19 02 23 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

1 – LA MARCA (PD): soddisfazione per la riapertura dei corsi del PICAI a Montreal. Ora si guardi subito al futuro.
2 – Governo Conte. A luglio dello scorso anno sono iniziate le procedure per trovare il sostituto di Alleva. Ma il processo è stato poco trasparente.
3 – FITCH conferma l’outlook negativo per l’Italia e lancia l’allarme: possibili elezioni anticipate
4 – La Marca (Pd): questa maggioranza vuole cancellare eletti estero. Da governo gialloverde neanche una cosa positiva per nostri connazionali
5 – Cofferati: «Per l’Europa una convergenza rosso-verde»
6 – «TROIKA DI TIRANNI»: capitan america dirotta su cuba, Americhe. Dopo aver devastato il medio oriente, l’amministrazione usa sposta l’attenzione sul nuovo “asse del male”: cuba, Nicaragua e Venezuela. Trump resuscita la dottrina Monroe e la lancia contro il continente più stabile degli ultimi vent’anni,
7 – Il Brasile e la mostruosità che avanza.

1 – LA MARCA (PD): SODDISFAZIONE PER LA RIAPERTURA DEI CORSI DEL PICAI A MONTREAL. ORA SI GUARDI SUBITO AL FUTURO.
La riapertura dei corsi di italiano gestiti a Montreal dal PICAI e il loro regolare completamento sono le risposte che le famiglie e gli studenti attendevano con trepidazione e riportano certamente serenità nell’intera comunità del Québec.
L’insegnamento dell’italiano rappresenta un elemento troppo importante per la promozione dell’italianità in un’area così vitale della società canadese e il PICAI una struttura culturale troppo radicata nella storia della nostra comunità perché ci si potesse rassegnare all’irreparabile.
Essendomi da anni impegnata in questa causa e avendo l’intenzione di proseguire a lavorare per un obiettivo che ritengo prioritario, nel Québec e in tutto il Canada, esprimo la mia sincera e profonda soddisfazione per questo esito che, pur parziale, scongiura per il momento brusche cadute all’indietro.
Sento il dovere di ringraziare i dirigenti e i consulenti del PICAI che in questi anni hanno dovuto fronteggiare una situazione certamente complessa e, nello stesso tempo, esprimo la mia riconoscenza ai rappresentanti del Congresso italocanadese per essersi seriamente impegnati, anche finanziariamente, per la ricerca di una positiva soluzione. A chi ha ereditato queste responsabilità a livello dirigenziale dell’ente, auguro di potere consolidare al più presto la strada appena intrapresa, assicurando anche a loro il mio sostegno, così come ho fatto ininterrottamente da quando rivesto incarichi istituzionali.
Ora, non è il caso di dormire sugli allori perché è già in via di definizione il nuovo piano di riparto dei fondi che il MAECI destina agli enti gestori e sarà importante lavorare perché il dialogo dell’ente con le autorità diplomatico-consolari e con gli uffici della Farnesina sia più fluido e realizzativo rispetto al recente passato. In questo senso, per il PICAI e per tutti gli altri enti gestori che agiscono nel Québec, la mia disponibilità è completa.
Ancora una volta, comunque, la reazione positiva dell’intera nostra comunità a Montreal, in tutte le sue più attive articolazioni, si è confermata come la garanzia più sicura per la preservazione e lo sviluppo della presenza italiana in Québec.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

