiti italiani, alcuni comportamenti virtuosi ci sono stati. Massimiliano Smeriglio ha rassegnato le sue dimissioni da vice presidente della regione Lazio il 17 aprile 2019. Lo ha fatto in concomitanza con la scelta di candidarsi con il Partito democratico proprio al parlamento europeo. Una scelta in controtendenza, spinta dalla volontà, a detta di Smeriglio, di fare dei passaggi netti e trasparenti, senza piani B. Questo prova quindi che una via alternativa è percorribile. Ma dimostra soprattutto quale dovrebbe essere, a detta nostra, una buona pratica della politica italiana.

LE PLURICANDIDATURE
I già citati casi di Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci permettono di aprire un’altra questione. Entrambi infatti sono pluricandidati, cioè candidati in tutte le circoscrizioni: nord occidentale, nord orientale, centrale, meridionale e insulare.

SCOPRI CHI SONO I TUOI CANDIDATI. VAI AL SITO DEL MINISTERO. SI VOTA PER UN POLITICO MA, SE ELETTO, AL PARLAMENTO EUROPEO NE ANDRÀ UN ALTRO

Come detto il sistema elettorale per le europee prevede le preferenze, e quindi l’avere dei nomi noti in cima alle liste dei candidati è sempre un elemento positivo per i diversi partiti in gara. Molti partiti hanno quindi deciso di candidare il leader stesso del movimento in tutte le circoscrizioni, cercando evidentemente di sfruttare al meglio l’impatto carismatico dei singoli nomi. Ovviamente una persona non può essere eletta in più circoscrizioni, e questo apre le porte alle persone che seguono nell’elenco dei candidati. Di fatto si vota per una persona ma, se eletta, al parlamento europeo ne andrà un’altra.

Oltre ai casi già citati, le pluricandidature tra i partiti principali riguardano anche altri nomi illustri: Silvio Berlusconi (Fi), candidato in 4 circoscrizione su 5, Alessandra Mussolini (Fi), sia in Italia meridionale che in quella centrale, e infine 2 nomi forti della destra: Simone Di Stefano di Casapound e Roberto Fiore di Forza Nuova, entrambi candidati in tutte le circoscrizioni. Anche Pietro Bartolo, il noto medico di Lampedusa sceso in campo con il Partito democratico, compare i più circoscrizioni, candidato sia nelle isole che al centro.

IL CASO VIRTUOSO DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Da sottolineare che tra i grandi partiti nazionali l’unico che non è coinvolto da quanto raccontato finora è il Movimento 5 stelle. All’interno dei candidati M5s infatti non ci sono pluricandidature, e soprattutto non figurano consiglieri regionali o membri del parlamento italiano. Da questo punto di vista quindi il partito guidato da Luigi Di Maio rappresenta un unicum, e soprattutto un esempio di buona pratica che sarebbe auspicabile vedere più spesso. Sottolineiamo che il comportamento degli altri partiti è consentito dalla legge e in maniera specifica dell’attuale sistema elettorale. Non si tratta quindi di comportamenti “illegali”, ma bensì di pratiche che ledono il rapporto tra elettori ed eletti.

IL RAPPORTO CON GLI ELETTORI
Entrambi i problemi sollevano infatti un grande tema, ossia quello del distanziamento tra elettori e eletti. Una questione ricorrente, a cui spesso contribuisce anche la scelta del sistema elettorale, se con preferenze o no. L’attuale meccanismo che porta all’individuazione dei rappresentati italiani al parlamento europeo dà la possibilità ai cittadini di scegliere tra i diversi candidati. Una possibilità non troppo comune, considerando, per esempio, che per la maggior parte dei seggi nel parlamento nazionale i cittadini possono solo indicare il partito, e non specifici candidati.
Per le elezioni europee quindi è in campo un sistema elettorale che potrebbe contribuire a riavvicinare i cittadini ai propri candidati, ed eventualmente agli eletti. Dare la possibilità di votare per qualcuno, che poi al parlamento europeo non andrà, rappresenta un elemento di rottura, che forse andrebbe evitato.

06 – UN FESTIVAL PER CAPIRE IL MEDITERRANEO . DAL 16 AL 19 MAGGIO SI TERRÀ A LECCE LA QUINTA EDIZIONE DI SABIR, FESTIVAL DIFFUSO DELLE CULTURE MEDITERRANEE.
Sabir è stata, per molto tempo, e fino all’inizio del ‘900, la lingua comune dei marinai in tutti i porti del Mare Nostrum. Una lingua mediterranea, che fondeva insieme parole greche, italiane, arabe, spagnole, francesi e non solo.
Quel mare oggi è, purtroppo, una barriera, una frontiera di morte, dove i cadaveri si contano a migliaia.

