IMMIGRAZIONE, UN DIBATTITO DISTORTO. IL MITO DELL’ASSALTO ALL’EUROPA.

I FLUSSI DI RIFUGIATI IN DIREZIONE DELL’UNIONE EUROPEA HANNO RAGGIUNTO IL LIVELLO PIÙ BASSO DALL’INIZIO DELLA «CRISI MIGRATORIA» SCATENATA DALLA GUERRA IN SIRIA.
In Europa, la popolazione stagna e invecchia; sull’altra riva del Mediterraneo cresce e ringiovanisce. Molti desumono da questa constatazione che l’esplosione dei flussi migratori sia una conseguenza inevitabile. Quindi, bisognerebbe barricarsi oppure aprire le frontiere. Questa analisi non è forse eccessivamente fatalista?

Di BENOÎT BRÉVILLE Monde Diplomatique/il manifesto

Il numero di passaggi illegali delle frontiere del continente si è ridotto di nove volte, passando da 1,8 milioni nel 2015 a 204.219 nel 2017, secondo l’agenzia Frontex. Eppure, si continua a parlare molto di immigrazione. Questo tema rischia di monopolizzare le elezioni europee della primavera 2019.
Sicuramente è quanto auspicano sia Emmanuel Macron sia Viktor Orbán. Il primo ministro ungherese, che teme un’«invasione», spiega: «Attualmente, in Europa, ci sono due fazioni. A capo delle forze politiche che sostengono l’immigrazione c’è Macron. A capo dell’altra ci siamo noi, che vogliamo bloccare l’immigrazione illegale». Ormai, gli esponenti dell’estrema destra, forti dei sondaggi e dei buoni risultati ottenuti nelle ultime elezioni, si credono maggioritari in Europa. «Le nostre idee sono al potere in Polonia, in Austria, in Ungheria», si è rallegrata Marine Le Pen, presidente del Rassemblement national, il 16 settembre. Dal canto suo, Macron ha additato questi «nazionalisti» che «predicano parole di odio» come i principali avversari (29 agosto).
Dipingere il presidente francese come il «capo di un partito filo-migranti» – parole di Orbán –, denota una cecità, la cui buona fede è fortemente sospetta. Con la legge per un’immigrazione controllata, un effettivo diritto d’asilo e un’efficace integrazione (promulgata il 10 settembre), ha esteso la durata della detenzione amministrativa a novanta giorni (contro i quarantacinque di prima), anche per le famiglie con bambini, ha istituito la schedatura dei minori soli, ridotto le udienze per le domande d’asilo a banali videoconferenze, inasprito l’accesso al permesso di soggiorno per i genitori di bambini francesi, limitato il diritto dello ius soli a Mayotte, ecc.

 

