19 03 02 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

1 – Cala il pil, occupazione ferma. L’Italia sempre più in frenata. Recessione. L’Istat rivede le stime di crescita: colpa dei consumi Sempre meno donne al lavoro.
2 – SCHIRÒ (PD): quale futuro per le risorse destinate alla promozione della lingua e cultura italiane all’estero?
3 – In un silenzio assordante, si sta scrivendo una pericolosa riforma della Costituzione In un silenzio assordante, si sta scrivendo una pericolosa riforma della Costituzione.
4 – Bernie Sanders e la sinistra che torna a parlare di lavoro e di tasse ai ricchi
Occupazione. Trattare l’occupazione in quanto diritto che deve essere garantito dallo Stato – come postula la nostra Costituzione – è qualcosa di radicalmente diverso dall’atteggiamento presupposto dalla visione paternalistica che si concentra sull’elargizione di benefici monetari al popolo.
5 – IL “BAIL IN”. Salvataggio banche e ‘bail in’, TRIA rivela: ‘Italia fu ricattata dalla Germania
6 – Perché un Manifesto per la Sovranità Costituzionale?
7 – Positivo incontro con Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del PARTITO DEMOCRATICO”. Domenica 3 marzo votiamo anche all’estero!

1 – CALA IL PIL, OCCUPAZIONE FERMA L’ITALIA SEMPRE PIÙ IN FRENATA. RECESSIONE. L’ISTAT RIVEDE LE STIME DI CRESCITA: COLPA DEI CONSUMI SEMPRE MENO DONNE AL LAVORO, di Roberto Ciccarelli da il Manifesto, 02 03 2019
L’Istat ha rivisto al ribasso le stime del governo sulla crescita del 2018 (dall’1% allo 0,9%), avverte una frenata dei consumi (dall’1,5% al +0,6%) e degli investimenti (dal 4,1 al +3,4%), mentre il debito pubblico continua a salire (132,1%). Smentita la previsione del governo sul deficit per l’anno: è al 2,1%, mentre per Lega-Cinque Stelle è all’1,9%. I dati «risentono di un fatto noto, un forte rallentamento» dell’economia nel secondo semestre del 2018, che ha determinato «degli impatti negativi» sulla crescita, ha riconosciuto ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria al forum economico franco-italiano a Versailles.
SONO GLI EFFETTI macroeconomici della «recessione tecnica» riscontrata dall’Istat nell’ultimo trimestre del 2018 che porterà, a partire dal Def previsto in aprile, a rivedere le ottimistiche previsioni sull’«anno bellissimo». In autunno l’esecutivo dovrà affrontare una drammatica manovra, già gravata dalla proibitiva ricerca di 23 miliardi per sterilizzare le «clausole Iva».
Considerato l’indebolimento strutturale dell’economia, causato da un calo della domanda interna e da un rallentamento delle esportazioni, le risorse accantonate con la caparra di due miliardi contenuta nella legge di bilancio approvata a dicembre 2018 potrebbero non essere sufficienti. Con una crescita inferiore allo 0,6% previsto, un deficit più alto del 2,04% e un debito in espansione i conti dovranno essere rivisti.
In questa situazione, insieme alle donne, i giovani sono i più penalizzati sul mercato del lavoro. È quanto emerge da un altro rapporto sull’occupazione a gennaio 2019, reso noto ieri dall’Istat. Rispetto a dicembre, a gennaio c’è stata una timida crescita degli occupati, ma solo tra gli uomini: (+27 mila), calano invece le donne occupate (-6 mila).
IL TASSO DI OCCUPAZIONE resta stabile al 58,7%. Questo significa che non si produce nuova occupazione, ma si trasforma l’occupazione esistente. Un fenomeno che potrebbe essere dovuto alla crescita delle trasformazione dei contratti a termine in indeterminati registrati dall’Inps. Un effetto spiegato, anche ieri, dai Cinque Stelle al loro «decreto dignità», ma che non esclude il fatto che l’occupazione prevalente sia a termine. A gennaio c’è stato un aumento di 56 mila lavoratori dipendenti a tempo indeterminato rispetto al mese precedente.

