18 07 14 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ALTRE COMUNICAZIONI.

1 – Grasso: «Leu a congresso, non aspettiamo le scelte dei dem». Riunito il comitato promotore.
2 – Le fanzine della libertà Archivi argentini. Una mostra, dal titolo «Celulas madres» presso il Centro culturale Haroldo Conti di Buenos Aires raccoglie tutte le pubblicazioni della stampa femminista, a pochi giorni dalla votazione sulla legge per l’aborto in Argentina
3 – Fuori dalla moneta unica, uno scenario da incubo
4 – Angela Schirò (PD): non vanificare i risultati raggiunti dal reddito di inclusione introdotto dal governo a guida pd: il rei funziona.
5 – La Marca (PD): evitata la chiusura dei corsi di italiano in molte scuole dell’Ontario grazie al lavoro di squadra della comunità
6 – Brexit, sottosegretario Merlo riceve Ambasciatore britannico in Italia: “Lavoriamo per tutelare nostri connazionali” Inoltre nella giornata di oggi il sottosegretario Ricardo Merlo ha incontrato alla Farnesina il sottosegretario Manlio Di Stefano: collaborazione su rafforzamento rete consolare e riforma voto estero.
7 – Borghese (MAIE): Grande soddisfazione. Finalmente gli italiani all’estero diventano una priorità
8 – Cuperlo: «Resettiamo il Pd. Ora nuova linea e classe dirigente» Intervista/Democrack. L’ex deputato Dem: il ’decreto dignità’? Io non ho votato il Jobs act, difficile dire no a tutto se contiene cose che ho sostenuto. Un referendum su un nuovo capo non serve. Corro al congresso? Di certo la sinistra sarà visibile Gianni Cuperlo, ha ragione Giachetti? avete rimandato le primarie perché non avete ancora deciso chi le vincerà? E perché i renziani non hanno un candidato?

1 – GRASSO: «LEU A CONGRESSO, NON ASPETTIAMO LE SCELTE DEI DEM». RIUNITO IL COMITATO PROMOTORE. IL SOCIOLOGO DE MASI, GIÀ VICINO AI GRILLINI: «DARÒ UNA MANO, COME HO GIÀ FATTO PER L’M5S»
«Imbarazzante». Alla prima riunione del comitato promotore di Liberi e uguali, Piero Grasso usa la stessa parola di Paolo Gentiloni per commentare le parole di Renzi dal palco dell’assemblea nazionale Pd. Riunione a porte chiuse quella di ieri in una sala congressi del centro di Roma, per impostare il lavoro che dovrebbe sfociare in un partito unitario fra Mdp e Sinistra italiana entro fine anno.

All’appuntamento arrivano anche le personalità coinvolte da Grasso, accademici, sindacalisti, giornalisti, sindaci. Fra gli altri Michele Prospero, Antonio Floridia, Silvia Prodi. Assente c’è il giallista De Giovanni ma – a sorpresa – c’è il sociologo Domenico De Masi, già consulente dei 5 stelle ai quali però oggi contesta la scelta dell’alleanza con la Lega. «Cerco la sinistra dove spero di trovarla», spiega ai cronisti, «Non sono passato a LeU, darò una mano per un documento sul lavoro, come ho fatto per M5S». Fra gli esterni, chiamati a «stimolare» il dibattito e «aprirlo» alla società, resta qualche dubbio sul proprio ruolo: «Siamo un organismo scientifico o si fa la linea politica?».
Ci sono anche i deputati e i dirigenti dei due partiti (Possibile si è sfilato dal nuovo partito ma questo week end al suo Politicamp di Reggio Emilia si è dichiarata «non ostile»). Roberto Speranza va via presto, Nicola Fratoianni resta fino alla fine. C’è anche l’ex presidente della Camera Boldrini, Fassina, Epifani, Scotto, De Petris, Stumpo. Spetterà a un «comitato coordinatore» il core business della stesura del documento politico.
La road map: dal 12 luglio si aprono le adesioni (individuali) sul sito di Leu, entro la fine del mese il «manifesto delle idee», a settembre quattro o cinque appuntamenti tematici, poi il congresso per la scelta del gruppo dirigente. E del leader, argomento per ora tabù.