IL MITO DELL’ASSALTO ALL’EUROPA
In questa baraonda, la sinistra radicale sembra spaccata tra chi sostiene l’apertura delle frontiere e chi promuove provvedimenti di lotta contro le cause di trasferimento di queste popolazioni (1). Un obiettivo irreale, ribattono i primi, poiché lo sviluppo dei paesi del sud, invece di ridurre i flussi migratori, contribuirà ad alimentarli.
Questa obiezione va incontro a un crescente successo da quando, nel febbraio scorso, è stato pubblicato un saggio di Stephen Smith che predice un «assalto» all’Europa da parte della «giovane Africa» e una «africanizzazione» del Vecchio continente (2).
Facendo riferimento a una serie di numeri e di statistiche, la dimostrazione di questo giornalista, passato per Libération, Le Monde e Radio France Internationale (Rfi) sembra inesorabile.
L’Africa sarebbe schiacciata da un «rullo compressore demografico» alimentato dall’elevata fecondità a sud del Sahara. Secondo alcune stime delle Nazioni unite, la sua popolazione passerà da 1,2 miliardi di abitanti nel 2017 a 2,5 miliardi nel 2050, fino ai 4,4 miliardi del 2100. In quest’arco di tempo, il continente andrà incontro a un importante sviluppo economico, i redditi degli abitanti aumenteranno, e un numero crescente di loro disporrà «dei mezzi necessari per andare a cercare fortuna altrove». Bisogna quindi aspettarsi una «fuga in massa» dal continente e un aumento della popolazione europea di origine africana in trent’anni, che rappresenterà tra il 20% e il 25% del totale (contro l’1,5% – 2% nel 2015).
Con simili previsioni, Smith temeva di «generare passioni e polemiche». Il suo libro, tradotto o in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in spagnolo e in italiano, ha ricevuto il premio della Revue des deux mondes, un riconoscimento dell’Académie française e il premio Brienne come miglior libro geopolitico assegnato dal ministero degli esteri, grazie al quale sarà esposto nelle librerie con una fascetta rossa con il timbro del Quai d’Orsay. Mentre il filosofo Marcel Gauchet vorrebbe rendere la sua lettura «obbligatoria per tutti i responsabili politici» (L’Obs, 27 giugno), Macron considera che egli abbia «descritto perfettamente (…) questa demografia africana che è una vera e propria bomba» (15 aprile).
Per sei mesi, a eccezione dell’antropologo Michel Agier, in un’intervista incrociata (3), non una voce si è levata a contraddire Smith. Il desiderio di tentare la fortuna Finalmente, a settembre è arrivato il primo attacco concertato a firma di François Héran. In una nota dell’Institut national des études démographiques (Ined), poi in un articolo di ampia diffusione (4), questo professore del Collège de France, titolare della cattedra migrazioni e società, ha ricordato che il 70% degli emigrati africani rimane nel proprio continente, una cifra stabile dagli anni 1990. Contesta soprattutto il metodo e i dati utilizzati da Smith. Servendosi del database bilaterale delle migrazioni istituito dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha calcolato che verso il 2050 gli africani e i loro discendenti rappresenteranno dal 3% al 4% della popolazione europea, «ben lontano dal temuto 25%». Héran non mette in discussione l’idea di una «fuga in massa» dall’Africa; semplicemente, considera che non avverrà prima del 2050. Smith, per determinare l’entità delle future migrazioni africane, ha utilizzato i parametri di movimenti di popolazione precedenti, in particolare la grande migrazione transatlantica – nel corso della quale cinquanta milioni di europei, nel XIX secolo, si sono trasferiti in America – e l’emigrazione dei messicani verso gli Stati uniti tra il 1970 e il 2015. Denunciando la mancanza di rigore di questo metodo, Héran obietta: «Se poniamo l’indice di sviluppo umano su una scala da 1 a 10, la maggior parte dei paesi subsahariani si colloca a 1, il Messico è a 6, la Francia a 9 e gli Stati uniti a 10. Mentre le migrazioni dal livello 6 al livello 10 sono da considerarsi di massa (25 milioni di persone nelle diaspore in oggetto), quelle che vanno dal livello 1 al livello 9 o 10 sono limitate (meno di 2,3 milioni).
È lecito supporre che alla scadenza del 2050 l’Africa subsahariana abbia bruciato le tappe dello sviluppo per equiparare l’attuale posizione relativa del Messico?» Altrimenti detto, nei tre decenni che verranno, l’Africa sarà ancora troppo povera per fare le valige e partire.
Al di là delle divergenze personali, Smith e Héran condividono una diagnosi comune: le popolazioni dei paesi molto poveri si spostano poco e lo sviluppo economico, invece di frenare l’emigrazione, la incoraggia «Lei manda in frantumi una delle nostre certezze più radicate», si stupisce Alain Finkielkraut intervistando il primo (5). Il filosofo sembra scoprire un fenomeno solidamente attestato fin dal 1971. Prima di questa data prevaleva un modello «neoclassico»: si riteneva che a un minore divario di livello economico tra i paesi di partenza e quelli di arrivo corrispondessero meccanicamente flussi migratori più contenuti. Questo schema è po stato messo in discussione dal geografo Wilbur Zelinsky, che per la prima volta ha avanzato l’ipotesi di una «transizione nella mobilità», sempre più spesso chiamata transizione migratoria, di cui individua diverse tappe (6). Man mano che i paesi più poveri si sviluppano, il loro tasso di mortalità, in particolare quella infantile, si riduce; la popolazione ringiovanisce e il tasso di emigrazione aumenta. Solo una volta raggiunto un certo livello di ricchezza le partenze degli abitanti diminuiscono e aumentano gli arrivi di stranieri – tranne in circostanze straordinarie (guerra, tracollo economico, crisi politica…) che possono modificare radicalmente la situazione.
Dopo quarant’anni, molti studi di caso hanno confermato questo modello.
Quelli che un tempo erano stati paesi di emigrazione, l’Italia, la Spagna, la Grecia, l’Irlanda, la Corea del sud, la Malesia o ancora Taiwan, hanno concluso questo ciclo e sono diventati paesi di immigrazione. Altri, come la Turchia, l’India, la Cina o il Marocco, potrebbero seguire la stessa strada nei prossimi decenni. Più in generale, gli economisti Michael Clemens e Hannah Postel hanno constatato che tra il 1960 e il 2010, il tasso di emigrazione era aumentato in 67 dei 71 Stati che da paesi a basso reddito sono diventati paesi a reddito medio (7). Il fenomeno, indipendentemente dai luoghi e dai periodi, è tanto frequente da sembrare quasi naturale. A meno che l’Africa non costituisca l’eccezione alla regola, la crescita economica potrebbe provocare un aumento spettacolare dell’emigrazione, specialmente nella fascia subsahariana. «Il sostegno allo sviluppo, con cui si pensava di trattenere gli africani nelle proprie terre e a cui spesso ci si è appellati, si è ritorto contro i paesi ricchi», afferma affranto Finkielkraut.
Per spiegare questo fenomeno, i ricercatori hanno avanzato diverse ipotesi. Una di queste, l’unica accettata da Smith e la più diffusa, riguarda l’alleggerimento dei vincoli economici. Emigrare costa caro; bisogna pagare il visto, il viaggio, le spese per il trasferimento: un freno per i più poveri.