2 – GOVERNO CONTE. A LUGLIO DELLO SCORSO ANNO SONO INIZIATE LE PROCEDURE PER TROVARE IL SOSTITUTO DI ALLEVA. MA IL PROCESSO È STATO POCO TRASPARENTE.
POTERE POLITICO
Mercoledì scorso le commissioni affari costituzionali di camera e senato hanno dato parere favorevole alla nomina del professor Gian Carlo Blangiardo a presidente dell’Istituzione nazionale di statistica (Istat). Una lunga contrattazione, che ha generato non poche polemiche, soprattutto per come il governo Conte ha deciso di affrontare il processo di nomina di Blangiardo.
L’iter che ha portato alla nomina di Blangiardo è stato poco trasparente.
Sicuramente l’iter che porta alle nomine pubbliche in Italia va migliorato, e l’azione dell’esecutivo giallo-verde negli ultimi mesi ne è stata l’ennesima prova. Non sono stati pubblicati i CV raccolti, non è stata fornita una rosa di nomi in lizza, e il nome di Blangiardo voluto dal governo è sempre stato l’unico in ballo. Si è andati contro quanto richiesto dall’Unione europea: una procedura di selezione e nomina trasparente e basata solo su criteri professionali.
COME FUNZIONA L’ITER DI NOMINA
Il presidente dell’Istituto nazionale di statistica è scelto tra i professori ordinari in materie statistiche, economiche ed affini, con esperienza internazionale. Come sancito dal decreto legislativo 322 del 1989, la persona è nominata dal presidente della repubblica tramite un decreto, su proposta del presidente del consiglio dei ministri, e previa deliberazione del consiglio dei ministri. Elemento cruciale di questo iter è il parere delle commissioni parlamentari competenti, che possono procedere anche con l’audizione della persona designata. Per ottenere il via libera delle commissioni è necessario il parere favorevole di 2/3 dei componenti.
A quanto prescritto dalla legge nazionale poi bisogna aggiungere la normativa europea. Il regolamento europeo 223 del 2009, tra le altre cose, richiede un processo di selezione trasparente:
Gli Stati membri garantiscono che le procedure di selezione e nomina dell’organo di vertice degli INS e, se del caso, dei responsabili statistici delle altre autorità nazionali che producono statistiche europee siano trasparenti e basate solo su criteri professionali. Tali procedure garantiscono il rispetto del principio delle pari opportunità, in particolare per quanto riguarda il genere.
– paragrafo 4 dell’articolo 5 – bis del Regolamento (CE) n. 223/2009
COME SONO ANDATE LE COSE
L’iter per trovare il sostituto di Giorgio Alleva è cominciato il 27 luglio del 2018, con la pubblicazione sul sito del ministero per la pubblica amministrazione dell’avviso pubblico per la manifestazione di interesse. Il comunicato richiedeva agli interessati di presentare la propria candidatura compilando un modulo online entro la mezzanotte del 16 agosto.
Con il decreto ministeriale del 5 settembre successivo è stata nominata la commissione competente per la valutazione dei curricula ricevuti. Valutazione che si sarebbe dovuta concludere con la presentazione al ministro per la pubblicazione amministrazione di una terna di nomi ritenuta maggiormente idonea a ricoprire l’incarico in questione.
Consiglio dei ministri dell’8/11/ 2018 – Comunicato stampa
AVVIO DELLA PROCEDURA DI NOMINA.
In esito alla valutazione, la Commissione sottopone l’elenco dei tre candidati ritenuti maggiormente idonei a ricoprire l’incarico al Ministro per la pubblica amministrazione, il quale, ove ritenuto opportuno, potrà procedere alla loro audizione.
– Art. 2 comma 6 – DM 5/9/2018 di costituzione della commissione per designazione Presidente ISTAT
L’8 novembre del 2018 poi il ministro Giulia Bongiorno ha portato in consiglio dei ministri il nome del professore Gian Carlo Blangiardo come quello scelto per ricoprire l’incarico di presidente dell’Istat. Designazione che è stata poi sottoposta, come prescritto dalla legge, al parere delle commissioni competenti. L’iter in parlamento è quindi cominciato il 13 novembre successivo, dando il via ad una serie di sedute, terminate il 30 gennaio del 2019 con il parere favorevole delle commissioni affari costituzionali di Montecitorio e Palazzo Madama. A favore di Blangiardo ha votato la maggioranza parlamentare con l’appoggio di Forza Italia.
COSA NON HA FUNZIONATO
Il problema principale di questo processo, come spesso avviene quando si affrontano le nomine pubbliche, è la poca trasparenza del tutto, e la sensazione che l’iter di selezione sia stato “direzionato” sin dall’inizio.
Dopo la call pubblica non si sono più avute notizie su come stessero procedendo i lavori della commissione. Non è stato annunciato il numero di CV ricevuti, e soprattutto non è stata data nessuna comunicazione ufficiale sulla terna di nomi scelta. Critiche anche al centro di un comunicato del sindacato CGIL interessato:
Non è stata pubblicata la lista dei candidati e abbiamo appreso i tre nomi selezionati dalla commissione predisposta dalla ministra Bongiorno dalla stampa. E il fatto che il nome finale sia lo stesso annunciato all’inizio lascia pensare che possa essere stata una mera operazione di facciata
– Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL – 24 luglio 2018
Anche se sui giornali erano circolati altri nomi, da parte del ministero della pubblica amministrazione non erano arrivate notizie sulla conclusione dei lavori della commissione incaricata. Il tutto era stato lasciato in sospeso, fino alla presentazione ufficiale del nome di Blangiardo in consiglio dei ministri.
NEL 2014 FU PRESENTATO L’ELENCO DEI CANDIDATI, QUESTA VOLTA NO.
Già nel 2014, quando il processo di selezione portò alla nomina di Alleva, le cose andarono differentemente. A seguito dell’avvio dell’iter per la scelta del presidente infatti, era stato pubblicato l’elenco delle 40 persone che avevano dimostrato interesse. Cosa che questa volta invece non è avvenuta. Nel stesso periodo del 2014, tra le altre cose, il governo pubblicò anche l’elenco delle 213 persone che avevano dimostrato interesse per la carica di componente dell’Anac, l’autorità nazionale anti corruzione.
Presidenza Istat nel 2014, persone che avevano dimostrato interesse
Vedi l’elenco.

