19 03 16 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

1 – Senza la sinistra niente risposte ai giovani scesi in piazza. Come lo spieghiamo a Greta e ai milioni di giovani scesi in piazza che proprio oggi a Ravenna un pezzo della politica anche di sinistra, dell’imprenditoria e dei sindacati manifesta per chiedere di continuare a trivellare i nostri mari per estrarre combustibili fossili.
2 – Numerosi giovani italiani nel mondo sono scesi in piazza per richiamare l’attenzione sui cambiamenti climatici
3 – Decreti (incompleti) per implementare l’agenda di governo
4 – Studiare in Italia / un corso sul patrimonio culturale, borse di studio per gli studenti europei
5 – Sui primi abitanti dell’Italia i bambini ci parlano.. abbiamo studiato che l’Italia è stata abitata fin dalla preistoria. ricordate i principali popoli di cui abbiamo parlato?
6 – Europa. Hotel California Brexit . Grande confusione sul divorzio della Gran Bretagna dalla Ue.
7 – L’On. Francesca La Marca incontra i soci del “gruppo età d’oro” alla fame e furlane di Toronto. 8 – L’on. La Marca nel New Jersey con la federazione siciliana e a New York con la federazione campana in USA
9 – Crisi e lavoro: il pd deve ripartire da qui,
10 – economia. Mille euro in meno in 7 anni. Salari al palo, record precari

 

1 – Senza la sinistra niente risposte ai giovani scesi in piazza. Come lo spieghiamo a Greta e ai milioni di giovani scesi in piazza che proprio oggi a Ravenna un pezzo della politica anche di sinistra, dell’imprenditoria e dei sindacati manifesta per chiedere di continuare a trivellare i nostri mari per estrarre combustibili fossili, di Rossella Muroni Il Manifesto edizione del 17.03.2019
Come lo spieghiamo alle ragazze e ai ragazzi che tanti dei politici ieri sorridenti in piazza, se oggi si andasse in aula voterebbero contro una carbon tax o contro la legge sul consumo di suolo? E che giustificazione abbiamo per l’ennesima legge di bilancio che non sposta un euro dei 16 miliardi di soldi pubblici che ogni anno lo Stato versa – tramite sgravi o sussidi diretti – alle attività inquinanti così come definite dallo stesso Ministero dell’Ambiente?

E poi dopo, come lo spieghiamo alla sinistra che senza una forte rappresentanza italiana in Europa non riusciremo a dare risposte a questi giovani in piazza?

PERCHÉ L’EUROPA con il clima c’entra moltissimo, c’entra moltissimo con le risposte che noi adulti (soprattutto se eletti o con incarichi politici) dobbiamo dare alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che hanno invaso le strade delle città italiane da Nord a Sud. Anzi annuncio a tutti coloro che in queste ultime settimane hanno lanciato una lista ecologista per le europee che per portare avanti le politiche per il clima bisogna davvero puntare ad avere una rappresentanza numerosa, competente ed appassionata nel Parlamento di Bruxelles. Insomma questa idea di partire dalle identità di parte (spesso poco più che individuali) non è affatto buona. Qui bisogna puntare in alto e mettere in campo energie ed idee che diano finalmente un’anima sociale all’Europa proprio attraverso la questione ecologica. Si perché ecologismo fa rima con europeismo (anche con femminismo guarda un pò) mentre è esattamente il contrario del sovranismo (in tutte le sue declinazioni). Combattere il mutamento climatico vuol dire costruire un nuovo modello economico: l’economia lineare è capitalista e si fonda su «estrai, produci, consuma, dismetti» quella circolare si fonda su «riutilizza, crea, condividi, partecipa».

LA SINISTRA non dovrebbe avere dubbi da che parte stare e dovrebbe avere chiaro che solo la dimensione europea può garantire il successo di una svolta epocale, quella a favore del clima, che è necessariamente internazionale….altro che sovranismi. Sono europei i ragazzi e le ragazze che ieri hanno scioperato e chiedono (era scritto sui loro cartelli) leggi che da subito diminuiscano le emissioni di CO2 in atmosfera. Ma l’ambiente ha bisogno di leggi coraggiose, che non possono tenere in considerazione i confini nazionali, che necessitano di una visione come minimo decennale.

Facciamo un esempio? Fa sorridere questo Pd (e non solo, purtroppo lo so bene) che si scopre ecologista grazie alla Tav in Val Susa. È un buco di 53 km in una montagna che non ci consentirà magicamente di spostare le merci dalla gomma al ferro. Servirebbe invece un Piano Generale dei Trasporti e della Logistica – ragionato con l’Europa – che rivoluzionasse l’intero sistema italiano e che forse (sottolineo il forse) potrebbe pure dare un senso ad un buco in una montagna pronto nel 2035.