L’aumento dei redditi permette automaticamente a un numero maggiore di individui di disporre dei mezzi necessari per lanciarsi nell’avventura migratoria e il bacino di candidati all’espatrio è cresciuto proporzionalmente all’aumento del numero dei giovani.
Ma se la mancanza di risorse economiche può ostacolare il progetto migratorio, dobbiamo comunque interrogarci sul perché delle popolazioni vogliano abbandonare un paese in piena crescita. La risposta offerta dai ricercatori è semplice: negli Stati più poveri, lo sviluppo economico non è sinonimo di una prosperità estesa a tutti. L’aumento della produttività agricola trasforma il mondo rurale e lascia per strada un’abbondante manodopera, spesso giovane, sempre più istruita, che l’emergente economia industriale e urbana non riesce ad assorbire a causa della mancanza di posti di lavoro qualificati. Gli emarginati, bloccati nelle campagne o ai confini delle città, sono tenuti a distanza da chi protegge i propri interessi e beneficia dei vantaggi del consumo. In un contesto caratterizzato da un migliore accesso all’informazione, questo divario alimenta il desiderio di tentare la fortuna altrove, che è reso possibile dall’aumento dei redditi.
In molti casi, ormai, lo sviluppo economico si coniuga inoltre con l’instaurazione del libero scambio, i cui effetti sui movimenti della popolazione sono stati ampiamente dimostrati.
A tal riguardo, il Messico rappresenta un caso esemplare. L’accordo nordamericano di libero scambio (Nafta), firmato nel 1992, venne presentato alla popolazione come uno strumento per limitare i flussi migratori. «I messicani non avranno più bisogno di emigrare nel nord per cercare lavoro: lo troveranno qui», prometteva all’epoca il presidente Carlos Salinas de Gortari (8). L’economista Philip L. Martin, invece, prediceva un effetto inverso (9), e i fatti gli hanno dato ragione. Gli Stati uniti, liberi dai dazi doganali, hanno sommerso il proprio vicino di mais finanziato e prodotto dall’agricoltura intensiva. Il calo dei prezzi ha destabilizzato l’economia rurale, gettando in mezzo a una strada milioni di campesiños che non trovavano impiego sul posto né nelle nuove fabbriche aperte a ridosso della frontiera.
In meno di dieci anni, il numero dei clandestini messicani negli Stati uniti è aumentato del 144%, passando da 4,8 milioni nel 1993 a 11,7 milioni nel 2002. Allo stesso modo, dopo la firma degli accordi di libero scambio con una trentina di paesi africani nel 2014, l’Unione europea potrebbe aver alimentato l’immigrazione che affermava di combattere.
Smith non è mai entrato nel merito del carattere iniquo della crescita, degli effetti delle logiche di mercato, dei processi di accumulazione del capitale e di accaparramento delle terre da parte dei grandi proprietari che distruggono l’economia contadina introducendo un’organizzazione incentrata sul lavoro dipendente (10). Se gli studi sulla transizione migratoria giungono tutti alle stesse conclusioni è indubbiamente perché prendono in esame lo stesso tipo di sviluppo, basato non sulla ricerca della piena occupazione e della riduzione delle disuguaglianze, ma sul libero scambio, sulle privatizzazioni, sulla flessibilità del mercato del lavoro, sull’ottimizzazione dei «vantaggi comparati» per attirare gli investimenti diretti stranieri.
Divisione delle classi popolari In realtà, non è lo sviluppo a provocare l’emigrazione, ma lo squilibrio tra l’offerta e la domanda occupazionale, in particolare per i giovani. «Tutti i dati indicano che un rigido mercato del lavoro nei paesi di origine scoraggia le partenze (11)», sottolinea l’economista Robert Lucas, mentre Clemens e Postel precisano: «C’è indubbiamente un rapporto negativo tra il tasso di occupazione dei giovani e l’emigrazione.
Nei paesi con un tasso di occupazione dei giovani superiore al 90%, il tasso di emigrazione è dimezzato rispetto a quello dei paesi in cui solo il 70% dei giovani ha un impiego (12)». Il professore Hein de Haas, invitando a non confondere correlazione e causalità, sottolinea come una demografia dinamica non sia necessariamente all’origine di una forte emigrazione. «Le persone non migrano a causa della crescita demografica, ripete. Migrano solo se la crescita della popolazione si accompagna a una crescita economica lenta e a un elevato tasso di disoccupazione. (…) Quando una forte crescita demografica coincide con una forte crescita economica, è il caso della maggior parte delle monarchie petrolifere del Golfo, l’emigrazione si mantiene a livelli bassi (13).» Nel Vecchio continente è ancora ampiamente diffusa l’idea che decine di milioni di africani, spinti dalla mancanza di prospettive, dalle guerre, dal cambiamento climatico, possano prendere la via dell’esilio. I guerrafondai del panico identitario si appigliano a questa teoria per invocare maggiori restrizioni – «L’Europa non intende diventare africana», giustifica Finkielkraut. Altri, giunti a conclusioni più fataliste, esigono la libertà di circolazione e l’apertura delle frontiere. «È utopia pensare che si possano contenere o, ancor meno, interrompere i flussi migratori. (…) Nei decenni futuri, le migrazioni si estenderanno, in forma volontaria o coatta. Arriveranno alle nostre coste, e il nostro paese, come oggi, avrà i propri espatriati. I rifugiati spinti dalle guerre e dalle catastrofi climatiche saranno più numerosi», precisa per esempio il «Manifesto per l’accoglienza dei migranti» lanciato da Politis, Regards e Mediapart.
Sarebbe possibile un’altra strada che, tuttavia, non prendono in esame.
È decisamente più irta e presuppone la critica del modello economico dominante per rendere le loro società attraenti per le popolazioni. Auspicare per il sud un futuro segnato da crisi e miseria non tradurrebbe forse un certo pessimismo?
Non è automatico che nei paesi di accoglienza si sviluppi risentimento.
Questo nasce in contesti di austerità generalizzata, di destabilizzazione della previdenza sociale, di indebolimento dei servizi pubblici, di scelte politiche che mettono in competizione fra loro i poveri, il pubblico e il privato, gli attivi e i pensionati, i lavoratori con un salario minimo interprofessionale e i disoccupati, per ottenere un aiuto, una casa popolare o un posto all’asilo nido. In queste circostanze, l’arrivo dei migranti appare come un’ulteriore pressione su risorse sempre più rare, su cui fa leva l’estrema destra seguendo una strategia di divisione delle classi popolari. «Io, scelgo di privilegiare i francesi perché penso che la solidarietà nazionale vada rivolta a loro, e mi ripugna l’idea che si accolgano in maniera indiscriminata e irresponsabile migliaia di migranti lasciando i senza tetto in mezzo a una strada», esclama Le Pen (14). Ma, anche in questo caso, un’altra strada è possibile.
Questa non passa dalla firma di proclami o dalla richiesta di aprire le frontiere, per cui è facile prevedere un rifiuto, ma si basa su un paziente lavoro politico per spingere al potere una forza realmente capace di modificare il corso degli eventi.