Questo andamento ha prodotto l’entusiasmo tra i grillini che sobbalzano ad ogni singulto del mercato del lavoro. Il dato va visto tuttavia sui dodici mesi. Rispetto a gennaio 2018 l’aumento è stato solo di 29 mila unità. E i dipendenti a termine sono cresciuti di 126 mila unità, quelli «indipendenti» sono stabili (6 mila). Non è cambiato nulla rispetto ai tempi del Pd, perché la struttura del mercato e l’organizzazione della produzione restano le stesse. Non basta una modifica normativa, per di più modesta, come quella sulle clausole dei contratti a termine contenuta nel «decreto dignità» per modificare l’assetto stabilito dal Jobs Act che ha modificato lo stesso concetto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, cancellando tra l’altro l’articolo 18. Un elemento che, al momento, il governo Lega-Cinque Stelle non intende cambiare.
L’ESPANSIONE MINIMA dell’occupazione ha interessato entrambe le componenti di genere concentrandosi esclusivamente tra gli ultracinquantenni (+250 mila). Anche a gennaio 2019 la crescita ha riguardato quasi esclusivamente gli uomini e le persone oltre i 35 anni, confermando che il lavoro in Italia è precario e per pochi uomini maturi. Se si allarga lo sguardo agli ultimi 15 anni si scopre che l’invecchiamento della popolazione lavorativa maschile matura è una costante strutturale: gli over 50 al lavoro sono quasi raddoppiati passando dai 4,8 milioni di gennaio 2004 a 8,5 milioni del gennaio 2019. È diminuita la quota della popolazione più giovane con la fascia tra i 25 e i 34 anni passata nello stesso periodo da 6,02 milioni di persone a 4,06 milioni.
LA LUNGA STAGNAZIONE italiana ha collocato stabilmente il paese tra gli ultimi in Europa per quanto riguarda la disoccupazione: terzultimo (10,5%), seguito solo Spagna (14,1%) e Grecia (18,5%). Nella disoccupazione giovanile l’Italia è penultima. Solo la Grecia con il 39,1% fa peggio.

2 – SCHIRÒ (PD): QUALE FUTURO PER LE RISORSE DESTINATE ALLA PROMOZIONE DELLA LINGUA E CULTURA ITALIANE ALL’ESTERO?
Il Comitato permanente sugli Italiani nel mondo e la Promozione del Sistema Paese della Camera dei Deputati ha avviato l’esame istruttorio della relazione sull’attività svolta per la riforma degli Istituti Italiani di Cultura e sugli interventi per la promozione della cultura e della lingua italiane all’estero del 2017.

A distanza di pochi mesi dall’approvazione della Legge di Bilancio 2019, l’occasione è stata utile per affrontare in ambito parlamentare e alla presenza del Sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo le prospettive per il prossimo futuro della promozione della cultura e della lingua italiane all’estero.

Nel mio intervento ho richiamato l’attenzione sulla questione delle risorse destinate a questo settore, rilevando che il Ministro Moavero Milanesi nella relazione ha riconosciuto che, con l’esercizio finanziario 2017, «l’azione per la «Promozione della lingua e della cultura italiana all’estero ha beneficiato di significativi finanziamenti».

Tali finanziamenti – come sappiamo – sono quelli allocati dal Governo Gentiloni con il Fondo quadriennale per il potenziamento della promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo, istituito nella legge di bilancio per il 2017, e dotato complessivamente di 150 milioni di euro (di cui 20 milioni nel 2017, 30 nel 2018 e 50 per ciascuno degli anni 2019 e 2020), che ha rigenerato una serie di interventi di natura linguistico-culturale all’estero e ha rafforzato la seconda leva, quella culturale, della promozione integrata del Sistema Paese all’estero.