Alla fine Grasso giura di essere «rassicurato» dall’esito della giornata. «In queste settimane qualche dirigente ha chiesto di “andare oltre” Leu, ha guardato a fronti repubblicani, invocato un big-bang della sinistra, auspicato un nuovo Ulivo. Non sono d’accordo, non è stata d’accordo la nostra assemblea nazionale che ha preso una decisione», avverte. «Nessuno di noi può credere di portare questo milione di persone dove vuole. Sanno benissimo dove vogliono stare: dentro Leu. Non siamo disposti ad aspettare congressi, distruzioni o ricostruzioni di altri partiti per decidere cosa fare».

Il messaggio è a chi guarda al congresso Pd, specie a casa Mdp. Ma anche a casa Si sono in molti ad essere contrari a un partito unitario. Il nodo è il rapporto con il Pd e la collocazione alle prossime europee. Per questo la stesura del «manifesto» sarà delicata. E il rischio di lasciare qualche nodo irrisolto, per poi spaccarsi al primo intoppo, è ancora alto

2 – LE FANZINE DELLA LIBERTÀ ARCHIVI ARGENTINI. UNA MOSTRA, DAL TITOLO «CELULAS MADRES» PRESSO IL CENTRO CULTURALE HAROLDO CONTI DI BUENOS AIRES RACCOGLIE TUTTE LE PUBBLICAZIONI DELLA STAMPA FEMMINISTA, A POCHI GIORNI DALLA VOTAZIONE SULLA LEGGE PER L’ABORTO IN ARGENTINA. Lohana Berkins reinterpretata dall’arte – Di Francesca Lazzarato

Tra le donne argentine contrarie alla legge sull’aborto libero e gratuito, ce n’è una che spicca su tutte: Gabriela Michetti, una glaciale signora costretta su una sedia a rotelle da un incidente, fedelissima di Mauricio Macri e da lui scelta come vice presidente della Repubblica. Dopo aver tentato di ritardare la discussione del provvedimento alla Camera Alta, Michetti si è affrettata ad affermare con garbo mondano che l’interruzione di gravidanza andrebbe proibita anche in caso di stupro, perché il bambino «puoi darlo in adozione, vedere cosa ti succede durante la gravidanza, andare dallo psicologo, che ne so». Parole arrivate fino a Margaret Atwood, che le ha risposto: «In questo momento, le donne argentine lottano per i loro diritti e le loro vite. Se l’Irlanda ha potuto farlo, anche l’Argentina può».
E quando la vice presidente ha insistito sulla difesa di «ogni tappa della vita», aggiungendo con sufficienza di non conoscere i libri della scrittrice canadese, quest’ultima ha ribattuto, in un’intervista pubblicata il dieci luglio da un quotidiano di Santa Fé: «Nessuno sta costringendo le donne ad abortire. E nessuno dovrebbe costringerle a subire un parto. Se l’Argentina vuole costringerle a partorire, chiami almeno la costrizione per quello che è. È schiavitù: è rivendicare il possesso e il controllo del corpo di un’altra persona, e ricavarne un profitto».

3 – FUORI DALLA MONETA UNICA, UNO SCENARIO DA INCUBO IL MINISTRO PAOLO SAVONA Di Bruno Perini.
COME D’INCANTO, È TORNATO ALLA RIBALTA IL MINISTRO DEI RAPPORTI CON L’EUROPA PAOLO SAVONA, CHE CON POCHE PAROLE ESTRAPOLATE DA UN LUNGO INTERVGENTO («DOBBIAMO PREPARARCI AL PEGGIO»), HA RESUSCITATO SUO MALGRADO IL FANTASMA DELL’USCITA DALL’EURO. TANTO DA COSTRINGERE LUIGI DI MAIO A UNA NUOVA ACCORATA SMENTITA.