PER DIFENDERE il clima abbiamo bisogno di un’Europa forte che intervenga sugli Stati membri non tramite le politiche dell’austerity ma promuovendo e finanziando politiche nazionali ambiziose sul fronte del risparmio energetico, della mobilità sostenibile, dell’agricoltura biologica, delle energie rinnovabili, della lotta alla plastica (a dire il vero pochissimi sanno quanto l’Europa è stata fondamentale per spingere l’Italia sulla retta via grazie a direttive importantissime). Politiche per cui davvero convenga sforare i vincoli di bilancio perché combattono l’inquinamento, le ingiustizie sociali, difendono la salite dei cittadini e creano nuovi ed innovativi posti di lavoro, quello del futuro. Mi sembrano tutti temi che la sinistra, tutta, pure quella che si è dimenticata di esserlo, dovrebbe finalmente riconoscere e su cui dare spazio a nuove energie, a proposte progressiste ed ecologiste, magari femminili, al di fuori dei recinti dei simboli e delle segreterie di partito. Da ieri abbiamo centinaia di migliaia di giovani motivi in più per farlo. Non deludiamo anche loro

2 – NUMEROSI GIOVANI ITALIANI NEL MONDO SONO SCESI IN PIAZZA PER RICHIAMARE L’ATTENZIONE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. L’energia, l’immediatezza e i sogni giovanili difficilmente sono contenibili. Spesso le aspirazioni dei giovani costituiscono la leva sulla quale nascono e maturano i cambiamenti epocali, diventando sparti acqua tra il passato e il futuro; innescano il cambiamento di storie, costumi e tradizioni. Va da se che le ragioni delle rivolte giovanili nascono da profondi mutamenti sociali, dalla ricerca di libertà e giustizia che li spingono a ricercare a tutte e latitudini l’emancipazione dei diritti affermandone i principi universali, posti alla base della convivenza all’interno della società moderna.
Oggi i giovani reclamano un futuro messo in discussione dal logoramento ambientale e dallo sfruttamento eccessivo delle materie prime.
Questi sono i giovani d’oggi in rivolta, come li avrebbe facilmente descritti Albert Camus. Oggi è in discussione l’esistenza dell’uomo sul pianeta, ne va del futuro dei giovani, convintamente veggenti,
ansiosi di invertire la rotta diretta verso un punto di non ritorno, perché vedono più lontano degli attuali padroni del destino dell’umanità.
Oggi mi sono rallegrato e ho condiviso con spirito emotivo la manifestazione dei giovani zurighesi, e tra loro ho riconosciuto con ampia soddisfazione numerosi millenias italiani, che hanno dato vita a un lunghissimo corteo snodatosi nelle vie del centro trasmettendo apprensione e paure verso l’indifferenza di chi è sordo rispetto ai richiami della natura, è cieco riguardo alle continue catastrofi climatiche ed è muto e nega l’evidenza di un irreparabile declino verso il D-day.
La sensibilizzazione sui mutamenti climatici avanzata negli ultimi tempi con naturalezza da Greta Thunberg, la giovane studentessa svedese, ha contagiato le giovani generazioni a livello mondiale e con grande meraviglia ha acceso i riflettori sui rischi ambientali ai quali bisognerà celermente porre rimedio.
Non bisogna lasciare questa giovane generazione sola nella loro lotta, non dobbiamo girare lo sguardo indietro, recuperiamo il tempo passato ricordandoci della gioventù passata, quando salivamo sulle barricate a rivendicare un mondo migliore. Le giovani generazioni a ragione lo rivendicano anche per chi, oramai ha i capelli brizzolati e coscientemente si rende conto, che così non si può più andare avanti perché un mondo migliore e diverso è possibile.
Bisogna crederci fino in fondo, ribaltare l’incuranza e impegnarsi a maggior ragione quando le sfide diventano impervie, le strade si fanno tortuose e gli obiettivi sembrano irraggiungibili. E’ questo anche la motivazione che spinge il Consiglio generale degli italiani all’estero a creare una rete mondiale di giovani italiani, ai quali affidare prossimamente il testimone per nuove avventure e per dar lustro al nostro paese al cospetto dei profondi mutamenti geopolitici, che forgeranno la nuova civiltà.
A Palermo, dove dal 16 al 19 aprile prossimo si ritroveranno oltre cento giovani italiani provenienti da diversi continenti, al centro delle loro discussioni ci sarà il futuro, le storie che li accomunano e il rapporto che hanno e che vorranno avere con l’Italiani, di Michele Schiavone