Il problema è che nel bilancio triennale dell’attuale Governo giallo verde resistono solo gli stanziamenti su base triennale dai governi di centro sinistra e che per il 2021 non compare il rifinanziamento del Fondo, con il rischio di una seria regressione della presenza culturale dell’Italia all’estero.

Per questa ragione, ho chiesto al Sottosegretario Merlo di sapere come si intenda affrontare il futuro e rispondere alle indicazioni del Ministro quando si augura che, prima del 2020, la consistenza degli stanziamenti possa assumere natura ordinaria, così da consentire «la prosecuzione di un efficace piano di valorizzazione dell’immagine dell’Italia all’estero». Il Sottosegretario ha rinviato la risposta ad altra sede e ad altra data.

Il mio invito ai deputati della maggioranza eletti è quello di lavorare unitariamente affinché venga scongiurata l’interruzione traumatica di questi processi di potenziamento iniziati con la legge di bilancio 2017, assicurando la vita del Fondo per il sostegno della lingua e della cultura italiane nel mondo.

Nel corso del dibattito sulla legge di bilancio per il 2019, si è persa un’occasione importante, respingendo tra gli altri il mio emendamento finalizzato proprio ad assicurare la vita del Fondo oltre la scadenza fissata nel 2020, emendamento approvato peraltro dalla Commissione affari esteri.

A conclusione della riunione del Comitato, non posso che augurarmi che le difficoltà dei deputati della maggioranza a farsi carico di specifiche responsabilità politiche possano essere superate nell’interesse delle nostre comunità.

On. Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA
Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it

3 – ALFIERO GRANDI. IN UN SILENZIO ASSORDANTE, SI STA SCRIVENDO UNA PERICOLOSA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE IN UN SILENZIO ASSORDANTE, SI STA SCRIVENDO UNA PERICOLOSA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE, di Alfiero Grandi.
Nessuna contrarietà ad introdurre una forma nuova di referendum, cosiddetto propositivo, nella Costituzione che potrebbe rafforzare l’impianto della democrazia nel nostro paese se effettivamente innestasse una forma di partecipazione diretta nella democrazia parlamentare del nostro paese. Tuttavia all’intenzione dichiarata dai proponenti (maggioranza e governo) non corrisponde un’attuazione convincente. E’ la classica distinzione tra buone intenzioni e fatti. Malgrado i passi avanti fatti rispetto alla proposta di legge su cui si è iniziato a discutere alla Camera, l’impianto di questa modifica della Costituzione presenta tuttora dei difetti di fondo che non consentono di valutarla positivamente.

C’è anzitutto il contesto in cui avviene, che non è poca cosa. Basta ricordare che governo e maggioranza finora hanno dato all’attuazione dell’articolo 116 della Costituzione un’impostazione grave ed inaccettabile, di merito e di metodo, tanto da creare un giusto allarme sulla possibilità di aprire una ferita nei diritti fondamentali garantiti nella prima parte della Costituzione, fino al rischio di mettere in discussione la stessa unità nazionale, aprendo le porte ad una strisciante secessione delle regioni ricche a danno di quelle maggiormente in difficoltà. Inoltre, tra qualche settimana la Camera esaminerà la proposta, già approvata dal Senato, di modifica della Costituzione che riduce il numero dei parlamentari, con l’unica motivazione della riduzione dei costi e senza alcun ragionamento serio sulla funzione del parlamento. Per di più questa modifica è accompagnata da una proposta di legge che conferma sostanzialmente l’impianto dell’attuale legge elettorale, con il risultato di mantenere un parlamento di nominati dall’alto, ancorchè ridotti di numero.