Il problema vero è che i primi a non essere tranquilli sono i grandi investitori internazionali. Il timore che circola nella comunità finanziaria europea è che i sovranisti di casa nostra, prima o poi, mettano sul tavolo «l’arma segreta» come strumento di pressione per ottenere finanziamenti da Bruxelles. Insomma la paura non è ancora passata e dunque il quesito rimane: che cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro? Quali effetti avrebbe sull’occupazione e sul mercato del lavoro? La risposta dei soloni della finanza internazionale è unanime e inequivocabile: un effetto devastante, simile a quello della grande crisi del 1929, quando la caduta di Wall Street portò a un crollo degli investimenti e a una disoccupazione dilagante.

Anche i più ottimisti sanno che il primo macroscopico risultato di una uscita dall’euro sarebbe una potente quanto drammatica svalutazione della lira. Anzi un vero e proprio crollo. A cui farebbe seguito uno scenario da paura. Non sono quelli di Bruxelles a sostenere questa tesi ma una delle più importanti banche del mondo: l’Ubs, ovvero l’Unione delle banche svizzere.

In un rapporto di qualche anno fa che mantiene tutta la sua attualità e che potrebbe essere titolato «Perdete ogni speranza o voi che uscite» , gli analisti dell’Ubs sostenevano che a causa di una gigantesca fuga di capitali, la lira crollerebbe del 60 per cento. Una percentuale spaventosa se si pensa agli stipendi e alle pensioni o ancora più drammatica se si immagina che cosa costerebbero i mutui che milioni di italiani hanno contratto con il sistema bancario. La seconda vittima di questo ritorno al passato sarebbe, secondo gli analisti, lo Stato italiano. Se ci si sofferma sul fabbisogno dello Stato italiano e sui livelli iperbolici del nostro debito che ha toccato di recente i 2350 miliardi di euro, è facile intravedere la possibile bancarotta delle nostre istituzioni finanziarie. Lo Stato non sarebbe in grado di onorare i debiti verso i milioni di sottoscrittori di titoli pubblici, provocando così ondate di sfiducia e di panico dagli esiti incalcolabili. A quel punto il necessario blocco di capitali sarebbe inutile, sarebbe come arginare un fiume in piena con un’asticella.

I primi effetti shock dell’uscita dall’euro sarebbero dunque un’inflazione devastante e un’esplosione dei tassi di interesse. La fuga dai nostri titoli di Stato con la conseguente bancarotta del debito pubblico spingerebbe i tassi d’interesse, secondo le stime più ottimistiche dell’Ubs, nella stratosfera. Si calcolano ben 7 punti in più rispetto ai livelli attuali.
Non basta. L’altro grande terremoto sarebbe costituito dall’inflazione. Non c’è bisogno di essere un economista per sapere che la nostra bilancia commerciale è strutturalmente in passivo, l’economia italiana è dipendente dall’estero per le fonti energetiche come gas, petrolio e altre materie prime essenziali per il 60%. Qualcuno ricorderà lo shock petrolifero degli anni ’70 del secolo scorso quando l’inflazione toccò punte del 20% a causa proprio dell’aumento improvviso del prezzo del petrolio. Ecco, ci spiegano gli economisti, potrebbe succedere qualcosa di ancora più grave: un barile di petrolio ci costerebbe quattro o cinque volte quello che costa oggi per il semplice motivo che i produttori di petrolio, ad esempio, vorrebbero essere pagati in euro o in dollari e non in una moneta svalutata del 60%.

Dunque, l’inflazione, a livelli mai conosciuti, si abbatterebbe su salari e pensioni provocando disastri inauditi sull’economia reale: crollo degli investimenti, crollo dell’occupazione. L’impoverimento crescente diventerebbe realtà a causa di un processo assai rapido di disoccupazione di massa. A nulla servirebbe un congelamento del credito, ipotizzato dallo stesso studio della banca svizzera Ubs. Né la Bce potrebbe in alcun modo intervenire per salvare il salvabile come auspicato da Paolo Savona nella sua audizione di martedì in parlamento.

L’abbandono dell’euro, conclude lo scenario, costerebbe a ogni cittadino italiano inizialmente tra 9.500-11.500 euro all’anno. Passata l’emergenza, il costo rimarrebbe comunque alto, tra 3-4000 euro all’anno ma del paese ne resterebbero soltanto le macerie, perché a quel punto l’Italia vivrebbe un isolamento politico e finanziario difficilmente recuperabile.