Di BENOÎT BRÉVILLE Monde Diplomatique/il manifesto

 

 

(1) Si legga «A sinistra disagio sull’immigrazione», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2017.
(2) Stephen Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il nuovo continente, Einaudi, Torino, 2018. Salvo caso contrario, le citazioni sono tratte da questo saggio.
(3) «La jeunesse africaine est-elle un danger pour l’Europe?», L’Obs, Parigi, 18 febbraio 2018.
(4) François Héran, «L’Europe et le spectre des migrations subsahariennes», Population et Sociétés, n° 558, Parigi, settembre 2018; «Comment se fabrique un oracle», 18 settembre 2018, www.laviedesidees.fr
(5) «Répliques», France Culture, 17 marzo 2018.
(6) Wilbur Zelinsky, «The hypothesis of the mobility transition», Geographical Review, vol. 61, n° 2, New York, aprile 1971.
(7) Michael A. Clemens e Hannah M. Postel, «Can development assistance deter emigration?», Center for Global Development, Washington, DC, febbraio 2018.
(8) Carlos Salinas de Gortari, intervento al Massachusetts institute of technology (Mit), Cambridge, 28 maggio 1993.
(9) Philip L. Martin, «Trade and migration: The case of Nafta», Asian Pacific Migration Journal, vol. 2, n° 3, Thousand Oaks (California), September 1993.
(10) Douglas S. Massey, «Economic development and international migration in comparative perspective», Population and Development Review, vol. 14, n° 3, New York, September 1988.
(11) Robert E. B. Lucas, International Migration and Economic Development: Lessons from Low-Income Countries, Edward Elgar Publishing, Northampton, 2005.
(12) Michael A. Clemens e Hannah M. Postel, «Can development assistance deter emigration?», op. cit.
(13) Hein de Haas, «Migration transitions: A theoretical and empirical inquiry into the developmental drivers of internation migration», International Migration Institute, university di Oxford, gennaio 2010.
(14) Rtl, 16 gennaio 2017. (Traduzione di Alice Campetti)

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