L’attuazione dell’articolo 116 e queste modifiche della Costituzione fanno parte di un contesto che punta a ridimensionare drasticamente il ruolo della democrazia rappresentativa, cioè del parlamento. Parlamento che invece è il punto centrale dell’assetto istituzionale previsto dalla nostra Costituzione. Parlamento che non solo subisce il diluvio di decreti legge e voti di fiducia ma è stato perfino costretto ad approvare una legge importante come quella di bilancio senza poterla neppure leggere, nè tanto meno modificare.

Nel merito della proposta di introdurre nella Costituzione il referendum propositivo ci sono almeno tre punti inaccettabili nell’attuale formulazione.
1) Gli argomenti che possono essere sottoposti a referendum propositivo sono più ampi e indefiniti di quelli previsti nell’articolo 75 riguardanti il referendum abrogativo, bastava adottare lo stesso testo, invece si è scelta una forma ambigua ed involuta che potrebbe portare a referendum propositivi su materie che dovrebbero essere escluse in radice, scaricando sulla Corte costituzionale compiti eccessivi.
2) Un referendum propositivo non può avere effetti di spesa e tanto meno prevedere modalità di finanziamento. Solo governo e parlamento sono in grado di affrontare il tema del finanziamento di misure introdotte con referendum e questa riserva chiara non è prevista. Eppure Di Maio e Salvini dovrebbero per primi avere ben presente le riunioni di vertice a cui sono stati costretti in materia di bilancio. Ora seriamente pensano di farsi scrivere il bilancio dello stato da scelte impreviste? Se un referendum propositivo prevedesse di coprire le spese con l’aumento dell’Iva sarebbe accettabile?
3) La procedura del referendum propositivo è tale da provocare seri rischi di contrapposizione tra iniziativa popolare e ruolo del parlamento. Anzitutto andrebbe limitato il numero dei referendum propositivi possibili durante la legislatura, non più di due/tre, altrimenti è evidente che il parlamento difficilmente riuscirà a discuterne e quindi si arriverà inevitabilmente al referendum.
Inoltre se le Camere approvano una legge sull’argomento, la Cassazione dovrà decidere se il risultato del lavoro parlamentare e la proposta di iniziativa popolare sono veramente diverse, per evitare un referendum del tutto formale. Ma così la questione è mal posta. Se le Camere approvano una legge che si propone di rispondere al referendum propositivo i proponenti dovrebbero semmai ricorrere al normale referendum abrogativo, invece viene sottoposto agli elettori il testo della proposta di iniziativa popolare che di fatto stoppa il lavoro del parlamento, il cui esito forse non vedrà mai la luce visto che la sua efficacia viene sospesa e se passa il referendum propositivo non esisterà più. Come si fa a sostenere che non c’è più contrapposizione tra parlamento e cittadini? La contrapposizione è nascosta meglio di prima, ma resta la sostanza ed è grave perché così non si integrano democrazia diretta e rappresentativa, ma vengono contrapposti e questa è una scelta grave. C’è ancora il passaggio al Senato e dopo la doppia lettura, quindi non è ancora detto che questo sarà il testo della modifica della Costituzione. Tuttavia perchè cambi nella sostanza occorre che questa modifica della Costituzione esca dall’ombra in cui finora è rimasta.
Era impressionante ieri sentire dai maggiori mezzi di informazione tutto sulla Tav mentre ignoravano una modifica della Costituzione che, checchè se ne dica, fa parte di un pacchetto, e che comunque introduce una novità che potrebbe contribuire a ridurrre non poco il ruolo del parlamento. Al di là della tattica parlamentare, sempre discutibile, su questi argomenti costituzionali è auspicabile che alla fine i parlamentari ricordino bene che se la proposta passerà con i 2/3 dei voti nella seconda lettura il referendum costituzionale non sarà possibile. Invece è fondamentale che se i cittadini lo vorranno possano ricorrere al referendum e questo, non a caso, non è gradito a chi insiste su formulazioni discutibili o sbagliate.