CHE SCHIAVITÙ sia la parola giusta lo fa pensare, in effetti, il programma «Lo Stato ti sta accanto e provvede» presentato in questi giorni dal senatore di Cambiemos Federico Pinedo, secondo il quale la madre riluttante riceverebbe un aiuto economico durante l’attesa, per poi consegnare il bambino alle istituzioni. Ma, per non pesare sul bilancio statale, potrebbero essere «terzi non identificati a farsi carico del controllo, dell’assistenza medica, dell’alloggio e del sostentamento delle donne incinte» e della sistemazione dei neonati.
In pratica, una fruttuosa compravendita di corpi femminili e dei loro «prodotti», a fronte di uno spreco costoso come l’aborto. E anche la Cgt peronista dichiara di essere preoccupata per il costo delle «pratiche abortive», guadagnandosi l’annuncio di un pañuelazo davanti alle sedi sindacali: armate di fazzoletti verdi, le donne faranno presente che l’onere sarà minore di quello legato alle morti o ai problemi di salute causati dall’aborto clandestino, e che quello della Cgt è un messaggio politico e ideologico (non a caso uno dei suoi dirigenti, Héctor Daer, definisce l’aborto «cultura dello scarto»).

IN VISTA DELL’8 AGOSTO, giorno in cui la legge verrà votata, il clima si va scaldando, mentre la cosiddetta «onda verde» si fa sempre più impaziente e aumentano l’aggressività dei pro-vida e le marce di compunte bimbette delle scuole cattoliche, affogate in fazzolettoni celesti. Le sostenitrici della legge, però, sono troppe per oscurarle o farle tacere: una valanga di donne di ogni età, dalle anziane pioniere (nel corso del XX secolo, la questione è stata sottoposta ai legislatori già sei volte) fino a las pibas, un mare di ragazzine orgogliose e combattive.
Tra conflitto e attesa, non poteva esserci momento migliore per inaugurare una mostra come Celulas madres. La prensa feminista en los primeros años de la democracia, da visitare fino al 29 luglio nel Centro culturale Haroldo Conti di Buenos Aires, dove sono esposti riviste, manifesti, volantini, fotografie, audiovisivi, fanzine e altro ancora, che danno conto di un panorama ricco e diversificato, appena riemerso dal silenzio e dalla clandestinità della dittatura.
Un’immensa parete ospita gli ingrandimenti di tutte le copertine delle pubblicazioni femministe di allora, un armadio accoglie parte dell’imponente archivio che Sara Torres ha donato al Programa de Memorias feministas y Sexogenéricas, Sexo y Revolución, mentre modesti opuscoli, paginette sciolte, foto in bianco e nero, pubblicazioni dalla grafica audace, supplementi di quotidiani o settimanali, arrivano dalla Biblioteca Nazionale o dal Centro de Documentación e Investigación de la Cultura de Izquierdas. Tra le sale si aggirano quattro «riviste in movimento» ispirate a quelle che osavano di più in fatto di immagini e veste grafica, realizzate da Marina de Caro del collettivo Nosotras proponemos e sostenute da fanciulle-sandwich; a creare gli «altari laici» di Siempre Vivas, dedicati a quelle che non ci sono più e carichi di immagini e oggetti-feticcio, è stata invece Marina Scafati, un’artista giovane e già famosa, mentre spezzoni di programmi radiofonici e televisivi d’epoca compongono un collage audiovisivo quanto mai curioso.
L’IDEATRICE DELLA MOSTRA è Maria Moreno, grande giornalista e crónista sofisticata (nonché autrice di uno dei libri più belli e complessi usciti nel 2017, Black out, doloroso diario intimo, biografia generazionale, ritratto dell’Argentina intellettuale pre e post dittatura, pubblicato da Literatura Random House) che ha scelto e organizzato il materiale proveniente dai vari archivi e centri di ricerca in cui è tutt’ora disperso. Il risultato è una mostra da vivere e non solo da guardare, dove passato e presente si confondono, annunciano il futuro, tessono collegamenti e stabiliscono multiple e preziose genealogie in cui le giovani donne possono specchiarsi, seguendo le tracce di temi e argomenti, ritrovando espressioni e gesti nelle vecchie foto in bianco e nero (spesso firmate da nomi famosi come Sara Facio o Alicia D’amico), anche se le differenze sono numerose quanto le somiglianze.
Alfonsina (vicina ai linguaggi dell’avanguardia, attenta alla psicoanalisi e diretta proprio da Maria Moreno), Persona (creata nel ’74, chiusa dalla dittatura e poi risorta negli anni ’80; celebre è la foto della sua fondatrice, María Elena Oddone, che nel 1984 sale le scale del Congresso reggendo un cartello con su scritto «No alla maternità, Sì al piacere»), Bruja (nata dal gruppo Atem 25 Noviembre, dalla forte connotazione di sinistra), Feminaria (legata alla Libreria delle Donne di Buenos Aires), Unidas (prodotta a Santa Fé dall’omonimo gruppo di donne marxiste), Cuadernos de existencia lesbiana (diretta da Ilse Fuskova e capace di anticipare i tempi con le sue paginette frammentate e provocatorie), e molte altre pubblicazioni, quasi sempre povere ed effimere, erano la voce delle esperienze di gruppi minoritari e spiccatamente eterogenei, immersi in accesi dibattiti sulle relazioni interpersonali, sulla sessualità e il corpo, sulla violenza e l’aborto, sul lavoro domestico e la subalternità in politica.

