19 02 09 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

1 – La Costituzione è ancora un bene comune o no ?
2 – Deputati pd estero: solidarietà e speranza per la comunità italiana in Venezuela
3 – Parlamentari pd estero: la maggioranza approva al senato la riduzione degli eletti nella circoscrizione estero. Un governo contro gli italiani nel mondo.
4 – La Marca (PD): ho presentato alla camera una mozione sul contributo degli italiani all’estero alla ripresa e allo sviluppo del mezzogiorno comunicato
5 – Schirò (PD): il governo risponde alla mia interrogazione sul reddito di cittadinanza senza sentire altre ragioni e senza accettare il dialogo sugli italiani all’estero
6 – Francia-Italia ad alta tensione. Richiamato l’ambasciatore a Roma.
Diplomazia. Parigi richiama l’ambasciatore a Roma, per consultazioni. “situazione grave, senza precedenti dalla guerra” dopo una serie di episodi: l’ultima goccia è la visita a sorpresa di Di Maio a un gruppetto di gilet gialli martedì’. La lunga serie di sgarbi. Lo scontro politico per le europee.
7 – Theresa May torna a Bruxelles, il suo personalissimo «purgatorio»
Brexit. Da Corbyn arriva una lettera con i punti sui quali il Labour è disposto a collaborare.

1 – LA COSTITUZIONE È ANCORA UN BENE COMUNE O NO ?
Il referendum che ha bocciato le modifiche della Costituzione targate Renzi è del 4 dicembre 2016, eppure sono in arrivo nuove proposte di modifica. E’ un virus che colpisce chi entra a palazzo Chigi ?
L’Italia è in recessione, il governo dovrebbe dedicarsi a questo grave problema, invece pensa a modificare la Costituzione. Presentare le modifiche separatamente, o come attuative, non riesce a nascondere la logica che le lega, puntando a modificare l’assetto istituzionale definito dalla Costituzione, con il rischio di aprire ad altri, più pesanti rivolgimenti.
Referendum propositivo. Potrebbe essere un arricchimento della partecipazione dei cittadini ma la legge proposta, anche se migliorata, non riesce a nascondere il peccato originale: la contrapposizione tra democrazia rappresentativa (il parlamento) e diretta (il referendum). Altro sarebbe costruire una sinergia, ma il nucleo forte è l’opposto.
Riduzione dei parlamentari. La riduzione è motivata solo con la diminuzione dei costi, mentre il punto principale è il ruolo di rappresentanza che il parlamento deve svolgere. Senza dimenticare che la maggioranza giallo verde ha la responsabilità di avere usato decreti e voti di fiducia come i predecessori e per di più di avere costretto deputati e senatori a votare la legge di bilancio senza conoscerla e poterla modificare. Il governo aveva aperto un aspro conflitto con la Commissione Europea sulla legge di bilancio e all’improvviso ha deciso un repentino dietro front, cambiandola in profondità per adeguarla all’accordo con la CE, costringendo il parlamento a votare il nuovo testo senza leggerlo né modificarlo, a scatola chiusa. Certo, i parlamentari hanno subito il diktat del governo perchè in realtà sono sostanzialmente nominati dall’alto e non rispondono del loro operato ai cittadini.
Per questo la priorità da affrontare, prima di parlare di modifiche della Costituzione, è la legge elettorale, che dovrebbe essere rivoluzionata, restituendo ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentanti in parlamento. Per la Camera a Cagliari ha votato solo il 15 % e questo squaderna la contraddizione tra proposte come il referendum propositivo, che dovrebbe fare partecipare i cittadini, e una legge elettorale che invece con certezza li allontana dal voto.
La riduzione del numero dei parlamentari alzerebbe anche la soglia elettorale, facendo strage delle formazioni più piccole, riducendo rappresentanza e qualità.
Obbligo di mandato per i parlamentari, modifica della Costituzione che toglierebbe loro la possibilità di decidere come votare.
Decentramento di poteri e soldi alle Regioni. Interpretando l’articolo 116 nel modo peggiore il decentramento di poteri e soldi alle Regioni targato Lega può compromettere diritti costituzionali fondamentali come il diritto all’istruzione, alla salute, al lavoro, alla previdenza, ecc.

Non è un mistero che la richiesta di maggiori poteri mira a riportare soldi nelle aree più ricche togliendoli inevitabilmente a quelle che più ne hanno bisogno. I diritti costituzionali diventerebbero così diversi da regione e a regione. E’ grave che si parli di decentramento senza prima avere definito cosa sono e come vengono garantiti i diritti fondamentali delle persone in tutto il territorio nazionale.