3 – FITCH CONFERMA L’OUTLOOK NEGATIVO PER L’ITALIA E LANCIA L’ALLARME: POSSIBILI ELEZIONI ANTICIPATE. Nuovo allarme sull’economia italiana. L’agenzia di rating Fitch conferma l’outlook negativo: “Possibilità di elezioni anticipate”. ROMA – Fitch lancia un chiaro allarme sull’economia italiana. L’economia di rating americana conferma il giudizio sul nostro Paese con il rating BBB e l’outlook negativo. Con questo report si evita il downgrade per i conti ma la situazione continua molto difficile. PUBBLICITÀ Nella nota dell’agenzia americana si evidenziano le criticità di alcune riforme come per esempio il Decreto Dignità mentre i punti di forza sono l’economia diversificata e il reddito pro capite medio. Fitch prevede una crescita nel 2019 del PIL italiano dello 0,3%.
“Le tensioni nella colazione – si legge nel report dell’agenzia riportata dal sito Repubblica – di governo e la possibilità di elezioni anticipate aggiungono incertezza sulle politiche economiche e di bilancio. Le differenze ideologiche tra il Movimento 5 Cinque Stelle e la Lega probabilmente aumenteranno queste tensioni“.

4 – LA MARCA (PD): QUESTA MAGGIORANZA VUOLE CANCELLARE ELETTI ESTERO. DA GOVERNO GIALLOVERDE NEANCHE UNA COSA POSITIVA PER NOSTRI CONNAZIONALI. LA MARCA (PD): QUESTA MAGGIORANZA VUOLE CANCELLARE ELETTI ESTERO Roma, 22 feb. (askanews) – Il governo gialloverde non ha fatto “neanche una cosa positiva” per gli italiani all’estero. Lo afferma, in un’intervista ad Askanews, la deputata del Pd eletta nella circoscrizione Centro e Nord America, Francesca La Marca. Questo è il primo governo che ha un italiano eletto all’estero tra i suoi componenti. Come giudica ciò che è stato fatto per i connazionali in questi mesi? “Devo esprimere la mia delusione. E’ vero che abbiamo un esponente del governo eletto con il Movimento associativo italiano all’estero, ma non si è visto alcun risultato. Anzi, non abbiamo fatto solo un passo indietro, ma dieci. Vorrei ricordare che le due leggi di bilancio fatte dal governo Renzi e Gentiloni sono state le migliori in assoluto da quando esiste la circoscrizione estero: fondi per la lingua e la cultura italiana, per le camere di commercio, Comites e Cgie. Qui non si fa altro ch tagliare”. A proposito di tagli, quello dei parlamentari previsto dalla modifica costituzionale in esame riduce anche il numero degli italiani eletti all’estero, da 18 a 12. Che ne pensa? “E’ una cosa assurda. Una ripartizione come la mia, che copre un continente e mezzo in cui vengono eletti due deputati e un senatore per 450 mila elettori, non può essere ridotta a scegliere solo un deputato. E’ l’ennesima ipocrisia del governo giallo-verde: piuttosto dicano ‘non crediamo nella circoscrizione estero’ come ha fatto Calderoli, ma mantenerla e ridurre il numero così è una presa per i fondelli. Come si può rappresentare correttamente un continente con un solo deputato? Abbiate l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno. In Europa e in Nord America soprattutto sono molto delusi da questa scelta perché è la goccia che fa traboccare il vaso ed è la dimostrazione che non c’è alcun riguardo per gli italiani all’estreo. Io non possono nominare nemmeno una cosa positiva che ha fatto il governo gialloverde per gli italiani all’estero”. Comites e Cgie hanno espresso già la loro contrarietà verso questa riforma. Cosa si sente di dirgli? “Io continuerò a battermi su questo punto, hanno ragione a esprimere le loro critiche. Posso fare un altro esempio: sia Portogallo che Spagna hanno consultato le loro comunità in Venezuela quando si è trattato di decidere se sostenere la presidenza ad interim Guaidò contro Maduro. L’Italia non lo ha fatto, eppure ha una comunità storica e consolidata in Venezuela. Non solo ha preso la decisione che ha preso, rimanendo fuori dal resto dei Paesi europei e occidentali, ma non si è nemmeno degnata di consultare le nostre comunità in Venezuela. Questa è ancora una volta la dimostrazione che non c’è alcun rispetto epr gli italiani nel mondo da parte di questo governo”.