3 – DECRETI (INCOMPLETI) PER IMPLEMENTARE L’AGENDA DI GOVERNO
Il governo Conte, come i suoi predecessori, utilizza lo strumento del decreto legge impropriamente, principalmente per implementare l’agenda del governo. Non solo, spesso in parlamento i testi vengono completamenti rivoluzionati. Il decreto semplificazioni, approvato con la fiducia, ha inglobato altri due decreti in scadenza: quello Ncc e quello per il rinnovo dei consigli degli ordini forensi.
+289% commi per il decreto semplificazioni tra il testo presentato dal governo e quello approvato dal parlamento
Destino analogo per il decreto fiscale (+81% di commi) e il decreto dignità̀ (+102%). Abusare dei decreti legge è sbagliato, farlo su provvedimenti non finalizzati è ancora peggio. Si rischia infatti di generare confusione procedurale e legislativa.

4 – STUDIARE IN ITALIA / UN CORSO SUL PATRIMONIO CULTURALE, BORSE DI STUDIO PER GLI STUDENTI EUROPEI. L’Università di Catana ricorda che fino al 17 marzo è possibile presentare la propria candidatura alle selezioni per le borse di studio dell’Erasmus Mundus Joint Master Course “TEMA+ European Territories: Heritage and Development”, percorso internazionalizzato del corso di laurea magistrale in Storia e Cultura dei Paesi mediterranei (Dipartimento di Scienze politiche e sociali). Per gli studenti europei sono previste borse di studio, anche se in numero limitato, destinate a coprire le spese di iscrizione e a garantire un contributo mensile. Il corso è promosso da un consorzio di atenei a cui aderiscono la Eötvös Loránd University di Budapest (Ungheria), che coordina il progetto, la Charles University di Praga (Repubblica Ceca), l’Universitè Laval di Québec (Canada) e l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi (Francia), oltre all’Università di Catania. Il corso biennale (120 ECTS), tenuto in lingua inglese e francese, intende fornire ai partecipanti competenze per sviluppare e qualificare le professionalità che operano nell’ambito del patrimonio culturale europeo e, in particolare, nei settori relativi alla gestione dei beni culturali, alla promozione e pianificazione dello sviluppo turistico e alla valorizzazione delle identità territoriali. Le competenze offerte trovano impiego all’interno delle amministrazioni pubbliche locali, regionali, nazionali e territoriali, nelle istituzioni di ricerca e nel settore privato. Il corso è già avviato al Dipartimento di Scienze politiche e sociali. La mobilità degli studi è divisa tra un primo semestre comune, da svolgere nell’università coordinatrice (Budapest), e gli altri tre semestri in una delle quattro università partner. Alla fine del corso gli studenti conseguono un “double degree”, in alcuni casi è possibile anche avere un’ulteriore mobilità e ottenere un “multiple degree”. Per informazioni è possibile consultare il sito www.mastertema.eu
Da “9 Colonne”

5 – SUI PRIMI ABITANTI DELL’ITALIA I BAMBINI CI PARLANO.. ABBIAMO STUDIATO CHE L’ITALIA È STATA ABITATA FIN DALLA PREISTORIA. RICORDATE I PRINCIPALI POPOLI DI CUI ABBIAMO PARLATO? di Giuseppe Caliceti

«I CAMUNI A NORD». «L’Italia non era come adesso, ma era già bella. Per questo tutti volevano andare ad abitare qui da noi. E anche adesso tutti gli stranieri vogliono venire ad abitare in Italia». «Però i primitivi italiani vivevano nelle palafitte, che erano case coi pali sull’acqua per proteggersi dalle bestie feroci e anche dai nemici». «Gli italiani primitivi andavano sempre a caccia. Nei laghi. Nei boschi. Nei campi. Cercavano di uccidere tutti. Per mangiare, non per essere cattivi. Perché se vivevi dovevi mangiare, altrimenti morivi». «Però potevano anche pescare». «Infatti quando non andavano a caccia andavano sempre a pescare». «Dopo hanno imparato a navigare e sono diventati più intelligenti. Hanno fatto delle scoperte, sono migliorati. Ma all’inizio gli italiani erano scemi. Ma non solo gli italiani, tutti gli uomini». «Non erano evoluti». «Alla fine del Paleolitico nascono i villaggi». «Loro abitavano soprattutto nella pianura padana e anche sulle montagne che ci sono intorno alle pianure». «I Camuni erano in montagna. Facevano disegni bellissimi sulle rocce. Come quello che uccidono il cervo. Lo prendono con una rete». «I popoli più antichi sono molti da ricordare. Perché vivevano in tutta Italia, non solo in una Regione. Ma allora non c’erano mica le regioni, eh? Loro erano i Camuni, i Latini di Roma, gli Umbri, i Piceni». «Poi c’erano anche i veneti. I Bruti. No, i Bruzi» «I Siculi erano in Sicilia». «I Sardi in Sardegna».