SPERIMENTANDO separatismo e autocoscienza, avviando un discorso sul genere mai tentato prima, rifacendosi a una necessaria «argentinità» e collegandola a quanto arrivava dall’estero, incrociando ogni tema con quello dei diritti umani, collegandosi a movimenti di dissidenza sessuale come il Frente de Liberación Homosexual o il Grupo Autogestivo de Lesbianas, le femministe di allora sono state davvero cellule madri che, nonostante la pronta istituzionalizzazione offerta dal governo Alfonsín (quella che le militanti di Unidas chiamavano ONGeización), il ritiro nell’Università o nei partiti tradizionali, gli allettamenti del neoliberismo menemista, assistono oggi alla nascita e all’evoluzione di un femminismo di massa cresciuto nel brodo di coltura dei social media e che si discosta non poco dalla tradizione collettiva di riflessione e militanza dei primi anni ’80, ma al quale hanno trasmesso almeno una parte del proprio Dna.
Nella mostra, a testimoniare un cambiamento maturato parallelamente e che allora era in gestazione, sono incluse le figure di due compagne di strada: nella sezione Siempre Vivas troviamo Néstor Perlongher, trozkista, grande poeta, antropologo e saggista, principale esponente del Flh, processato e incarcerato nel ’76, che su Alfonsina come altrove si firmava Rosa, o meglio che per tutti era Rosa. E accanto a lui, in virtù di una licenza cronologica, ecco Lohana Berkins, la travestiarca madre e protettrice di tutte le travas, scomparsa due anni fa e presente grazie a un colorato montaggio in veste di maga.

PROSTITUTA A TREDICI ANNI, laureata all’università, candidata al Congresso, attivista che ha dato un contribuito determinante alla ley de genero (promulgata, oltre quella sul matrimonio egualitario, dal governo Kirchner), Lohana, in cui confluivano tutte le lotte, compresa quella per l’aborto, non ha fatto in tempo a vedere, il mese scorso, l’assassino della sua amica Diana Sacayan condannato all’ergastolo per delitto d’odio e travesticidio. Ma c’è stato chi, in nome suo e con le sue parole, alla lettura del verdetto ha gridato: «Furia Travesti siempre!»

4 – ANGELA SCHIRÒ (PD): NON VANIFICARE I RISULTATI RAGGIUNTI DAL REDDITO DI INCLUSIONE INTRODOTTO DAL GOVERNO A GUIDA PD: IL REI FUNZIONA.

L’On. Angela Schirò è intervenuta ieri nel corso dell’audizione del Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, Luigi Di Maio, sulle linee programmatiche dei suoi dicasteri, promossa dalle Commissioni riunite Attività produttive, Lavoro e Affari sociali della Camera.

