Una parte di noi ci ha lasciato. Perché Paolo Gatti era parte della nostra storia, della storia degli italiani di Monaco di Baviera.

Paolo Gatti (Roma 7.7.1943 - München 25.11.2018)

Paolo è stato presidente del Circolo Cento Fiori dal 1996 al 2005 e poi ancora dal 2008 al 2009, ma l’impronta che ha lasciato va ben oltre queste date e quel ruolo. Per molti anni, e fino all’ultimo, Paolo è stato anima e motore della vita culturale e politica della nostra comunità. Sempre attento a tesserne i rapporti col mondo tedesco, in dialogo con le altre comunità che qui vivono.

È veramente impossibile ricordare tutte le attività che hanno visto Paolo tra i promotori o i collaboratori. Dai “pomeriggi italiani” all’Istituto Italiano di Cultura, all’Anton Fingerle Bildungszentrum e al Goethe Institut, ai numerosi convegni e tavole rotonde su tanti e attuali temi storici, politici e sociali: la Globalizzazione, le Religioni nel XXI Secolo, la Cultura della Differenza, la Sinistra in Italia e in Europa, la Pace. Incontri che hanno portato a Monaco significative voci italiane, mettendole a confronto con esponenti del giornalismo e della cultura tedesca. Penso al convegno sulla giustizia in Italia, col procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli. Alla giornata sui migranti, col sindaco di Riace Domenico Lucano. All’incontro con gli operatori e i medici di Emergency Cecilia Strada e Marco Garatti. Alle tante occasioni di approfondimento e dialogo che hanno aiutato tutti noi – italiani e tedeschi – ad approfondire le nostre conoscenze, al di là degli stereotipi superficiali.

Paolo era una persona colta e rigorosa, di profonda cultura. Uno spirito critico tagliente, che metteva in crisi le superficialità e stimolava a crescere. Che chiedeva di prendere posizione e schierarsi. Dalla parte dei più deboli, degli ultimi, dei dimenticati, degli abbandonati. Essere compagni, per Paolo, non era una scelta ideologica, ma umana. Era “condividere il pane” con chi non ne ha o stenta ad averne. Era impegnarsi e faticare per lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato. Sì, “faticare”, senza risparmiarsi. Come il grande e amato sindaco della sua Roma, Luigi Petroselli, con cui Paolo aveva attraversato quartieri e borgate della città: quando Paolo ne parlava, con ammirazione e affetto, un mondo antico e pulito riprendeva voce e respiro, un mondo di ideali e valori veri, disinteressati, puliti, nobili. Un mondo fatto di dignità, di convinzioni forti unite al rispetto profondo per gli altri, anche e soprattutto per chi la pensa in modo diverso.

Paolo era una persona disinteressata. Non ha mai voluto porsi al centro, ha sempre rifuggito elogi e riconoscimenti. Il suo cruccio era costruire comunità aperte, capaci di vivere e crescere autonomamente. Fossero queste il Circolo Cento Fiori o il gruppo “Un’altra Italia”.

Paolo era una persona schiva, che non amava parlare di sé. In occasione di un mio viaggio a Roma mi consigliò di visitare un piccolo museo di archeologia urbana, la “Crypta Balbi”. Lo aveva ideato suo padre, gli scappò detto. Nulla più. Soltanto dopo scoprii che suo padre (come il nonno e il bisnonno) era stato un importante archeologo di Roma, Sovrintendente ai musei della Capitale. Ma non fu Paolo a dirmelo. Lui non lo avrebbe mai detto. Non si sarebbe fatto grande dei meriti di un altro, fosse pure il padre.

Ma a Paolo sono riconoscente anche per qualcosa di molto privato: fu lui a portarmi per la prima volta nella casa di coloro che sarebbero diventati i miei suoceri. Quella passeggiata nervosa e veloce, per non arrivare in ritardo, scorrendo i vari temi da affrontare, è ancora impressa nella mia memoria. Così come sono impresse nella mia memoria due sue iniziative – un pomeriggio italiano e una mostra sul disegnatore Altan – nelle quali conobbi colei che sarebbe diventata mia moglie, che di quelle iniziative era la curatrice grafica.

Cara Liberata, cari amici di Paolo, voi che lo avete conosciuto meglio di me, voi che avete passato più tempo con lui, so che queste mie parole sono inadeguate, ma voglio ringraziarvi per essergli stati vicino, soprattutto in questi ultimi mesi. Per un uomo come lui assetato di umanità, siete certo stati sollievo, gioia e senso di vita.

Una parte di noi ci ha lasciato. Paolo ci ha lasciato. Ma tanto di lui resta ancora con noi. Tanto di lui resta ancora dentro di noi. Il modo migliore per rendergli onore è proseguire – col nostro – il suo impegno per un mondo migliore e più giusto. C’è ancora tanto da fare. Come si diceva una volta, in un mondo di cui Paolo era testimone orgoglioso, senza retorica, serenamente, persino dolcemente: “Al lavoro, compagni. Alla lotta.”

Claudio Cumani, Monaco di Baviera, 2 dicembre 2018

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