COSA NOTATE?
«Be’ che loro erano un po’ ignoranti. Però sapevano già lavorare i metalli». «Lavoravano anche la ceramica». «Io non ho capito se questi uomini primitivi c’erano solo in Italia o in Africa come c’è scritto sul nostro libro o anche in altri paesi del mondo. Cioè, non ho capito se abitavano in tutti i Paesi del mondo o solo in alcuni». «Per me solo in alcuni perché erano dei posti migliori degli altri per viverci, per sopravviverci, c’era il clima bello, i fiumi che erano utili…» «C’erano anche i Villanoviani. E gli Apuli» «Una cosa che si nota è che il nome di questi popoli, poi, è lo stesso che dopo ha avuto la loro regione dove abitavano. Infatti Umbria viene da Umbri e Siculi viene da Cecilia eccetera». «In Sardegna c’era la civiltà nuragica, però. Si chiamava così perché loro vivevano in case speciali che poi non erano delle vere case. Si chiama il “nauraghe”, la loro casa. Erano fatte di pietre una sopra l’altra, attaccate, ma senza tetto». «Poi loro mi sembra che sapevano usare anche il fuoco e forse la scrittura, mi sembra, ma non hanno scritto niente perché non gli veniva in mente nulla da scrivere, mi pare».

QUALE È IL POPOLO CHE VI PIACE DI PIÙ?
«Di quelli italiani? Del passato? Per me i Camuni perché erano bravissimi a disegnare». «Loro vivevano in Lombardia. Sapevano disegnare benissimo le loro capanne che erano molto belle e molto spaziose». «A loro piaceva correre e infatti disegnavano sulle rocce anche molti uomini che corrono perché poi tutti gli uomini primitivi, non solo i Camuni, scappavano sempre perché la vita primitiva era difficile, pericolosa, c’erano bestie feroci ogni giorno che ti venivano a cercare e volevano mangiarti. O tu le uccidevi e mangiavi loro, o loro ti uccidevano e mangiavano te. Insomma, non era facile». «Si chiamavano disegni rupestri, cioè, incisioni rupestri, perché loro i disegni non li facevano con matite o pastelli e carta e altre cose che abbiamo noi adesso, ma con lo scalpello. Loro cercavano una pietra bella liscia, liscia come un foglio di carta, e dopo ci scrivevano con lo scalpello, ma non era proprio uno scrivere, ma uno scalpello, una incisione della pietra con lo scalpello. Però a loro piaceva più disegnare che scrivere perché erano più bravi a disegnare e infatti anche oggi ci sono i loro disegni sulle rocce della Lombardia. Un turista se vuole può andare a fare un giro nella valle dei Camuni per andare a vedere anche oggi i loro disegni che sono bellissimi, per me, sono veramente fantastici, anche se io veramente non ci sono mai andato. Però noi qui non siamo molto lontani in Emilia dalla Lombardia e dalla valle dei Camuni e un giorno voglio chiedere a mio padre se facciamo una gita per andarli a vedere questi disegni…» La rubrica settimanale a cura di Giuseppe Caliceti da Il Manifesto.

6 – EUROPA. HOTEL CALIFORNIA BREXIT . GRANDE CONFUSIONE SUL DIVORZIO DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE. Oggi nuovo voto, sull’estensione dell’uscita. Ma i partner europei hanno perso la pazienza: Londra deve chiarire cosa vuole, il tempo del negoziato è finito. I rischi giuridici per le elezioni europee. I rischi economici della Brexit.

Per soli 4 voti (312 contro 308) il “no deal” sulla Brexit è stato respinto ieri sera dal parlamento britannico, con un voto su un emendamento, poi un secondo voto ha confermato questa posizione (321 contro 278). Altri voti seguiranno, oggi quello sull’estensione dei tempi di uscita. La Brexit assomiglia sempre di più all’Hotel California: «This could be Heaven or this could be Hell, we are all just prisoners here, you can checkout anytime you like but you can never leave».

