EMIGRAZIONE E CRISI DELLA FAMIGLIA: IL DOLORE E LA RABBIA DI UNA MADRE DEL SUD.

Racconto di Agostino Spataro

“Che tempi! Nemmeno in casa propria si può stare tranquilli. Nossignore! Ti vengono a provocare fino in casa. Ne approfittano che sono vedova e sola…”
Annalisa parlava da sola mentre puliva il davanzale della sua linda ca¬setta. Vedendo arrivare zia Orsolina alzò la voce.
“Beata lei che ha ancora suo marito. Con un uomo a fianco, soperchie¬rie non gliene fanno. A me, invece, una al giorno ”.
“Ma che cosa ti è successo? Perché parli di soperchierie?” – meravigliata la vecchia.
“Ah! Non mi faccia parlare, altrimenti glieli canto e glieli suono a queste personcine di cuore che mangiano ostie consacrate ogni mattina.”
“Che fu, che fu? Si vede che non puoi più trattenere il groppo che hai nello stomaco.”
“Zia Orsolì, lo vuole proprio sapere? È presto detto. Stamattina, alla buonora, è venuta a trovarmi Adelina, la pia donna, per invitarmi a re¬carmi in chiesa, da padre Gerlando che mi doveva parlare. Con urgenza, aggiunse. Mi spaventai. Cosa vuole, ho quattro figli alla stranìa. Pensai al peggio. Magari sarà accaduto qualcosa a qualcuno dei miei ragazzi e avranno informato il prete prima che me. Per fortuna, la pia mi assicurò che non era questo il motivo della chiamata.”
“Meno male! U Signuri nun vonsi danno.” intercalò zia Orsolina.
“Ma non è finita lì. – riprese Annalisa – La pia mi strattonò, intimandomi: vestiti e cammina prima che la messa cominci. Mi sono sentita umiliata per quell’insolenza. Ma che cosa mi deve dire, a me, lu parrinu di tanto urgente? Forse mi vuole rimproverare perché non vado più in chiesa? Lui lo sa: da quando è partita anche mia figlia Cristina per Treviso ho deciso di non andarci più in chiesa ad ascoltare prediche inutili. A Dio lo prego in casa, dove ci posso anche parlare.”
“Glielo detto chiaro e tondo: in chiesa non verrò, quello che mi deve dire l’arciprete me lo dici tu, qua, in casa mia.”
“E iddra…?” – domandò, ansiosa, zia Orsolina.
“Niente. Prima cominciò a fare smorfie. Sa come fanno le pie? Dicono e non dicono. Fanno la bocca dolce mentre secernono il veleno con cui ti debbono annichilire.
Madre misericordiosa, come sei suscettibile – mi disse – don Gerlando ti vorrebbe solo comunicare una buona notizia…”
“E dammela tu. Sentiamo questo bene che mi hai portato in casa di prima mattina”
“Messaggera sono. Forse, avrai sentito dire che la parrocchia sta organizzando un autobus per andare a Roma…”
“Ah! Un’altra gita. Non m’interessa…”
“Aspetta, aspetta. Non correre. – s’impuntò la pia – Non è una gita di piacere, ma una santa missione. Siamo tutti in pericolo…”
“Pericolo! E che sta arrivando la guerra anche in Sicilia?”
“Dio ce ne scampi e liberi! Non è la guerra, ma un’insidia diabolica che sta minando le basi della nostra comunità cristiana…” Adelina usò le parole dette da padre Gerlando nell’omelia.
“Parla più chiaro che non ti capisco, Adelì”
“Dobbiamo andare a Roma a protestare contro il governo dei comunisti senza Dio che vogliono distruggere le famiglie. E da questo paese possiamo partire solo noi che ancora siamo in grado viaggiare. A Roma, a Roma, per salvare la famiglia. Questo ti vorrebbe dire il nostro parroco, ma te l’ho detto io…”
“Famiglia? Di quale famiglia parli tu che stai morendo zitella? Che ne sai dei problemi di una famiglia, dei bocconi amari che una madre deve ingoiare per crescere i figli, per farli studiare e poi vederli partire perché qui non trovano uno straccio di lavoro. Più distrutte di così le famiglie?
Adelì, pensaci. Io ho dato a questo Nord, egoista e ingrato, i miei quattro figli, tre lauree e un diploma. Tutti fra Verona e Treviso. Quattro figli Adelì. Tutto il bene che avevo in casa. Sono rimasta sola, ve¬dova e disprezzata da tutti. E tu mi vieni a parlare di comunisti, di governo. Io di queste cose non ne so nulla. So solo che la mia famiglia è già stata distrutta. Da otto anni sono senza marito e senza figli…”
“E che c’entra tutto questo con il Family Day…” – la pia donna tentò d’interromperla.
“Col Family cheee?”
“Niente. È che la televisione lo dice in americano e una magari lo ri¬pete così come lo sente. Vuol dire “giorno della famiglia”, l’adunata di Roma alla quale andremo col bus. Si torna in serata.
Durante il viaggio pregheremo e canteremo le lodi del Signore”
“Se vengo a Roma, i miei figli potranno ritornare dal Veneto?”
“Che c’entra. Non è per l’emigrazione che andiamo a Roma, ma per bloccare la legge che riconosce tutti i diritti alle donnacce come se fossero mogli legittime e anche quella che seguirà a ruota che autorizza il matrimonio tra uomini e uomini e tra femmine e femmine. Che orrore! Solo a pensarci!”
“Se così stanno le cose, che cosa ci vengo a fare a Roma. La mia famiglia è già stata distrutta. Non me ne importa nulla di tutte queste chiacchiere…”