5 – COFFERATI: «PER L’EUROPA UNA CONVERGENZA ROSSO-VERDE»
Intervista/Elezioni del 26 maggio. L’eurodeputato: la sinistra che vuole cambiare l’Unione, non sfasciarla, si unisca. De Magistris sbagliava a alleare forze fra loro incompatibili. Con il Pse non si può, è stato un partito del rigore. L’alleanza con +Europa è contro natura. Pizzarotti? Non ha mai detto una parola concreta su questo tema. Sergio Cofferati di Daniela Preziosi, del 22.02.2019

D – SERGIO COFFERATI (EUROPARLAMENTARE, INDIPENDENTE NEL GRUPPO S&D), PER LE ELEZIONI EUROPEE A SINISTRA DEL PD FIN QUI NON SIETE RIUSCITI A QUAGLIARE. FINIRÀ CHE CI SARÀ SOLO IL FRONTE REPUBBLICANO DI CALENDA?

R – A sinistra è necessario partire da un punto diverso da quello da cui sono partiti i tentativi di questi ultimi mesi. In Europa ci sono famiglie politiche che in questi anni hanno svolto ruoli diversi, spesso antitetici. Nell’area progressista le maggiori convergenze si sono viste fra la sinistra e i verdi. Mentre i rapporti degli uni e degli altri con i socialisti sono stati marginali. Sinistra e verdi sono due famiglie politiche con radicamento storico, europeiste convinte. Ma vogliono modificare quello che non va nei Trattati.

D – AUSPICA UN’ALLEANZA FRA VERDI E SINISTRA?

I verdi italiani non sono rappresentati a Bruxelles, a parte un ex 5 stelle. Ma nella storia europea la collaborazione fra verdi e sinistra è un tratto consolidato. Bisogna avere una comune proposta fra le forze di sinistra e riproporre la collaborazione fra la rappresentanza del Partito della sinistra europea in Italia e quella dei verdi europei. Si tratta poi di stabilire le norme elementari di un rapporto fra formazioni diverse.

D – CONCRETAMENTE, PROPONE UNA LISTA ROSSOVERDE?

R – Sì, che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi.

D – MA UNA VOLTA ELETTI A CHE FAMIGLIA APPARTEREBBERO?

R – Potrebbero scegliere liberamente. Non è indispensabile stare nello stesso gruppo. Anzi la convergenza fra gruppi distinti è persino più efficace.

D – Ma la gamba sinistra di questa eventuale convergenza fin qui non c’è. Il sindaco De Magistris voleva mettersi a capo di una lista unitaria ma ci ha rinunciato.

R – De Magistris di Europa non ha mai parlato, se non genericamente. La sua attenzione è per le regionali e le europee gli erano utili per la visibilità, lo ha detto apertamente. Per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.

D – Distruttivo? Pap è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.

R – Noi siamo contro alcuni Trattati. Pap non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa.
Torniamo alla sinistra europeista, ma – capisco – di un europeismo incompatibile con quello del Pd e di Calenda.
Calenda non guarda all’Europa ma all’Italia. E auspica rapporti con le parti che hanno grandi responsabilità nella crisi dell’Unione. Non solo i popolari ma anche i socialisti. Basti pensare che il loro candidato presidente, l’olandese Timmermans è stato vicepresidente della Commissione e non ha mai obiettato alcunché contro il rigore.

D – QUINDI LEI, INDIPENDENTE NEL GRUPPO DEI SOCIALISTI, DICE: NESSUNA COLLABORAZIONE CON I SOCIALISTI? MDP, PER DIRE, LA PROPONE.

R – Liberi di farlo. Ma non vedo come possa esserci convergenza con chi ha sostenuto tutte le politiche del rigore. Nella prima parte del mandato Ppe e Pse governavano insieme l’Unione.

D – IL PD PUNTA AD ALLEARSI AL PPE PER STRAPPARLO DALL’ABBRACCIO CON I SOVRANISTI. È UN PROBLEMA CHE LEI NON SI PONE?

Ma tentare quest’operazione con i soggetti che hanno creato le condizioni per la vittoria dei sovranisti ha una logica?
In Italia alcuni ambientalisti guardano a Italia in Comune e +Europa.
Per i verdi allearsi con +Europa è contro natura. Sono un partito di centro con posizioni spesso conservatrici. Quanto al sindaco Pizzarotti, anche lui parla di Europa ma pensa all’Italia. E cosa pensi dell’Europa non lo so, non l’ho mai sentito dire una parola concreta su questo.