Per di più è stata fatta una trattativa separata del governo con le singole regioni, senza coinvolgere le altre e le leggi attuative degli accordi non potrebbero essere modificate dal parlamento ma solo approvate a scatola chiusa. Senza dimenticare che queste leggi potrebbero essere modificate solo con l’accordo delle regioni interessate, né potrebbero essere sottoposte a referendum abrogativo. Così parte del bilancio dello stato e del personale passerebbero alle Regioni, prefigurando ad esempio sanità e scuola diverse da regione a regione, mettendo in crisi questi ed altri capisaldi dell’unità nazionale.
Ce n’è abbastanza per denunciare che la Costituzione è sotto tiro. E’ evidente che c’è un disegno di insieme e che tuttora vengono sottovalutati gli effetti sconvolgenti che potrebbe avere. Dopo modifiche di questo spessore nessuno si dovrà meravigliare se qualcuno rilancerà il presidenzialismo e a quel punto il tentativo di snaturare la nostra Costituzione farà un salto senza ritorno.
Profezia negativa ? Meglio pensarci ora, prima che sia tardi. Le energie che si sono mobilitate per il referendum del 2016 debbono riprendere l’iniziativa con una richiesta di fondo: fermatevi, cambiare la Costituzione è un atto grave. In ogni caso ai cittadini va garantito il diritto di votare con il referendum previsto dall’articolo 138. Nel 2011 la modifica dell’articolo 81 è stata approvata con i 2/3 dei parlamentari proprio per impedire il referendum, non deve ripetersi. Alfiero Grandi http://www.jobsnews.it/2019/02/alfiero-grandi-la-costituzione-e-ancora-un-bene-comune-o-no/

2 – DEPUTATI PD ESTERO: SOLIDARIETÀ E SPERANZA PER LA COMUNITÀ ITALIANA IN VENEZUELA.
Il grazie che il dittatore Maduro ha inviato a “Roma” per la solidarietà ricevuta va girato senza esitazioni al governo 5Stelle-Lega-Maie, assieme ai complimenti per avere isolato l’Italia rispetto all’Europa e per avere impedito che tutti i 28 partner europei convergessero sulla posizione di riconoscere al Presidente del Parlamento la responsabilità di guidare la transizione verso democratiche elezioni. Una pagina nera per la diplomazia italiana e per il Paese, che dal dopoguerra ad oggi non si è trovato mai così distante dai suoi alleati storici su una scelta di democrazia.
I rappresentanti della grande maggioranza della comunità italiana in Venezuela non a caso hanno scelto un interlocutore più serio e credibile, chiedendo comprensione e aiuto al Presidente Mattarella in una lettera firmata dalla federazione dei circoli italiani (venti in tutto il Paese), dalla Camera di Commercio italiana in Venezuela e dall’associazione dei giovani italo-venezuelani.

Intanto, il Ministro degli esteri Moavero Milanesi viene richiamato all’ordine, il Sottosegretario Di Stefano paga la cambiale degli appoggi maduristi al movimento pentastellato facendosi crociato del principio di non ingerenza a livello globale, il Sottosegretario Picchi dice e non dice e il Sottosegretario Merlo, che ha presentato la sua nomina come una svolta storia per le comunità italiane del Sud America, farfuglia impotente e inessenziale. E tutti fingono di non capire che il Parlamento venezuelano (monocamerale) è l’unico organismo legittimato da un voto democratico a guidare la transizione e che il riconoscimento di Guaidò in quanto presidente di tale organismo non è una scelta personale e di parte, ma il sostegno a una prospettiva di ripristino della legalità democratica in un Paese martoriato. Diranno poi i venezuelani, attraverso il loro libero voto, a chi vorranno affidare le sorti del loro Paese.

I nostri connazionali in Venezuela sappiano, comunque, che in Italia e nel mondo vi sono milioni di italiani che tra dittatura e democrazia sanno bene cosa scegliere, milioni di italiani che in queste ore guardano a loro con solidarietà e speranza, pronti a fare ogni sforzo per assecondare il ritorno del loro grande Paese sulla strada della libertà e della ripresa economica e sociale.
I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

3 – PARLAMENTARI PD ESTERO: LA MAGGIORANZA APPROVA AL SENATO LA RIDUZIONE DEGLI ELETTI NELLA CIRCOSCRIZIONE ESTERO. UN GOVERNO CONTRO GLI ITALIANI NEL MONDO

Ora tutto è più chiaro. La maggioranza gialloverde ha approvato al Senato la legge costituzionale che riduce del 36,5% il numero dei parlamentari e, con essa, quello degli eletti all’estero, che da 18 passano a 12 (8 + 4).