Prima del voto, un gruppo di deputati britannici ha proposto un’estensione dell’articolo 50, il processo di uscita dalla Ue, fino al 22 maggio, per permettere di redigere una serie di accordi provvisori tra Gran Bretagna e Unione europea, che potrebbero restare in vigore fino al 2021, per dare il tempo di definire le «relazioni future»: bocciato. La Gran Bretagna propone un taglio temporaneo dei dazi su una parte delle importazioni (auto, alimentari), per 12 mesi, per evitare che vengano messi controlli alla frontiera tra le due Irlande. Ma la Ue ormai è stanca, dopo due anni di negoziati, due voti a Westminster contro l’accordo raggiunto tra Londra e Bruxelles (il 15 gennaio poi di nuovo martedì 12 marzo) e il rischio sempre più vicino di un’uscita catastrofica, più per accidente che per una decisione ragionata, insomma «una catastrofe» secondo l’ex premier Cameron, mentre Theresa May è rimasta silenziosa. Ieri, la Germania ha messo in guardia: «Una Brexit ordinata è nell’interesse di tutti», ha detto la cancelliera Angela Merkel. Molto più duro il ministro degli Esteri, Heiko Maas: «La Gran Bretagna gioca con negligenza con il benessere dei cittadini e dell’economia». Il presidente francese Emmanuel Macron, dal Kenya, ha aperto alla possibilità di «tempi tecnici» possibili prima di cadere nel dirupo, «ma non per rinegoziare», ha precisato. Manfred Weber, capogruppo Ppe, è stato più categorico: non ci sarà «un giorno di più» per i tentativi di tirare per le lunghe da parte di Londra «se non c’è un’alternativa credibile». Per il negoziatore europeo, Michel Barnier, «il negoziato è terminato». Barnier ripete quello che dicono tutti a Bruxelles: «La Gran Bretagna deve dire cosa vuole per la relazione futura». Per il presidente del Consiglo Ue, Donald Tusk, la richiesta di estensione dell’articolo 50 potrà essere accettata (ci vuole l’unanimità dei 27) solo se da Londra arriveranno «richieste ragionevoli» e «giustificazioni credibili» (cioè un nuovo referendum o elezioni anticipate).

Per la Ue è un rompicapo giuridico: qualche settimana di estensione è possibile, alcuni ammettono fino a fine giugno, prima della riunione inaugurale del prossimo europarlamento, il 2 luglio. Ma c’è un rischio giuridico sul voto del 23-26 maggio e i britannici potrebbero essere obbligati a partecipare. Un assurdo.

Intanto la Ue si prepara al no deal. È dalla fine del 2018 che la Ue ha cominciato a organizzarsi concretamente a un’uscita senza accordo. Sono già stati varati o sono in corso di approvazione 19 testi, tra direttive e regolamenti, per evitare che dal 29 marzo a mezzanotte regni il caos. Le connessioni aeree verranno garantite, ma nei limiti del traffico del 2018 (e Londra avrà 6 mesi per mettersi in conformità con le richieste Ue). Ci sarà un’esenzione dei visti per i cittadini britannici, per 90-180 giorni di soggiorno nella Ue, ma non sono ancora definiti i diritti dei 3 milioni di europei residenti in Gran Bretagna e del milione di britannici nella Ue. Gli studenti Erasmus (14mila della Ue in Gran Bretagna, 7mila britannici nella Ue) avranno la garanzia di portare a termine il progetto. Ci sono misure per la pesca, per evitare una guerra sui diritti nelle rispettive acque territoriali.

L’economia non sfuggirà agli scossoni di un ritiro disordinato: il 44% dell’export britannico va verso la Ue, il 54% dell’import arriva dalla Ue. La Francia ha preso provvedimenti per le dogane, ma i doganieri stanno facendo lo sciopero dello zelo e ci sono già code enormi a Calais, Dunkerque e anche alla Gare du Nord per l’Eurostar Parigi-Londra (50 milioni di tonnellate di merci viaggiano su camion tra la Gran Bretagna e la Ue).

Un’uscita «ordinata» potrebbe riprendere il modello norvegese – l’ipotesi è stata evocata ieri dal ministro del Tesoro Philip Hammond – ma Londra dovrebbe pagare i 45 miliardi della separazione e continuare a contribuire per 10 miliardi quest’anno per finanziare i programmi in corso. di Anna Maria Merlo da IL Manifesto.