D – LE INCERTEZZE NEL CAMPO PROGRESSISTA RISCHIANO DI FARVI PERDERE L’OCCASIONE DELLA CRISI DEI 5 STELLE?

R – Il pericolo c’è. Ma se non mettiamo una proposta di merito al centro daremo la sensazione di lavorare per aggregazioni che sono solo tentativi di risolvere questioni nazionali.

I 5 stelle che a Bruxelles restano senza famiglia.

Non ce l’ hanno e non sarà facile per loro trovarla. Formazioni politiche che hanno il loro orientamento non ce n’è. Ammesso che si possa definire quale sia il loro orientamento.

D – LEI ERA IN AULA A STRASBURGO QUANDO IL PREMIER CONTE È STATO ATTACCATO DAI GRUPPI PARLAMENTARI. CHE IDEA SI È FATTO DI QUELL’EPISODIO?

R – Nell’aula, i banchi dei leghisti e dei 5 stelle erano vuoti. Insomma il presidente era solo, non aveva il sostegno neanche delle forze del suo governo. È l’immagine emblematica di un paese isolato. Il discorso del presidente era fatto bene, ma non corrispondeva affatto alle politiche del governo italiano, dall’economia ai rapporti con l’Unione. Nel dibattito, il reciproco rispetto è sempre importante. Rispetto che mancò da parte dei leghisti quando Renzi venne in parlamento: si alzarono e andarono a sedersi alle sue spalle per sfotterlo. Così come è mancato il rispetto per Conte nelle parole che ha usato Guy Verhofstad (dell’Alde, gli ha dato del «burattino», ndr). Le obiezioni politiche ci stanno, ma se usi quelle parole diventa uno sbeffeggiamento.

D – QUELL’IMMAGINE È ANCHE EMBLEMATICA DELLA PERDITA DI CREDIBILITÀ DELL’ITALIA O È FISIOLOGICA DIALETTICA POLITICA PRE VOTO?
R – Purtroppo abbiamo perso di credibilità. Far prevalere la narrazione sui fatti concreti rende più vistose le contraddizioni e non aiuta a costruire rapporti fra i paesi, soluzioni ai problemi. Quando le cose vanno male, e all’Italia stanno andando male, bisogna avere il coraggio di dire la verità.

6 – CARO PRESIDENTE, IL SUO SILENZIO, LA NOSTRA SOLITUDINE, di Piero Bevilacqua del 22.02.2019

CARO PRESIDENTE MATTARELLA, spero non le appaia troppo irriverente e irrituale inviarle una lettera pubblica. Avrei potuto chiamare a supporto di quanto sto per scrivere autorevoli firme. Per togliere il carattere apparentemente personale alle mie parole. Non l’ho fatto, non perché non creda alla funzione degli appelli – la democrazia vive anche di routine, specie quando funziona – ma perché anche simbolicamente voglio qui interpretare la figura del singolo cittadino e prendermi l’esclusiva responsabilità di quanto scrivo.

Seguo da mezzo secolo le vicende del mio Paese, sia come partecipe osservatore delle dinamiche politiche quotidiane , sia come storico dell’età contemporanea.

E dunque credo di poter affermare con drammatica sicurezza che mai si era verificata in Italia, fino ad oggi, un’operazione di aperta eversione dello Stato repubblicano, tenuta sotto silenzio per mesi dalle forze politiche promotrici, nella disinformazione generale dell’opinione pubblica, nel silenzio dei partiti, nella sordina di quasi tutta la grande stampa, nella totale disattenzione della televisione pubblica.

Il progetto di legge sulla cosiddetta “’autonomia differenziata”, riguardante le regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia, arrivato alla discussione ufficiale nel Consiglio del ministri del 14 febbraio scorso, è infatti questo: un progetto di disarticolazione dell’unità nazionale, affidato alla diseguale redistribuzione delle risorse fiscali e alla attribuzione di speciali potestà, alle regioni suddette, in ben 23 materie.

Non entro nel merito analitico del costrutto giuridico e del suo carattere eversivo, benché abilmente camuffato come un normale percorso di rafforzamento delle autonomie amministrative. Studiosi della materia con ben maggiori competenze delle mie, l’hanno ampiamente fatto su questo giornale e su altri organi di stampa. E del resto, in prossimità del Consiglio del ministri, anche i media nazionali si sono profusi in informazione quotidiana, quando l’argomento si prestava al corrivo gossip giornalistico sulle difficoltà e i contrasti che la legge apriva all’interno del governo e nei partiti.