La deputata, anche alla luce delle recenti dichiarazioni del Ministro Tria relative all’equilibrio dei conti pubblici, ha chiesto al Ministro Di Maio di spiegare le ragioni per le quali, anziché rafforzare il reddito di inclusione (ReI), si preferisca piuttosto, abbandonando una strada di realismo e di buon senso, andare nella direzione dell’introduzione del reddito di cittadinanza che, di fatto, è una misura tuttora non definita nei tempi, nei modi, nei costi e nelle coperture finanziarie.

La parlamentare eletta in Europa, rivolgendosi al Ministro Di Maio, ha detto: “Vorrei farle osservare che in questo Paese non si parte da zero. Secondo i dati ufficiali forniti dall’Osservatorio statistico sul ReI, nel primo trimestre di quest’anno sono stati coperti dalla misura unica nazionale contro la povertà oltre 230.000 nuclei familiari e circa 870.000 persone, equivalenti a circa il 50% della platea stimata. L’importo medio del beneficio mensile è andato dai circa 300 euro ai 470 euro per le famiglie numerose. Il 72% dei benefici è ricaduto nelle aree del Sud.
Si tratta di dati parziali perché, come ben sa, dal 1° luglio sono stati superati i limiti previsti con riferimento ad alcune particolari categorie e il ReI è ormai una misura per tutti.
Con il Bilancio 2018 si è avuto un ulteriore rafforzamento di questa misura – ha proseguito Schirò – che consente di toccare il tetto di 535 euro e una platea di 700.000 famiglie, pari a 2 milioni e mezzo di persone.
Raddoppiando i fondi destinati, come il mio Partito ha proposto di fare negli ultimi mesi, e modificando alcuni parametri, si potrebbe arrivare a un tetto di 750 euro; modificando poi alcuni criteri di ammissibilità si potrebbe toccare una platea di 1,4 milioni di famiglie e di oltre 4 milioni di persone. Praticamente la generalità di coloro che, secondo l’Istat, si trovano nel nostro Paese in condizioni di povertà.

Come mai – ha concluso la parlamentare – si può pensare che sia preferibile una strada tracciata e in via di consolidamento, per avventurarsi in un’esperienza tutta da costruire e dalle difficili compatibilità finanziarie?”
On. Angela Schirò

5 – LA MARCA (PD): EVITATA LA CHIUSURA DEI CORSI DI ITALIANO IN MOLTE SCUOLE DELL’ONTARIO GRAZIE AL LAVORO DI SQUADRA DELLA COMUNITÀ
Il Toronto Catholic District School Board, nella riunione che ha tenuto ieri per decidere delle sorti del programma relativo all’IL (International Languages) con il quale da decenni si insegnano nelle scuole locali le lingue delle comunità minoritarie, ha deciso di non cancellare questo prezioso insegnamento e di proseguire nelle attività didattiche anche per il futuro.

Questo è avvenuto grazie alle voci che si sono levate a difesa di questo presidio del carattere multiculturale e multilinguistico dell’Ontario e, soprattutto, all’importante ed efficace lavoro di squadra della comunità italiana, che si è stretta intorno a questa sua storica conquista e ha saputo portare le giuste ragioni per la sua tutela.
Sono felice per questo importante risultato ed orgogliosa di appartenere ad una comunità così vigile e attiva. Sono sempre disponibile, altresì, a fare tutto quello che in questa delicata materia può essere fatto a livello istituzionale per interessare le autorità italiane, nel rispetto dell’autonomia di quelle canadesi, affinché la situazione possa stabilizzarsi anche per il futuro.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

6 – BREXIT, SOTTOSEGRETARIO MERLO RICEVE AMBASCIATORE BRITANNICO IN ITALIA: “LAVORIAMO PER TUTELARE NOSTRI CONNAZIONALI” INOLTRE NELLA GIORNATA DI OGGI IL SOTTOSEGRETARIO RICARDO MERLO HA INCONTRATO ALLA FARNESINA IL SOTTOSEGRETARIO MANLIO DI STEFANO: COLLABORAZIONE SU RAFFORZAMENTO RETE CONSOLARE E RIFORMA VOTO ESTERO.
di ItaliaChiamaItalia – giovedì 12 luglio 2018
Il sottosegretario agli Esteri, Sen. Ricardo Merlo, ha ricevuto oggi alla Farnesina l’Ambasciatore britannico in Italia, Jill Morris. Tra i dossier affrontati, le relazioni commerciali tra Italia e Regno Unito e la presenza di una importante comunità Italiana in Gran Bretagna.