Una barriera che è diventata il carattere principale dell’identità europea, oramai vista sempre più come spazio di negazione dei diritti di alcuni, di esclusione e discriminazione. Governi e istituzioni europee fanno a gara a dividere, bloccare, respingere, esternalizzare le frontiere. Per interessi di potere o incapacità di trovare un’alternativa credibile.

Queste le ragioni che ci hanno spinto, 5 anni fa, nell’ottobre del 2014, a un anno dalla strage di Lampedusa con i suoi 368 morti, a promuovere uno spazio internazionale di scambio, formazione e iniziativa della società civile dei Paesi del Mediterraneo e non solo. La necessità di un’alternativa civile alla cultura dominate di dominio ed esclusione, anche attraverso la ricostruzione di un linguaggio comune, a partire dalle organizzazioni sociali, dai movimenti e dalle reti internazionali, di mondi e culture diverse, che hanno in comune la volontà di tutelare i diritti umani e la dignità delle persone.

L’Arci, insieme a Caritas italiana, Acli e Cgil, con la collaborazioen di Asgi, A Buon Diritto e Carta di Roma, con la presenza di molte reti e organizzazioni nazionali e internazionali, organizza per 4 giorni più di 80 eventi.

Un appuntamento che anche quest’anno ha ottenuto il patrocinio della Rai e dell’Anci, oltre che del Comune e della Provincia di Lecce, della Regione Puglia e di Unisalento.
Seminari formativi rivolti a giuristi, giornalisti, operatori sociali e operatori dell’accoglienza. Incontri internazionali ai quali prenderanno parte centinaia di militanti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni, soprattutto locali.

La presenza di numerosi rappresentanti della società civile delle due rive del Mediterraneo e di reti internazionali – Solidar, Migreurop, EuroMedRights, Tni, Attac Francia, Forum Civico Europeo, Attac Internazionale, il progetto Majalat, tra le altre – ha come obiettivo proprio la riflessione sull’urgenza di una reale alternativa politica, culturale e sociale nel bacino del Mediterraneo. La novità della quinta edizione del Festival saranno le «lezioni mediterranee» che si svilupperanno come approfondimenti su temi specifici legati al Mediterraneo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura e il Mercato del Mediterraneo, in collaborazione con la Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Come nelle scorse edizioni l’offerta culturale, i laboratori, i concerti, la presentazione di libri, il cinema e le mostre, rivolti soprattutto al pubblico del Salento, oltre che agli ospiti che arriveranno da tutta Italia, dall’Europa, dall’Africa e dal Medio Oriente, rappresenteranno quella volontà di costruzione di un linguaggio comune già in atto.
La collocazione temporale – dal 16 al 19 maggio – ci consente un forte richiamo alla riflessione sull’Europa e il suo ruolo nel Mediterraneo.

L’alternativa ha bisogno di spazi collettivi dove confrontarsi e avanzare proposte, e Sabir vuole essere questo, uno spazio aperto a chiunque senta il disagio di una realtà sempre più chiusa e priva di alternative. E’ possibile trovare il programma del festival sul sito www.festivalsabir.it
Filippo Miraglia *Responsabile immigrazione Arci nazionale

 