“Non sono chiacchiere, ma è la parola di Dio”
“Va bene, va bene. Con Dio me la so sbrigare da sola…”
“La famiglia! Quant’era bella la mia famiglia! – Annalisa si rivolse a zia Orsolina – Quanta allegria per la casa. Ora mi ritrovo sola e nessuno mi ha spiegato il perché. Nemmeno don Gerlando…”
Sbottò a piangere. “Non ce l’ho con la Chiesa. È che questi discorsi mi fanno arrabbiare. Io la “crisi della famiglia” la vivo sulla mia pelle. Non ho bisogno di andare a Roma. E nemmeno di guardare la televisione che ogni sera ci fa la testa tanta.
La vivo eccome! Zia Orsolì, vossia non mi crederà, ma le voglio fare una confidenza. Forse sto impazzendo. Non so. Certe volte, mi ritrovo a fare pensieri strani, sconnessi. Come quello di “misurare” la crisi della mia famiglia…con la pasta che butto nella pentola … Sì gli con spaghetti. Faccio anche il raffronto coi piatti che mettevo in tavola”
“A misurare? Che cosa dici benedetta figliola? Stai scherzando?”- zia Orsolina si convinse che la solitudine le aveva risucchiato il cervello.
“No. Non scherzo. Questo mi succede ogni volta apparecchio la tavola. Mi vengono alla mente le immagini della mia famiglia, com’era. Immagini fugaci ma chiare come la luce del sole.
Vedo il tavolo grande del soggiorno con sopra sei piatti. Poi iniziò la discesa: da sei a cinque dopo la morte di mio marito, a quattro quando partì Agatino per Verona, a due quando partirono, insieme, Marco e Vincenzino, uno solo dacché se n’è andata Cristina. Il mio. A ogni partenza un piatto in meno. E così con la pasta. Ne buttavo 700 grammi, talvolta un chilo quando mio marito tornava affamato dalla campagna. Ora 80 grammi a malapena, per me sola.
Doveva vedere, zia Orsolì, che ressa gioiosa intorno alla tavola! A un bidiri e sbidiri (in pochi attimi), si svuotava la scodella grande.
I ragazzi facevano a gara a chi per primo svuotava il piatto. E il vincitore “aiutava” i fratelli che lo respingevano. Come tanti cuccioli affamati…”
“Certo che capisco. Figlia mia.” – bisbigliò zia Orsolina.
“Poi, m’arrivò sta petra dall’aria, la morte subitanea di mio marito. Mi consolavo col fatto che i ragazzi crescevano sani e mangiavano con grande appetito. Ero orgogliosa di averli fatti studiare come mi aveva raccomandato lui, in punto di morte. “Un pezzo di carta si devono prendere- mi disse – nella nostra famiglia non ci debbono essere più pedi ncritati .”
“Figliareddru, questo ti disse? In punto di morte? – domandò la vecchia, sinceramente afflitta.
“Come è vero Iddio! E io questo ho fatto con la pensione e con i miei sacrifici. Per farli studiare sono andata a lavare le scale delle signore che non si abbassano a fare i servizi in casa propria. Sacrificata ma contenta. Più che da vedova, immaginavo il resto della mia vita da nonna, con tanti nipoti a correre per casa. E la domenica tutti a pranzo da me. Avrei calato molta più pasta di prima. Invece…mi ritrovo con tre figli a Verona e una a Treviso. Lì c’è il lavoro, qui niente di niente. In Sicilia, il lavoro c’è soltanto per i figli dei mafiosi e dei ruffiani della politica. Per i figli di mamma non c’è nulla.”
“Ogni giorno telefonano: mamma di qua, mamma di là. Ma io qua non vedo nessuno. E mi vengono a parlare di crisi della famiglia! A me che, in pochi anni, ho perduto il marito e quattro figli. Sissignore, perduti. Perché i miei figli non torneranno più. E con loro si perderanno i loro figli, i miei nipoti. Speravo che almeno restasse Cristina, la più piccola. Avrei avuto un conforto. Prima o poi, se non un lavoro, almeno un marito l’avrebbe trovato e un pezzo di pane non le sarebbe mancato. Ma, niente. Anche lei se n’è andata ”
“Quant’è bella e giudiziosa Cristina – affettuosa zia Orsolina- E che le poteva mancare un buon partito?”
“E proprio questo le mancò, zia Orsolì: un partito. Non come l’intende vossia, ma nel senso della politica che in casa nostra non è mai entrata. Manco vent’anni aveva Cristina quando partì per Treviso, col diploma magistrale in tasca. La convocarono per una supplenza e non l’ho più vista. Tranne quei quattro giorni d’estate…” Le rispuntò una lacrima.
“Eh! Che vuoi ammalarti di malinconia? Non sei la sola a essere tormentata da questa mancanza. In paese nessuno può dirsi veramente esente da questo malanno. Tu li hai nel Veneto. Ed io in Venezuela. Da quarant’anni alla stranìa e li ho rivisti solo tre volte. Prego Iddio che me li faccia abbracciare per l’ultima volta, prima di morire”
“Certo che anche vossia! – riprese Annalisa – Ma mi domando e dico: dove sta scritto che solo noi, le madri della bassa Italia, non possiamo goderci i figli e i nipoti, mentre quelle dell’alta Italia si godono i loro e i nostri figli ben cresciuti e istruiti? Ma lo sanno questi che gridano “Roma ladrona” quanto ci rubano, a noi del sud, per ogni figlio che se ne va al nord?”

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