Si tratta di una informazione drammaticamente tardiva, anche se oggi appare preziosa, ma che sarebbe stata vana se l’iter legislativo non si fosse momentaneamente inceppato.

E infatti questo è l’altro aspetto inquietante dell’operazione semiclandestina di secessione padana camuffata da routine amministativa. Il fatto cioè che essa è realizzabile – grazie a una disposizione prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione – senza dibattito parlamentare, vale a dire tramite la completa marginalizzazione dell’organo legislativo, destinato a rappresentare la volontà del popolo italiano.

Tre regioni possono stravolgere la Costituzione e disfare l’ordito unitario dello stato nella completa disinformazione, ma anche nell’ impotenza dei cittadini.

E allora, caro Presidente, com’è stata possibile questa allarmante falla? Debbo ricordare che il disegno eversivo è stato solitariamente denunciato, contribuendo non poco al suo momentaneo arresto, soltanto da pochi, sparuti studiosi che da mesi sono impegnati allo stremo nella più scoraggiante solitudine.

Si tratta di quegli intellettuali, in gran parte docenti universitari, che Matteo Renzi e il suo governo hanno cominciato a dileggiare come “professoroni,” facendo ormai scuola e senso comune. Il sapere e le competenze specialistiche derisi come vecchiume libresco, da sostituire con la fresca improntitudine “popolare” del politico che sa adattarsi alle circostanze.

Ma come è stato possibile tutto questo? E’ cosi fragile oggi il nostro organismo costituzionale, l’architettura dei nostri ordinamenti civili, da dovere essere puntellata, in un momento così grave della vita nazionale, da un pugno disperso di cittadini?

E allora, caro Presidente, siamo in un frangente delicato della nostra storia che può decidere dell’unità o della frantumazione avvenire della comunità nazionale, della sua riduzione a un mosaico di statarelli regionali in rissa e competizione perpetua. E non posso non chiederle che posto conserveremo in Europa se una gran parte del Paese, il Mezzogiorno, verrà messo ai margini della vita economica e sociale.

Lei incarna l’unità dell’Italia. Sono rispettoso e consapevole dei suoi limiti operativi e dei suoi obblighi istituzionali. Ma può la sua azione, in tale circostanza, limitarsi a una eventuale diniego di apporre la sua firma alla legge?

Può ancora rimanere in silenzio, caro Presidente, mentre l’Italia corre un rischio così grave, destinato a pesare in maniera tanto rilevante sulla nostra vita e su quella dei nostri figli?

6 – «TROIKA DI TIRANNI»: CAPITAN AMERICA DIROTTA SU CUBA, AMERICHE. DOPO AVER DEVASTATO IL MEDIO ORIENTE, L’AMMINISTRAZIONE USA SPOSTA L’ATTENZIONE SUL NUOVO “ASSE DEL MALE”: CUBA, NICARAGUA E VENEZUELA. TRUMP RESUSCITA LA DOTTRINA MONROE E LA LANCIA CONTRO IL CONTINENTE PIÙ STABILE DEGLI ULTIMI VENT’ANNI, di Roberto Livi, del 23.02.2019
«I giorni del socialismo e del comunismo sono contati, non solo in Venezuela ma anche a Cuba e in Nicaragua». Nel suo discorso all’Università di Florida lo scorso lunedì Donald Trump ha messo in chiaro quale sia la strategia della sua amministrazione.

Eliminare il socialismo – «teoria basata sull’ignoranza» – in tutta l’America latina. Teoria e pratica, quella «comunista», che ha un suo epicentro nell’isola di Cuba. Per questa ragione The Donald I ha definito il presidente venezuelano Maduro «una marionetta di Cuba», mentre per la sua squadra di falchi neocons – assistiti dal senatore (cubano-americano) della Florida Marco Rubio – i “pretoriani” del socialismo bolivariano sono in realtà «24mila agenti cubani» che «controllano» i servizi segreti e i vertici militari del Venezuela.

La guerra umanitaria che inizia oggi alle porte della città di Cucúta, al confine tra Colombia e Venezuela (e si estende ai confini con il Brasile e alle Antille olandesi nei Caraibi), si inquadra in questa strategia dell’amministrazione Trump, che ha come scopo quella di riprendersi l’America latina il cui «destino manifesto» è di essere un’appendice degli Stati uniti, la più grande democrazia cristiana del mondo.