7 – L’ON. FRANCESCA LA MARCA INCONTRA I SOCI DEL “GRUPPO ETÀ D’ORO” ALLA FAMEE FURLANE DI TORONTO. Mercoledì, 13 marzo, l’On. Francesca La Marca ha incontrato i soci del “Gruppo Età D’Oro”, che conta circa 600 soci tra i friulani “over 65” residenti nell’area di Toronto.
Il cordiale incontro si è svolto presso la bella sede della “Famee Furlane” di Toronto, in occasione del consueto appuntamento mensile di polenta, vino, tombola e carte.

Invitata dal coordinatore degli Alpini in Nord America, Gino Vatri, e dal presidente del “Gruppo Età D’Oro”, Nino Blasutta, l’On. La Marca si è trattenuta con i soci rispondendo a varie domande circa le coperture sanitarie in Italia, il tema della cittadinanza, il regime pensionistico e previdenziale tra i due Paesi ed altre questioni riguardanti principalmente gli anziani.

La parlamentare si è detta colpita ed emozionata per le storie di vite di diversi dei soci e ammirata per il loro contributo alla modernizzazione e all’espansione della città di Toronto. Storie personali e collettive toccanti, accompagnate anche da tanta gioia di vivere e di socializzare.

On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

8 – L’ON. LA MARCA NEL NEW JERSEY CON LA FEDERAZIONE SICILIANA E A NEW YORK CON LA FEDERAZIONE CAMPANA IN USA . L’On. Francesca La Marca ha avuto negli USA un fine settimana molto intenso di incontri e di partecipazione a iniziative di importanti federazioni comunitarie.

Sabato, 9 marzo, infatti, ha partecipato alla 23esima edizione del gala della “Federazione Siciliana del New Jersey”, che si è svolto con la presenza di circa 600 ospiti, tra cui vari rappresentanti politici americani. A fare gli onori di casa il “General Chairman” Pietro Agliata e il Presidente Felice Brescia. Premiato Lou Stellato, Chairman of Democratic Committee of Bergen County, a cui è stata conferita la “Trinacria d’Oro”.

Nel suo intervento, la parlamentare si è detta lieta di condividere con i presenti un sentimento di comune sicilianità, essendo nata in Canada da padre siciliano e avendo frequentato annualmente, durante la sua infanzia e adolescenza, i luoghi di origine e conosciuto direttamente le doti e le bellezze dell’isola.

“Come vostra rappresentante in Parlamento – ha concluso La Marca – non posso che ringraziare la Federazione per tutto ciò che fa per tramandare questa cultura millenaria e portare avanti le nostre tradizioni in America, non soltanto per noi, ma soprattutto per le prossime generazioni”.

Domenica, 10 marzo, la parlamentare si è spostata a Long Island (New York) per partecipare alla 15esima edizione del gala annuale/festa della donna promosso dalla “Federazione delle Associazioni Campane”, un evento al quale nella scorsa legislatura aveva già partecipato più di una volta.

Con la regia del Presidente Rocco Manzolillo e del vice Presidente Cav. Nicola Trombetta, nonché del fervido e laborioso comitato esecutivo, si è proceduto ad una raccolta fondi per scopi benefici e allo svolgimento dell’evento, molto partecipato, che ha consentito di celebrare la ricca cultura campana, alla presenza di un certo numero di associazioni campane in USA. Nel corso della serata, inoltre, sono stati assegnati un certo numero di premi a personalità di origine campana distintesi in diversi ambiti professionali e culturali.

Nel suo saluto, l’On. La Marca si è soffermata sul valore della ricorrenza dell’8 marzo: “Cosa dire delle nostre donne meridionali e soprattutto campane che già non si conosca? Perno della famiglia, simbolo di forza e coraggio, di passione, spesso focosa, straripanti di affetto, di tenerezza e di amore materno. Ma forse sono un po’ di parte perché anch’io mi considero una donna meridionale in quanto figlia di un siciliano e di una pugliese, nata e cresciuta a Toronto”.

Sia nell’incontro con i siciliani che in quello con i campani, la parlamentare ha richiamato la sua più recente iniziativa parlamentare, una mozione, che sarà discussa dall’aula di Montecitorio, sul contributo degli italiani all’estero alla ripresa del Mezzogiorno d’Italia.