Respinto l’emendamento dei senatori PD, che chiedeva di non intaccare il numero già basso di 18 eletti, in linea con le richieste che in queste settimane sono venute dalle nostre comunità e dal Consiglio generale degli italiani all’estero, intervenuto formalmente più volte per scongiurare tale esito. Il nostro emendamento è stato sostenuto anche da Forza Italia e da Fratelli d’Italia, che però hanno poi votato a favore dell’intero provvedimento.

Il MAIE, che non ha detto una parola durante l’intero iter parlamentare ed è stato assente alle votazioni, fedele alla regola: stare sempre dalla parte del più forte e del potere, ma non assumersi mai una responsabilità, nemmeno quando sono in gioco i diritti fondamentali degli italiani all’estero.

Tutto è più chiaro, si diceva, non solo in relazione alle posizioni dei gruppi parlamentari. Non è stato, infatti, un incidente di percorso, ma un progetto di ridimensionamento della rappresentanza estera, che ha trovato una precisa esplicazione nelle parole del relatore del provvedimento, il Sen. Calderoli: “Sono uno dei pochi che ha votato contro la legge Tremaglia, se fosse dipeso da me io gli eletti all’estero li avrei aboliti del tutto”. Quindi oggi l’applicazione di un iniquo criterio aritmetico, domani si cercherà di fare di meglio…

E così, se la legge costituzionale arriverà fino in fondo, come non ci auguriamo, per eleggere un deputato o un senatore nella circoscrizione Estero ci vorrà un numero di iscritti all’AIRE di circa quattro volte più alto rispetto all’Italia. In questa maniera, senza giri di parole, si viola la Costituzione.

Dunque, i tagli al bilancio, l’esclusione dal reddito e dalla pensione di cittadinanza, l’inapplicabilità della “quota 100”, le maggiori difficoltà ad ottenere la cittadinanza per matrimonio, le restrizioni sulla mobilità automobilistica degli iscritti all’AIRE, l’abbandono della nostra comunità in Venezuela non sono casi isolati, ma i tasselli di un mosaico che ormai si va delineando: gli italiani all’estero per questo governo sono estranei e lontani e, talvolta, addirittura “stranieri”.

Ma non finisce qui. La legge di revisione costituzionale passerà ora alla Camera e poi avrà altri due passaggi parlamentari. Dobbiamo tutti moltiplicare gli sforzi e l’impegno, a qualsiasi livello, per riaprire lo spazio che i gialloverdi stanno chiudendo e difendere i diritti degli italiani all’estero, in nome di un principio di reale cittadinanza e degli interessi veri dell’Italia nel mondo.
I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

4 – LA MARCA: HO PRESENTATO ALLA CAMERA UNA MOZIONE SUL CONTRIBUTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO ALLA RIPRESA E ALLO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO COMUNICATO – ROMA, 8 FEBBRAIO 2019

Il Mezzogiorno d’Italia ha dato al mondo milioni di emigrati, in ogni continente, e ancora oggi partono da questa terra centinaia di migliaia di persone in cerca di lavoro, diritti, opportunità di realizzazione professionale e umana.

Nello stesso tempo, è la parte della società italiana che ha subito più acutamente le conseguenze della crisi degli ultimi anni e rischia di pagare il prezzo più alto della stagnazione che si profila a livello nazionale e internazionale. Lo dicono le differenze di produttività, di reddito, di livelli di qualità dei servizi, a partire dalla sanità. La caduta demografica, poi, dovuta alla diminuzione delle nascite e alla ripresa dell’emigrazione, rappresenta un fattore di indebolimento e regressione che rischia di svuotare le regioni meridionali.

Eppure questa terra possiede risorse straordinarie – umane, ambientali, produttive, storiche, culturali, turistiche, alimentari – che potrebbero essere la base di un serio rilancio e di un nuovo tipo di sviluppo, purché sospinto da forze economiche adeguate e fecondato da convinzione, progettualità e determinazione.

A fronte di questa preoccupante situazione, spesso si dimentica che l’Italia, al di fuori dei suoi confini, ha un retroterra di straordinario valore, milioni di persone che fanno parte ormai delle classi dirigenti di tanti Paesi e che hanno un ruolo di protagonisti in tanti settori vitali.