Perché questo destino messianico si avveri bisogna sconfiggere – secondo il consigliere per la sicurezza nazionale John R. Bolton – la «Troika dei tiranni» (Raúl Castro, attraverso l’attuale presidente cubano Díaz-Canel, Maduro, e il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega) responsabili della «sofferenza» dell’America latina.

L’amministrazione Trump non solo resuscita la dottrina Monroe (il presidente Usa che nell’Ottocento, contro il colonialismo europeo, rivendicava «l’America agli americani», ovviamente bianchi e possibilmente wasp) ma la inserisce in un contesto globale di conflittualità permanente per imporre gli Usa come potenza unica e contenere l’avanzata della Cina.

È la sostanza dell’American first and only America first, base del cesarismo di Donald Trump alimentato da quel Midwest evangelista e suprematista bianco che odia il liberalismo «socialista».

Venezuela, Cuba e Nicaragua vengono dunque inclusi in quell’«Impero del male» (The Devil Empire) evocato nel 1983 nel corso della 41° Convenzione dell’Associazione nazionale evangelica dall’allora presidente Ronald Reagan il cui obiettivo era sconfiggere l’Unione sovietica e far trionfare le teorie neocon: il neoliberismo dei Chicago boys di Milton Friedman irrorato dall’anticomunismo militante delle Chiese fondamentaliste evangeliche.

Dopo essere rimasto nel cassetto dell’ufficio ovale della Casa bianca (e del Pentagono) è toccato al presidente George W. Bush – eletto nel 2000 grazie al voto di 14 milioni di evangelici bianchi (il 40% dei voti ricevuti) – rispolverare la necessità di abbattere il grande Male. Per questo, per riassumere «le valide ragioni» per invadere l’Iraq di Saddam Hussein, David Frum, l’estensore dei discorsi del presidente, creò le famose parole «l’asse del male», Axis of Devil, che hanno sconvolto come uno tsunami mezzo mondo provocando, anche con la benedizione di organismi internazionali, centinaia di migliaia di vittime.

Dopo aver distrutto l’Iraq e destabilizzato il Medio Oriente – l’asse del male si è esteso presto a Iran, Libia e Siria ma anche con incursioni in Corea del Nord, Birmania e Zimbabwe – è toccato a Bolton cambiare area geografica e trasferire l’asse del male negli (ex) dolci Caraibi. Con la prospettiva di destabilizzare tutto il sub continente latinoamericano che da quasi vent’anni, grazie a una serie di governi progressisti, è stata una delle aree più stabili del pianeta.

Gli aiuti umanitari costituiscono il cavallo di Troia per proseguire il «Golpe maestro» messo in atto da mesi per «destabilizzare il Venezuela bolivariano in tutti gli ambiti: sociale, economico e politico; per generare una situazione di caos e violenza che induca la popolazione ad accettare un intervento esterno», anche militare, secondo un documento presentato alla fine dell’anno scorso dall’ammiraglio Kurt Tidd, comandante in capo del Comando Sud degli Usa.

L’autoproclazione di Guaidó come presidente ad interim ha costituito l’inizio della fase conclusiva di tale piano. Che non prevede accordi e trattative.

«Captain America è in Venezuela», scriveva in un Twitter il 10 febbraio un fan venezuelano del super eroe e giustiziere statunitense con una foto di una striscia di fuoco che attraversava il cielo di Caracas. In quel giorno un meteorite aveva attraversato il cielo del Caribe.

Ed è proprio il simbolo della giustizia made in Usa che il senatore Marco Rubio ha evocato come minaccia ai militari che si opporranno all’ingresso degli «aiuti umanitari» in Venezuela: dovranno fuggire per tutta la loro vita perseguitati dal captain america di turno. Come scriveva Goethe, contro la stupidità anche gli dèi lottano invano.

7 – Il Brasile e la mostruosità che avanza.
La crudeltà interpersonale, l’aggressività quotidiana, sublimata da tutto ciò che rientra nella norma del vivere civile, è ripresa e ripetuta in quella sorta di crudeltà contro-violenta di colui al quale abbiamo delegato il ruolo di autorità: dal pater familia, allo Stato. Se la crudeltà di uno si amalgama al sentimento di tutela e affetto, la crudeltà dell’altro invece non ha mezzi termini, e sempre si esprime ai massimi livelli.

Lo diceva già un importante ministro dei tempi della dittatura davanti alla soppressione dei diritti civili: non ho paura dei generali, dei colonnelli, dell’esercito; ho paura del vigile urbano sotto casa. Eccolo il vigile urbano, davanti agli occhi di un paese che si finge attonito ma in realtà permette e fomenta la sua azione, indignandosi meno, molto meno di quello che invero dovrebbe e potrebbe. Non è un vigile urbano, ma un sorvegliante, una guardia giurata, uno dei tanti vigilantes che vediamo dappertutto, ai portoni dei palazzi, nelle garitte dei quartieri bene, davanti ai centri commerciali.