4 – BERNIE SANDERS E LA SINISTRA CHE TORNA A PARLARE DI LAVORO E DI TASSE AI RICCHI
OCCUPAZIONE. TRATTARE L’OCCUPAZIONE IN QUANTO DIRITTO CHE DEVE ESSERE GARANTITO DALLO STATO – COME POSTULA LA NOSTRA COSTITUZIONE – È QUALCOSA DI RADICALMENTE DIVERSO DALL’ATTEGGIAMENTO PRESUPPOSTO DALLA VISIONE PATERNALISTICA CHE SI CONCENTRA SULL’ELARGIZIONE DI BENEFICI MONETARI AL POPOLO, di Laura Pennacchi da Il Manifesto 27.02.2019

C’è un fiorire d’iniziative sul “lavoro garantito” nel Partito democratico americano, promosso da Bernie Sanders – sotto la spinta di una ispirazione socialista che lo induce a valorizzare un impegno di lunga data di think tank come il Levy Institute – ma raccolto anche da esponenti centristi con la rivendicazione della superiorità dei servizi pubblici. Il focus sul “lavoro garantito”, soprattutto per i giovani e le donne, costituisce la proiezione nell’immediato della riscoperta di un valore e di un obiettivo considerato obsoleto.

L’obiettivo della “piena e buona occupazione”, finalmente assunto con una energia analitica e una determinazione politica ammirevoli, anticipate dalla Cgil fin dal 2013 con il Piano del lavoro, ora riproposto con fantasia e vigore dalla nuova segreteria di Maurizio Landini. A sua volta l’obiettivo della piena occupazione si radica nell’urgenza di concentrare tutte le forze nel rilancio degli investimenti, pubblici e privati, vivificati in un rinnovato sforzo di grande progettazione per un nuovo modello di sviluppo ricollocando al suo centro le domande su “per cosa, per chi, come produrre”.

A questo grappolo inscindibile di valori e di obiettivi i democratici americani associano il ribadimento della legittimità democratica della tassazione progressiva e la liberazione dalla subalternità al dogma neoliberista della “riduzione oltranzistica delle tasse sempre e comunque”, proponendo, invece, un vertiginoso aumento delle aliquote maggiori per i più ricchi (nelle proposte di Ocasio-Cortez fino al 70%) e una più incisiva imposizione sulle imprese e sui patrimoni.
Tutto ciò dimostra che quando gli argomenti intellettuali si saldano con quelli etici, l’intero contesto politico può cambiare profondamente e rapidamente. Dunque, pensiero ed energia emotiva e morale si confermano risorse strategiche.

Esattamente quelle risorse che difettano alle sinistre italiana ed europee, come argomenta Peppe Provenzano nel suo La sinistra e la scintilla (Donzelli).

Esattamente quelle risorse che mancano del tutto al governo Lega-5Stelle, il quale assai più che per la violazione delle regole del patto di stabilità – pur riprovevole perché utilizza margini di flessibilità per spesa corrente improduttiva destinata a disordinate regalie pensionistiche e a misure assistenziali risarcitorie non promozionali – andrebbe stigmatizzato per la miseria e l’angustia con cui affronta le cruciali scadenze di un Def che cade nel mezzo di un serio rallentamento dell’economia europea e di una aperta recessione di quella nazionale.

Trattare l’occupazione in quanto diritto che deve essere garantito dallo Stato – come postula la nostra Costituzione – è qualcosa di radicalmente diverso dall’atteggiamento presupposto dalla visione paternalistica che si concentra sull’elargizione di benefici monetari al popolo.

Tra l’altro, riportare il baricentro sull’occupazione e sul lavoro – contestando la ineluttabilità della jobless society intrinseca al funzionamento spontaneo del capitalismo – consente anche di trattare le questioni della diseguaglianza non solo come problema redistributivo, facendone una nuova retorica inconcludente, ma anche come problema concernente primariamente la sfera produttiva, l’allocazione, le strutture in cui si articolano i modelli di sviluppo.