Per questo, ho presentato alla Camera una mozione sul contributo che gli emigrati italiani e meridionali possono dare alla ripresa del Sud, soprattutto delle aree interne, le più deprivate.

La mozione, firmata anche dall’on. Stefania Pezzopane, è stata sottoscritta anche da altri novanta colleghi di diversi gruppi parlamentari e dovrà essere calendarizzata e discussa in aula nelle prossime settimane.

Mi auguro che lo spirito di responsabilità e di solidarietà verso queste aree del Paese prevalga – unitariamente – sullo spirito di appartenenza e di parte.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

5 – SCHIRÒ (PD): IL GOVERNO RISPONDE ALLA MIA INTERROGAZIONE SUL REDDITO DI CITTADINANZA SENZA SENTIRE ALTRE RAGIONI E SENZA ACCETTARE IL DIALOGO SUGLI ITALIANI ALL’ESTERO

Sulle complesse implicazioni del reddito di cittadinanza sia per i residenti in Italia che all’estero e in vista del passaggio parlamentare, durante il quale presenterò atti formali, ho sottoposto al Ministro del Lavoro un’interrogazione a risposta immediata in Commissione Affari Sociali nella quale ho chiesto di chiarire le dimensioni quantitative dei beneficiari e la sorte che toccherà agli italiani all’estero e, in Italia, ai senza tetto.

Nella mia interrogazione, in particolare, ho chiesto di chiarire la forte differenza sulla valutazione dei possibili beneficiari tra le affermazioni del Ministro, che li calcola intorno ai cinque milioni, la valutazione tecnica degli uffici della Camera, che parla di 3,7 milioni, e le previsioni di INPS e ISTAT che non superano i 2,5 milioni.

Nella definizione della platea, inoltre, ho chiesto verbalmente al rappresentante del governo come mai dal provvedimento fossero esclusi gli italiani all’estero iscritti AIRE per via dei dieci anni di residenza richiesti, di cui gli ultimi due in via continuativa, nonostante il gran parlare che le forze di governo in passato hanno fatto sul rientro degli italiani espatriati.

Ho anche sottolineato la negatività dell’esclusione dei più poveri dei poveri – i senza tetto –, molti dei quali non hanno la residenza.

Nella sua risposta, il Sottosegretario Durigon si è soffermato unicamente nel descrivere le metodologie seguite per il calcolo del numero dei possibili beneficiari, ribadendo i criteri della relazione di accompagnamento e sostanzialmente respingendo le valutazioni di interlocutori, pur autorevoli e credibili, quali il Presidente dell’INPS Boeri e gli esperti dell’ISTAT.

Insomma, il governo ha imboccato una strada senza ritorno e non vuol sentire altre ragioni, sia pure fondate.

Nessuna risposta, invece, alle mie sollecitazioni ad affrontare gli aspetti del rapporto con gli italiani all’estero e dell’inclusione dei “senza tetto”.

Insomma, anche per questa strada si conferma la totale lontananza di questo governo e di questa maggioranza rispetto al nostro mondo e a tutti coloro che speravano, dopo una permanenza all’estero, di potersi reinserire nel circuito lavorativo che viene ipotizzato nel decreto sul reddito di cittadinanza.
On. Angela Schirò
Camera dei Deputati

6 – FRANCIA-ITALIA AD ALTA TENSIONE. RICHIAMATO L’AMBASCIATORE A ROMA
DIPLOMAZIA. PARIGI RICHIAMA L’AMBASCIATORE A ROMA, PER CONSULTAZIONI. “SITUAZIONE GRAVE, SENZA PRECEDENTI DALLA GUERRA” DOPO UNA SERIE DI EPISODI: L’ULTIMA GOCCIA È LA VISITA A SORPRESA DI DI MAIO A UN GRUPPETTO DI GILET GIALLI MARTEDÌ’. LA LUNGA SERIE DI SGARBI. LO SCONTRO POLITICO PER LE EUROPEE. ( di Anna Maria Merlo)

Per la Francia, le relazioni con l’Italia sono in una «situazione grave», «senza precedenti dalla guerra» (dalla dichiarazione di guerra dell’Italia di Mussolini, nel ’40, la «pugnalata nella schiena» di un paese già sconfitto). L’ambasciatore a Roma, Christian Masset, è stato richiamato, per alcuni giorni, per consultazioni. Non era mai successo.