Creare consenso è facile, facilissimo, soprattutto intorno a una buona causa come lo è il desiderio di ordine e tranquillità. E se si aspira a ciò, tutto il potenziale pericolo lo si allontana con quell’aggressività di chi difende i suoi interessi sopra ogni cosa, non importa a che prezzo. Anzi, più alto è il prezzo, maggiore è il rispetto ottenuto, più alto è il prezzo e maggiore la dose di violenza possibile da usare per difendersi.

Abbiamo costruito castelli in cui il mondo di Hobbes si fonde all’incubo di Kafka, in cui la pulsione di morte repressa di Freud viene delegata a chi di dovere: Protego ergo obligo. Il ragazzo è immobilizzato totalmente. Sopra di lui i cento chili di una forza sovrumana vestita di nero lo schiacciano a terra. Il ragazzo ormai cianotico non si muove più. La madre urla. La forza bestiale mentre lo uccide si guarda intorno, cerca il consenso dei presenti. I clienti del supermercato filmano col cellulare. Io qui ad assistere su youtube. I presenti filmano, la madre urla. I colleghi del vigilante legano i piedi del ragazzo soffocato affinché non offra pericolo. Ma è già morto. Arriva l’ambulanza, non c’è più niente da fare.

Secondo il vigilante voleva rubare e dopo essere stato colto sul fatto ha pure tentato di afferrare la pistola dalla guardia. Le immagini delle telecamere di sicurezza smentiscono. Era un ragazzino esile, diciannove anni, in compagnia della madre al supermercato. Morto soffocato dal corpo di un vigilante che non avrebbe mai potuto esercitare quel mestiere. Già condannato per aggressione, appassionato di armi, elettore di Bolsonaro. La sua pagina di Facebook lo ritrae con la pistola puntata verso chi guarda, nel tipico gesto del suo presidente che ha impostato la sua campagna elettorale sullo slogan “l’unico bandito buono è quello morto”.

L’occasione per trasformare le parole in fatti si materializza in Pedro Henrique Gonzaga. La terribile sequenza fotografica dice che il corpo è una maniera di sperimentare il tempo. Il corpo è la morte viva che dà la morte. Il corpo di Pedro Henrique Gonzaga avvinghiato a quello gigantesco del suo assassino nell’abbraccio della morte. Muore Pedro. Muore il paese intero. Ma un popolo lo si può uccidere in molti modi. Fisicamente, moralmente, spogliandolo della sua dignità, rendendolo schiavo, privandolo della sua storia e della sua cultura. La guardia del supermercato è un assassino istigato dalle parole presidenziali. E queste parole parlano di morte anche quando dicono altre cose, anche quando individuano nemici in persone con idee diverse dalle sue, anche quando esortano a liberarsi da “ideologie nefaste”.

Lo hanno sempre detto: le università servono a formare militanti politici, noi vogliamo che il paese torni ad incutere rispetto. Alcune scuole di Brasilia sono ormai sotto il diretto controllo dell’esercito. I ragazzi in uniforme, capelli corti o raccolti dietro la nuca, plotone in riga ascoltano il discorso del comandante: imparerete alcuni aspetti della dottrina militare, ad amare la vostra bandiera, a battere i tacchi e mettersi sull’attenti, imparerete a marciare. È stata creata la Segreteria Nazionale per la Militarizzazione delle Scuole. Combattere le ideologie nefaste è una cosa molto seria. Nei posti chiave del ministero della pubblica istruzione, tre generali e due colonnelli coordinano i lavori. Il ministro dice che per evitare che i brasiliani all’estero si comportino come cannibali è doveroso introdurre lo studio dell’educazione morale e civica, come si faceva cinquant’anni fa, quando si aveva – e di doveva avere – paura dell’arbitrio di un semplice vigile urbano, padrone della vita e della morte, come lo è oggi un vigilante di supermercato.

I ragazzi nel cortile della scuola allineati come vigilantes di un supermercato pieno di gente armata di cellulare il corpo rigido dei soldati a sorvegliare ragazzi in vigilia davanti alla bandiera che verdeoro non è più ma rossa come il sangue del corpo di un ragazzo che giace morto sotto il massiccio corpo di un vigilante dal corpo vivo ma già morto. Nel cuore morto di una nazione che rinunciando alla vita sceglie la morte, sull’attenti, all’alzabandiera, davanti ai tacchi e la pistola di un generale.

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