Dietro le iniziative sul “lavoro garantito” e sulla connessa idea di utilizzare lo Stato come employer of last resort stanno, oltre a una nobile tradizione teorica (che da Keynes va a Meade, a Minsky, ad Atkinson), le profonde trasformazioni di questi anni che spingono tutti i paesi verso un modello di sviluppo meno orientato alle esportazioni (meno export led) e più centrato sulla domanda interna, per alimentare il quale occorrono interventi mission oriented da parte dell’operatore pubblico, forti politiche industriali e territoriali, energiche iniziative in innovazione e in ricerca.

Dobbiamo respingere la retorica dell’esogenità, della naturalità e della neutralità dei fenomeni tecnologici e riaffermare la possibilità di quella che Atkinson chiamava una direzione pubblica e collettiva dell’innovazione. Infatti, da una parte, a più di dieci anni dall’esplosione della crisi del 2007/2008, l’economia mondiale mantiene un andamento talmente sussultorio che in molti denunziano i segnali del probabile scatenarsi di una nuova grande crisi e parlano di secular stagnation, vale a dire, secondo le parole di Larry Summers, di una “crescita ordinaria realizzata mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie”, le quali incoraggiano il rischio abnorme, un indebitamento malsano, la formazione di bolle che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.

In Europa la fine del quantitative easing accentua lo scarto tra il volume di lavoro desiderato e quello reso disponibile da parte delle imprese e qualcuno – per esempio il sindacato svizzero – propone di fissare per legge alle imprese al di sopra di una certa dimensione “standard occupazionali” in termini di European employment guideline (Eeg), una sorta di imponibile di manodopera per il nuovo millennio.

Dall’altra parte assistiamo al manifestarsi di drammatiche problematiche come quella ambientale e all’emersione di enormi bisogni sociali insoddisfatti (che tipicamente modellano la domanda interna), tutte cose che il mercato da solo non risolve, non lenisce, non tratta. La rottura degli equilibri ambientali sta avvenendo a una velocità senza precedenti, mentre nell’abitazione, l’alimentazione, la mobilità, il tempo libero, la cultura, l’istruzione, la formazione, la salute, i bisogni dei cittadini rimangono inevasi e nei territori (dalle grandi aree metropolitane alle piccole e medie città, alle aree rurali e periferiche) la qualità delle vita degrada.

In tutti questi settori e aree andrebbe sollecitata una mobilitazione di energie fuori del comune. L’impegno nel “lavoro garantito” ci ricorda che l’anima del New Deal di Roosevelt, di cui spesso si parla del tutto a sproposito, furono straordinari progetti collettivi (quali l’elettrificazione di aree rurali, il risanamento di quartieri degradati, la creazione dei grandi parchi, la conservazione e la tutela delle risorse naturali) piegati al fine di creare lavoro in vastissima quantità e per tutte le qualifiche (perfino per gli artisti e gli attori di teatro) attraverso i Job Corps – le “Brigate del lavoro” –, identificando per questa via nuove opportunità di investimento e di dinamismo per l’intero sistema economico.

È un varco simile quello che oggi si apre e da cui si può sollecitare la svolta da un modello di sviluppo malato – basato sulla droga delle “bolle” finanziarie e immobiliari, dell’incremento esponenziale di valore degli asset e dell’indebitamento speculativo privato – a un nuovo modello di sviluppo, orientato a rivoluzione verde, rigenerazione urbana e riqualificazione dei territori, beni culturali, istruzione e Università, benessere umano e civile.