«LE ULTIME INGERENZE costituiscono una provocazione supplementare e inaccettabile – ha spiegato la portavoce del ministero degli Esteri, Agnès Von Der Mühll – violano il rispetto dovuto alla scelta democratica fatta da un popolo amico e alleato, violano il rispetto dovuto tra governi democraticamente e liberamente eletti».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo «vari mesi» di «accuse ripetute, attacchi senza fondamento, dichiarazioni oltraggiose», è stata la visita a sorpresa, martedì a Montargis, del vice-presidente del consiglio italiano, Luigi Di Maio, assieme all’esponente del M5S, Alessandro Di Battista, con l’incontro con una delegazione dei gilet gialli, esponenti della corrente che ha l’intenzione di presentare una lista, il Ric (Ralliement d’initiative citoyenne), alle prossime elezioni europee.

L’incontro si è concluso con una dichiarazione di Di Maio, che ha sorpreso: «il vento del cambiamento ha passato le Alpi», frase ripetuta due volte (tra l’altro, uno dei gilet incontrati a Montargis, Christophe Chalençon, che si è presentato come «portavoce» è stato subito smentito da Ingrid Lavavasseur, all’origine della lista Ric, ed è un personaggio con posizioni problematiche, anti-musulmano, vicino all’estrema destra, che ha invocato l’«uomo forte» per portare Macron alle dimissioni, facendo il nome dell’ex capo di stato maggiore Pierre de Villiers, che aveva dato le dimissioni nell’estate 2017, dopo una polemica con il giovane presidente).

Già mercoledì, il ministero degli Esteri aveva reagito, parlando di «provocazione inaccettabile». La reazione francese va collegata alla situazione di forte tensione che sta vivendo il paese, dopo tre mesi di manifestazioni dei gilet gialli al grido di «Macron dimissioni», di violenze di piazza, di repressione contestata da parte della polizia, di polemiche politiche, in pieno «Grande Dibattito» per tentare di uscire dalla crisi.

MA HA ANCHE UNA VALENZA più ampia: «la campagna per le elezioni europee non può giustificare la mancanza di rispetto di ogni popolo o della sua democrazia» dice il Quai d’Orsay, «avere disaccordi è una cosa, strumentalizzare le relazioni a fini elettorali è un’altra».

Emmanuel Macron è stato individuato dal fronte nazional-populista come l’uomo da abbattere, il rappresentante della tendenza «mondialista» che vogliono sconfiggere. Macron aveva reagito, prendendo Matteo Salvini e Viktor Orban come simboli del fronte che vuole distruggere la costruzione europea. Il presidente francese è accusato di aver affermato che il «populismo» è «come la lebbra», che gli italiani hanno interpretato come rivolta specificamente a loro, in seguito alle tensioni sul rifiuto di accogliere l’Aquarius.

LA RIPOSTA DI SALVINI è stata: «Macron pessimo presidente» che «prima torna a casa meglio è». Ieri, il capolista per le europee del Ressemblement national, Jordan Bardella, ha accusato Macron di essere lui «l’insultatore numero uno». Il Quai d’Orsay ricorda che «Francia e Italia sono unite da una storia comune; condividono un desino. Insieme hanno costruito l’Europa e operato per la pace. La Francia è profondamente legata a questa relazione di amicizia che nutre cooperazioni in tutti i campi e una vicinanza tra i due popoli» e insiste sul fatto che «l’amicizia franco-italiana è più che mai indispensabile per rispondere alle sfide del XXI secolo». Italia e Francia sono reciprocamente il secondo partner commerciale e i due paesi hanno molti interessi in comune, molti in corso, come l’intesa Stx-Fincantieri. Parigi, inoltre, è al Consiglio europeo l’unico alleato che l’Italia può trovare quando c’è da ottenere maggiore flessibilità sui conti pubblici.

MA IL RAFFREDDAMENTO tra Roma e Parigi ha impedito nel 2018 la tenuta del tradizionale summit bilaterale annuale e l’aggiornamento del Trattato del Quirinale (tra Francia e Italia) resta nel cassetto (a differenza del nuovo Trattato di Aquisgrana, tra Francia e Germania, che ha rivisto il Trattato dell’Eliseo del ’63).

La Francia aveva già convocato qualche settimana fa l’ambasciatrice italiana, Teresa Castaldo, quando Di Maio era partito all’attacco del franco Cfa, accusando la Francia di colonialismo e di causare l’emigrazione (con affermazioni molto approssimative e confuse).
In precedenza, sempre Di Maio aveva proposto ai gilet gialli di utilizzare la piattaforma Rousseau (offerta caduta nel vuoto). Le tensioni, aggravate dopo l’arrivo del nuovo governo italiano, vengono da lontano, c’è la questione della Libia, la guerra voluta da Nicolas Sarkozy, che per gli italiani è stato un tentativo di Total di spiazzare Eni.