“Questo è il primo atto parlamentare che mette gli italiani nel mondo all’avanguardia di una ripresa economica del nostro Sud: attraverso i nostri investimenti, l’organizzazione di pacchetti turistici per i giovani e gli anziani e di iniziative promozionali capaci di sviluppare zone non conosciute ma ugualmente meravigliose dei nostri territori meridionali”.On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

9 – CRISI E LAVORO: IL PD DEVE RIPARTIRE DA QUI, su Il Fatto Quotidiano 12/3/2019
Tanti hanno partecipato alle primarie sperando di aiutare la ricostruzione di una posizione di sinistra, diroccata da Renzi, che ora tenta di ipotecare la vittoria di Zingaretti.
Anche le manifestazioni sindacale e antirazzista di Milano sono state partecipate e importanti.
Novità incoraggianti ma insufficienti. Ora la discontinuità del Pd con il passato deve essere netta. La maggioranza giallo-verde finora non ha dovuto fare i conti con una reale alternativa politica. F.I. e F.dI. sono subalterni alla Lega, il loro obiettivo è riallacciare con Salvini.
A sinistra un’opposizione confusa e divisa ha attaccato il governo con argomenti contraddittori e senza il coraggio di fare i conti con la sconfitta elettorale. Emblematico il reddito di cittadinanza. Alcune critiche al governo hanno rivendicato il REI introdotto da Gentiloni, chiedendo di potenziarlo invece di scegliere altre strade, mentre altre critiche hanno ritenuto un errore spendere risorse per alleviare le sofferenze della povertà, raddoppiata in dieci anni, dimenticando che anche gli 80 euro erano destinati ai lavoratori a basso reddito, quindi erano un intervento sulla domanda.
Interventi per aiutare i redditi che non bastano per una vita dignitosa sono giusti e necessari di fronte ad una crisi che dura da un decennio e non è finita.

Il reddito di cittadinanza proposto dal governo ha aspetti criticabili come la confusione tra interventi per l’occupazione e sostegno al reddito delle aree di povertà. L’opposizione di sinistra dovrebbe condividere l’obiettivo e lavorare per correggerne errori e storture, compreso avere ignorato le regioni e i sindacati.

Una battaglia si impone ma per correggere in meglio.

Il reddito di cittadinanza non crea occupazione e sono necessari altri interventi che questa maggioranza sembra incapace di fare. Tuttavia reddito di cittadinanza ed altri provvedimenti sono di segno diverso da quelli di Salvini sui migranti e sulla sicurezza.

Zingaretti deve puntare ora a costruire un’alternativa al governo giallo-verde, prima che sia troppo tardi. La precondizione è rompere con la logica renziana del “mai con i 5 Stelle” sconfitta dalle primarie e prima ancora dal referendum costituzionale.

Per di più sulla Costituzione c’è la tentazione nel governo di riscriverne aspetti centrali con troppa faciloneria.

La destra non ha i voti in parlamento, mentre una qualche convergenza tra Pd, sinistra e M5 Stelle potrebbe essere un’alternativa. Un confronto tra Pd, sinistra e 5 Stelle non è semplice ma – ad esempio – la proposta del salario minimo è una novità a fronte della frantumazione e della svalutazione del lavoro. Questo governo non è in grado di governare l’Italia in crisi, per di più in continuità con Renzi ha ignorato le rappresentanze sociali, sindacati in testa.

Ridare ruolo alla rappresentanza sociale è un punto chiave del futuro politico di questo paese. Zingaretti deve assumerlo esplicitamente.

Se il governo arranca la difficoltà è politica. Se l’Italia non vuole perdere il contatto con il gruppo di testa dell’Europa deve mobilitare le energie politiche, intellettuali e sociali che possono aiutare a fare uscire il paese da una crisi pericolosa.

La risposta deve essere politica e deve valorizzare il contributo delle forze sociali e intellettuali fondamentali di cui l’Italia tuttora dispone.

Occorre costruire un progetto di futuro su cui far convergere governo e parti sociali. Il governo propone, le forze sociali fondamentali e l’intellettualità ne discutono e si tenta una sintesi condivisa, con impegni e verifiche precisi. Il punto di partenza deve essere la valorizzazione del lavoro, la sua quantità, la sua qualità, la sua crescita nella considerazione sociale, retribuzioni comprese.

Per un patto credibile occorre un governo affidabile e quello attuale non lo è, quindi il suo superamento è centrale, ora.Alfiero Grandi