5 – IL “BAIL IN”. SALVATAGGIO BANCHE E ‘BAIL IN’, TRIA RIVELA: ‘ITALIA FU RICATTATA DALLA GERMANIA. LA RIVELAZIONE ARRIVA DIRETTAMENTE DAL LEADER DEL MEF ITALIANO RISPONDENDO ALLE DOMANDE DELLA COMMISSIONE FINANZE DEL SENATO.
‘BAIL IN’: secondo Tria l’Italia accettò l’adozione del sistema su ricatto della Germania
IL “BAIL IN”, il discusso meccanismo che serve a tutelare le banche, sarebbe la conseguenza di un ricatto operato dalla Germania all’Italia. E’ più o meno questo il concetto espresso dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, rispondendo a precisa domanda rivoltagli dalla Commissione Finanze del Senato. Parole che, con ogni probabilità, sono destinate a far discutere, aprendo come al solito diversi fronti di opinione, tra cui quelli che, da tempo, accusano l’Italia di essersi, nel tempo, assoggetta ad economie forti come quella tedesca, nell’ambito di un’Europa che non è mai stata tenera con l’Italia e con i suoi conti.

IL ‘BAIL IN’ FA DISCUTERE
Negli ultimi anni più volte si è dovuto far fronte alla necessità di salvaguardare alcune banche che si sono trovate in difficoltà.
Gli attuali governanti, quando erano all’opposizione, accusavano il Pd di avere salvato degli istituti mettendo in secondo piano gli interessi dei risparmiatori. Parti che, invece, si sono invertite quando è stato l’attuale esecutivo giallo-verde ad operare il discusso salvataggio della Carige. Oggi, però, a tenere banco in Commissione Finanze al Senato è stato il così detto meccanismo del “bail-in”. Si tratta di un sistema attraverso cui è possibile operare i salvataggi delle banche scaricando i costi anche sugli investitori e sui risparmiatori. Una misura che, evidentemente, non può essere ritenuta equa da molti cittadini, ma che non sarebbe frutto di una scelta politica italiana, bensì quasi di un’imposizione tedesca. O meglio di un ricatto.

LA MISURA IN GERGO TECNICO
“Bail in” è un termine che viene dall’inglese e la cui traduzione letterale è cauzione interna. Si tratta di una misura che viene messa in campo quando si prova a superare una crisi bancaria attraverso il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti dello stesso istituto.
Tradotto in termini semplici si può dire che si chiede un contributo al “cliente della banca”, con la certezza, però, che il sacrificio o la perdita sarebbe comunque sensibilmente inferiore a quella che maturerebbe in caso di liquidazione coatta amministrativa. La pratica, in termini tecnici, viene definita: no creditor worse off.
Eventuali prelievi forzosi non riguardano comunque depositi inferiori a 100.000 euro e coinvolge unicamente i soggetti che beneficiano di un rapporto diretto con l’ente, non quindi i patrimoni dei clienti che abbiano semplici azioni, obbligazioni o titoli di fondi.
LE PAROLE DI TRIA ATTACCANO LA GERMANIA
Per quanto si tratta di una misura messa in atto da un governo che faceva capo al Partito Democratico, Tria sottolinea come nessuno all’epoca, compreso il ministro Saccomanni, fosse favorevole all’adozione del “bail in”. L’Italia, secondo quanto evidenziato dall’attuale leader del Mef, si trovò nel bel mezzo di un ricatto proveniente dalla Germania. Da quanto mette in rilievo il Ministro l’Italia sarebbe stata messa di fronte ad un bivio: accettare il “bail in” o confrontarsi con il fatto che sarebbe stata diffusa la notizia secondo cui il sistema bancario del Bel Paese fosse prossimo al fallimento. Un’eventualità che, con buona probabilità, avrebbe avuto ricadute importanti in negativo e che avrebbe scoraggiato molti investitori. Tria, comunque, ha sottolineato come al momento è difficile ipotizzare che il “bail in” possa essere abolito in tempi brevi.