7 – THERESA MAY TORNA A BRUXELLES, IL SUO PERSONALISSIMO «PURGATORIO»
BREXIT. DA CORBYN ARRIVA UNA LETTERA CON I PUNTI SUI QUALI IL LABOUR È DISPOSTO A COLLABORARE ( di Leonardo Clausi)

La guerra di attrizione fra Londra e Bruxelles ricorda sempre più da vicino le trincee della prima guerra mondiale. Mercoledì le dichiarazioni infiammabili di Donald Tusk – che aveva parlato di «un posto speciale all’inferno» per «quelli che hanno promosso Brexit senza avere nemmeno uno straccio di piano su come condurlo a termine in sicurezza» – avevano incendiato i brexittieri più focosi.

E IERI THERESA MAY era di nuovo nella capitale belga, non si sa bene a cosa fare se non a guadagnare tempo. La dichiarazione improvvida del solitamente compassato Tusk è un chiaro segno d’insofferenza nei confronti dell’«incontentabile» posizione britannica. Ma se non è l’inferno evocato da Tusk, quello di May è senz’altro un purgatorio. Di nuovo a Bruxelles dunque, a elemosinare – lei direbbe negoziare – dei cambiamenti all’accordo. Ma, scontratasi puntuale con il niet alla ridiscussione oppostole da Junker e dallo stesso Tusk, May non ha potuto fare altro che ribadire la sua intenzione a «rinegoziare duramente» quanto la controparte non considera rinegoziabile perché già negoziato. Dieci giorni fa l’emendamento Brady – dal nome del deputato conservatore fattosene promotore – aveva raccolto sufficiente unità parlamentare attorno a una ridiscussione dell’accordo di uscita dall’Ue, sollecitata dalla stessa premier dopo che detto accordo – da lei stessa raggiunto e sulla cui non modificabilità aveva giurato fino a poco prima – era stato sonoramente bocciato ai Comuni.

TALE RIDISCUSSIONE avrebbe dovuto avere come presupposto l’eliminazione del backstop, la clausola di sicurezza finalizzata – nel caso in cui il Regno unito uscisse il prossimo 29 marzo dall’Ue senza un accordo (no deal) che ne regoli i futuri rapporti commerciali – a evitare un ritorno del confine fisico fra la Dublino e Belfast, confine che a sua volta metterebbe in seria discussione la pace faticosamente raggiunta nel 1998. Tale rischio sarebbe eliminato mantenendo l’Irlanda del Nord all’interno dell’unione doganale a tempo indeterminato, fin quando non sarà raggiunto un accordo sul futuro assetto commerciale fra le parti.

L’OSTILITÀ DIFFUSA non solo tra gli euroscettici al backstop è proprio circa l’indeterminatezza di questa durata, che potrebbe portare, in caso d’impasse prolungata, a una permanenza indefinita dell’Irlanda del Nord nell’Ue e quindi a una sua divisione di fatto dal Regno unito.

Naturalmente l’Ue si è più volte espressa in senso negativo rispetto a tale rinegoziazione: per Bruxelles l’accordo di uscita è quello che May non è riuscita a farsi accettare da Westminster, ergo non c’è nulla da rinegoziare, assecondando, in questo, i desiderata di Dublino. Ciononostante, lunedì riapriranno i colloqui fra il ministro per Brexit Barclay e Michel Barnier. May vorrebbe che Bruxelles acconsentisse a fissare una data limite per il backstop. Nel caso in cui tali colloqui non portassero a nulla, Westminster tornerà a votare il 14 febbraio su una mozione del governo intesa a esplorare nuove (im)possibili vie d’uscita (in buna sostanza, una riedizione del voto dello scorso 29 gennaio che aveva prodotto la «soluzione» Brady). Avanti così.

ANCHE NEL LABOUR FREME la tensione fra i backbenchers filo Ue che vogliono un secondo referendum e la linea ufficiale del partito di Corbyn, che in merito continua a nicchiare. Corbyn ha scritto una lettera a May elencando i punti in nome dei quali il partito è disposto a collaborare col governo ed eventualmente votare a suo favore dove il secondo referendum non era nemmeno menzionato. Non è chiaro se la fronda centrista arriverà a scindersi per creare una nuova formazione liberal.

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