10 – ECONOMIA. MILLE EURO IN MENO IN 7 ANNI. SALARI AL PALO, RECORD PRECARI. Che cos’è questa crisi. Fondazione Di Vittorio: Italia ferma, crescono le cinque maggiori economie Ue. Retribuzioni stagnanti, aumenta il lavoro povero, calo drammatico degli investimenti. 2,4 milioni di lavoratori precari guadagnano solo 5 mila euro all’anno; 4,3 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno, di Roberto Ciccarelli.
La stagnazione italiana trova pochi riscontri nel sistema della deflazione salariale organizzata dell’Eurozona. A confronto con le cinque maggiori economie del continente (Francia, Germania, Olanda, Belgio e Spagna), operata da un’analisi di Lorenzo Birindelli per la Fondazione Di Vittorio su dati Ocse, tra il 2010 e il 2017 le retribuzioni medie reali per il lavoro dipendente a tempo indeterminato sono rimaste inchiodate a quota 29 mila euro lordi annui. In sette anni non sono cresciute, diversamente da quanto accaduto in Germania rispetto al 2010, sia pure in un quadro salariale poco dinamico e aggravato da una crisi che ha prodotto la protesta dei «Gilet gialli» in Francia, ad esempio. Nel confronto sono stati persi circa mille euro. Solo la Spagna ha un livello paragonabile di perdita del potere di acquisto. In un paese dov’è più intesa e spietata «l’epoca dell’anestesia» di massa, così definita nell’omonimo libro scritto dal filosofo belga Laurent De Sutter, al momento non esiste un livello paragonabile di mobilitazione. E tuttavia la crisi è senz’altro più grave di quella francese. L’elaborazione dei dati della Fondazione Di Vittorio, a partire dall’indagine Istat sul mercato del lavoro 2018 (ne abbiamo parlato su Il Manifesto del 26 febbraio scorso) e quelli Inps sul precariato (Il Manifesto del 25 gennaio), descrivono l’anomalia italiana nella sua gravità, esistenziale e politica, apparentemente impotente e politicamente neutralizzata.
LA STAGNAZIONE dei salari va inquadrata in uno dei perimetri occupazionali più bassi dell’Eurozona. La crescita registrata nell’ultimo biennio ha unicamente riportato questo tasso al livello di dieci anni fa, prima della crisi (58,5%). Per raggiungere quello medio europeo (67,9%), servirebbero 3,8 milioni di occupati in più. Una chimera, considerate le prime avvisaglie di recessione «tecnica» registrate a dicembre 2018. Siamo in una crescita occupazionale definita «a bassa intensità lavorativa» con più precari occupati, per meno ore, e pagati sempre peggio. Questo aspetto emerge nel report della Fondazione Di Vittorio: il part-time è fortemente cresciuto, soprattutto quello involontario, penalizzando fortemente la retribuzione oraria, in un modo unico in Europa: il 70,1% rispetto al lavoro full-time, contro una media Ue dell’83,6%. Questo significa che 4,3 milioni di lavoratori dipendenti a metà tempo hanno retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno; 2,4 milioni non arrivano nemmeno a 5 mila euro.
È IL PROFILO dei lavoratori poveri (working poors), quelli che lavorano e non arrivano alla fine del mese. E, se possiedono un reddito Isee superiore anche di poco ai 9.360 euro annui, potrebbero essere esclusi persino da quella misura di controllo sociale e incentivazione alle imprese che i Cinque Stelle chiamano truffaldinamente «reddito di cittadinanza».
LE SFUMATURE DEL PRECARIATO, da quello più «stabile» a quello più occasionale e selvaggio, è il 32% sul totale degli occupati. Sugli oltre 15 milioni lavoratori dipendenti presenti negli archivi dell’Inps nel 2017 dodici milioni di persone avevano una retribuzione inferiore ai 30 mila euro. Solo 3,2 milioni di dipendenti superavano i 30 mila euro. Le differenze salariali erano enormi: i «fissi» arrivano a 35,480 euro, gli altri partono da 5,5 mila e non superano i 18 mila euro. Queste enormi disparità si sono moltiplicate nel corso della crisi di questi anni, fino a macinare record. Come sempre avviene nelle crisi è cambiata radicalmente la qualità del lavoro, aggravando le costanti italiane. Lo si vede sui part-time, ma è la spia di un processo generalizzato: la composizione professionale, e quindi la qualità del lavoro, è spostata verso il basso. Chi ha una qualifica medio-alta soffre le peggiori penalizzazioni, sia salariali che soggettive legate alla non valorizzazione dei saperi e delle conoscenze. Non sono dunque i salari a fermare una crescita, per di più in drastico rallentamento, ma sono i pochi investimenti pubblici e privati che determinano il ristagno della produzione e dell’occupazione. Gli investimenti fissi a prezzi costanti sono stati nel 2018 pari a solo i quattro/quinti del 2008.
«LA SCARSA CRESCITA delle retribuzioni è sia la causa, che l’effetto, dello scarso sviluppo del nostro paese – sostiene Fulvio Fammoni presidente della Fondazione Di Vittorio – provoca gravi disagi alla condizione delle persone e rappresenta una delle cause della permanente situazione emergenziale dei conti pubblici».

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