Questo articolo è stato verificato con:
https://www.repubblica.it/economia/2019/02/27/news/tria_bail_in_introdotto_perche_saccomanni_fu_ricattato_dalla_germania_-220277538/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/27/bail-in-tria-erano-tutti-contrari-il-ministro-saccomanni-fu-ricattato-dal-ministro-delle-finanze-tedesco/5002231/

6 – PERCHÉ UN MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ COSTITUZIONALE?
Perché riconosciamo la Repubblica in quanto forma di vita libera, come fratellanza e solidarietà fra cittadini che amano il proprio Paese. Essere per il patriottismo costituzionale significa dare valore a quei vincoli di solidarietà che sono condizione necessaria per la redistribuzione e la giustizia sociale. Non lasciamo alle destre il monopolio di tutto questo!

Uno dei motivi per cui la nostra Costituzione non piace alla grande finanza internazionale è perché promuove l’emancipazione personale e collettiva, afferma un riequilibrio dei rapporti di forza fra le classi in favore dei più deboli, soprattutto dei lavoratori. A destra, centro e sinistra l’hanno manipolata con “riforme” neoliberiste.
Che tu sia ricco o povero, la tua Costituzione è nata per proteggerti e per affermare la tua dignità sociale e personale. È ora che tu la difenda!

Questi sono alcuni dei motivi per cui noi di Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita! Abbiamo scritto questo Manifesto (che puoi trovare qui).

7 – POSITIVO INCONTRO CON NICOLA ZINGARETTI, CANDIDATO ALLA SEGRETERIA DEL PARTITO DEMOCRATICO”. DOMENICA 3 MARZO VOTIAMO ANCHE ALL’ESTERO!
Domenica 3 marzo, vi invito a partecipare alle primarie del Partito Democratico!

ROMA – Ieri ho avuto il piacere di incontrare Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio e candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico. È stato un incontro positivo nel corso del quale ho avuto modo di illustrare le principali questioni che riguardano le nostre comunità del Centro e Nord America. Ho apprezzato la disponibilità all’ascolto di Nicola Zingaretti e la sua sensibilità nei confronti degli italiani all’estero di nuova e vecchia emigrazione.
Il 3 marzo, in Italia e nel mondo, si sceglierà il nuovo segretario del Partito Democratico.
Potranno partecipare liberamente non solo gli aderenti al partito, ma tutti coloro che desiderano mantenere un rapporto di dialogo e di collaborazione con il Partito Democratico. Anche i cittadini italiani residenti all’estero possono votare, recandosi ai seggi organizzati in diverse città del Nord America.
Io esprimerò la mia preferenza per Nicola Zingaretti. Perché? Per la sua serietà ed esperienza, per le sue provate doti di buon governo, per il suo programma di rinnovamento e di rilancio del Partito Democratico e del centrosinistra. Sono stata sempre convinta che gli uomini debbano servire la politica e i cittadini e non la politica gli uomini.
È necessario un Partito Democratico più forte, capace di fare da punto di aggregazione di un ampio schieramento di centrosinistra e di porsi come interlocutore credibile a livello internazionale.
Nicola Zingaretti è la persona giusta per raggiungere questi obiettivi e per guidare questo cammino di rilancio per il centro sinistra e per il nostro Paese.
Per queste ragioni il 3 marzo, alle primarie del PD, io voterò Nicola Zingaretti e invito tutti a fare altrettanto.

Partecipiamo numerosi!
Francesca La Marca
È POSSIBILE VOTARE ANCHE ALL’ESTERO.
IN ALLEGATO I SEGGI ALLESTITI IN DIVERSE CITTÀ.
Per saperne di più vai al sito del Partito Democratico

ZINGARETTI CANDIDATO ALLA SEGRETERIA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO
Mi candido come segretario del Pd perché voglio tenere vivo
un progetto riformista e progressista di cambiamento per l’Italia,
un impegno che rimetta al centro le persone.
Sono felice che al mio fianco in questa nuova sfida ci siano tante facce nuove
e più di mille amministratori e sindaci di tutte le regioni, da nord a sud.
Perché da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano.
Con un nuovo Pd, per unire e per cambiare.

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