07 – GUAIDÓ, CONSENSI A PICCO. MA TRA I SUOI ALLEATI SBUCA LA MONSANTO. VENEZUELA. IL LEADER DELL’OPPOSIZIONE ORMAI PUNTA TUTTO SULL’INTERVENTO MILITARE STRANIERO. E SUL «RITORNO» ANTI-CHAVISTA DI OGM E GLIFOSATO. LO SPAURACCHIO DEI «TERRORISTI ELN» E DEI CUBANI GIÀ IN CAMPO NON CONVINCE NEANCHE TRUMP.
Con le spalle al muro e in caduta libera di consensi, e per di più retrocesso dalla stampa mondiale dal ruolo di «presidente ad interim» a quello di «leader dell’opposizione», Juan Guaidó tenta il tutto per tutto, deciso a giocarsi l’unica carta che gli rimane: quella dell’intervento militare straniero. Ed è così che rivolgendosi l’11 maggio alla sparuta folla dei suoi sostenitori, ha annunciato di aver dato istruzioni al suo pseudo-ambasciatore negli Usa Carlos Vecchio affinché «si riunisca immediatamente» con il Comando sud degli Stati uniti e con il presidente della Colombia Iván Duque per definire una «cooperazione militare internazionale»
UNA DECISIONE GIUSTIFICATA con l’argomento che in Venezuela sarebbe già in atto un intervento straniero, rappresentato dalla «penetrazione dell’Esercito di liberazione nazionale colombiano e dei militari cubani, come rivelato dallo stesso usurpatore». Dove il riferimento è al lapsus in cui è caduto Maduro il 9 maggio, parlando, durante una cerimonia di laurea di medici comunitari, dell’arrivo nel paese di «un gruppo di 500 soldati cubani», prima di correggersi con una risata spiegando che intendeva riferirsi a «500 medici specialisti». Una frase che Guaidó ha interpretato come l’ammissione della presenza di militari cubani nel paese, in aggiunta al «50% dell’organico della guerriglia dell’Eln» che si troverebbe in Venezuela: «Noi non vogliamo – ha detto – che il paese diventi un santuario del terrorismo».
Non è la prima volta, in realtà, che Guaidó arriva a sollecitare l’intervento militare straniero. Era già successo dopo il mancato ingresso di aiuti militari attraverso la frontiera colombiana, quando aveva dichiarato di vedersi costretto a «proporre in modo formale alla comunità internazionale di mantenere tutte le opzioni disponibili per liberare il paese». Salvo poi dover fare un passo indietro dinanzi ai tanti distinguo sull’uso della forza espressi dagli stessi governi amici del gruppo di Lima.
STAVOLTA, TUTTAVIA, non avendo davvero più frecce al proprio arco, non sembra poter far altro che confidare nell’ala più guerrafondaia dell’amministrazione Trump, malgrado le rivelazioni del Washington Post su una crescente insofferenza del presidente Usa rispetto alla strategia pesantemente interventista seguita finora in Venezuela da Bolton e dai suoi compari. Non a caso, il 9 maggio, appena due giorni prima dell’appello di Guaidó, il capo del Comando sud degli Usa Craig Faller aveva dichiarato di essere «disposto a discutere il modo in cui appoggiare il futuro ruolo dei leader delle forze armate» decisi a «restaurare l’ordine costituzionale», non appena avesse ricevuto l’invito «di Guaidó e del legittimo governo del Venezuela»: «Siamo pronti», ha detto.
Né l’autoproclamato presidente ad interim deve più preoccuparsi della possibilità che l’invocazione esplicita di un’invasione del proprio paese da parte di potenze straniere possa fargli perdere il sostegno della popolazione: quel sostegno semplicemente non ce l’ha più. Dalla Deutsche Welle all’Associated Press e France Press, molti media hanno dovuto ammettere il nuovo e completo fallimento della manifestazione convocata da Guaidó sabato scorso, prendendo atto del deciso calo di consensi registrato dopo il fallito golpe del 30 aprile (benché in realtà sia iniziato già prima).
COME SE NON BASTASSE, il nome di Guaidó viene ora associato anche a quello di un’impresa in gravissima crisi di reputazione: la Bayer, colosso tedesco della chimica e della farmaceutica, che, con l’acquisizione della Monsanto, ne ha ereditato anche le cause – due quelle già perse, in arrivo altre 13mila – intentate dalle vittime del glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup dai «probabili» effetti cancerogeni (stando allo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che fa parte dall’Organizzazione mondiale della sanità).
COSA ABBIA A CHE FARE il colosso tedesco con Guaidó lo spiega nei dettagli Whitney Webb sul sito MintPress News, evidenziando i legami della Bayer-Monsanto con figure chiave della strategia Usa diretta a operare un cambio di regime in Venezuela, dove finora la «Legge sulle sementi del popolo», approvata nel 2015, ha bloccato ogni tentativo dell’impresa di aprire il mercato venezuelano ai propri prodotti, glifosato e ogm inclusi. E vi accenna anche, sull’inserto Affari Finanza della Repubblica di lunedì, Tonia Mastrobuoni, ricordando come Chávez avesse sventato già nel 2004 il piano della Monsanto di piantare 500mila acri di terra agricola con soia geneticamente modificata e riportando le accuse rivolte all’impresa di sostenere Guaidó «per rientrare nel paese e impadronirsi delle piantagioni». ( di Claudia Fanti da Il Manifesto 14 05 2019)

 

08 – LA MARCA (PD): NUOVO INTERVENTO SULL’ACCORDO PER IL RECIPROCO RICONOSCIMENTO DELLE PATENTI DI GUIDA TRA ITALIA E QUÉBEC.
“È tempo che la trattativa con le autorità del Québec sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida giunga ad un sua definizione, in modo che gli interessati possano godere delle facilitazioni consentite dal protocollo di intesa.
Lo chiedono i nostri connazionali presenti nella Provincia canadese e i cittadini canadesi in Italia.
Per questo, dopo numerosi contatti diretti con rappresentanti delle due amministrazioni, ho nuovamente sollecitato i dirigenti del Ministero dei Trasporti e quelli del MAECI competenti in materia perché vogliano favorire un mio incontro diretto ad avere una parola chiara sullo stato attuale delle cose e sull’indicazione del prevedibile tempo del passaggio alla fase operativa. Sulla questione, inoltre, non ho mancato di richiedere aggiornamenti anche alla Console Generale d’Italia a Montréal, Silvia Costantini.
Non mancherò di informare gli interessati dell’esito di questi ulteriori contatti”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America – Ufficio/Office: Roma, Piazza Campo Marzio, 42
Tel – (+39) 06 67 60 57 03 . Email – lamarca_f@camera.it

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