“Per l’Italia – sottolinea il sottosegretario Merlo – resta essenziale la tutela dei diritti dei nostri connazionali, su cui Londra e Bruxelles hanno raggiunto un accordo preliminare il 23 marzo scorso e sulla quale il primo ministro inglese Theresa May aveva già inteso rassicurarci con il discorso su Brexit pronunciato a Firenze nel settembre 2017. Ora – prosegue – occorre continuare a dialogare con le autorità britanniche su come queste disposizioni saranno applicate nel Regno Unito per preservare i diritti dei nostri connazionali”.

Nel Regno Unito sono residenti circa 600mila italiani, di questi 300mila sono iscritti all’AIRE.

“Lavoriamo come governo italiano, in collaborazione con il governo del Regno Unito, per tutelare i nostri connazionali che vivono in Gran Bretagna”, assicura il sottosegretario Merlo in conclusione.

L’Ambasciatore ha dato la massima disponibilità del governo britannico per assicurare la collaborazione del dopo la Brexit nel dicembre 2020. Allo stesso modo, il Sottosegretario Merlo ha detto che gli inglesi che risiedono in Italia saranno trattati senza alcun tipo di discriminazione.

Tra gli altri appuntamenti previsti in agenda, nella giornata di oggi il sottosegretario Ricardo Merlo ha incontrato alla Farnesina il sottosegretario Manlio Di Stefano. Entrambi si sono detti d’accordo nel lavorare insieme per il miglioramento della rete consolare e, con carattere d’urgenza, per la sempre sempre più necessaria riforma del voto all’estero.

7 – BORGHESE (MAIE): GRANDE SODDISFAZIONE. FINALMENTE GLI ITALIANI ALL’ESTERO DIVENTANO UNA PRIORITÀ
Roma, 13 Luglio 2018: – L’on. Mario Borghese, al secondo mandato parlamentare ed eletto con il Movimento associativo italiani all’estero, ha dichiarato al termine dei lavori della III commissione Camera ( Affari Esteri) di aver constatato che finalmente si parla degli italiani all’estero.

“La presidente On. Marta Grande ha specificato che è una priorità della III Commissione costituire nel suo seno un Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero; inoltre, ha parlato della necessità di riformare il voto all’estero e di reperire risorse nella legge di bilancio per la promozione della lingua e della cultura degli italiani all’estero.” Ha precisato il parlamentare del MAIE, sottolinenando anche che l’on. Grande ha voluto fare le congratulazioni al Sottosegretario agli Esteri, sen. Ricardo Merlo, in quanto per la prima volta un “italiano di prima generazione, eletto all’estero, ricopre un incarico di governo.”

“Era ora – ha concluso, con soddisfazione, l’on. Mario Borghese – Qualcosa si sta muovendo. Il cambiamento voluto dal MAIE è in marcia.
8 – GIANNI CUPERLO, HA RAGIONE GIACHETTI?, AVETE RIMANDATO LE PRIMARIE PERCHÉ NON AVETE ANCORA DECISO CHI LE VINCERÀ? E PERCHÉ I RENZIANI NON HANNO UN CANDIDATO?
Sul candidato renziano non ho competenza a rispondere. L’opinione di Giachetti, invece, non mi convince per due motivi. Il primo è che al Pd un congresso di verità serve come l’ossigeno ma se lo gestiamo come una conta finiamo inseguiti dai nostri iscritti. Dopo quanto è avvenuto nessuno ha le virtù del redentore. Serve altro.

SECONDO MOTIVO.
Bisogna ripensare il progetto. Il 4 marzo si è consumata la peggiore sconfitta della sinistra anticipata per altro dal risultato rimosso del referendum costituzionale. Solo immaginare che dopo una valanga del genere basti tinteggiare le pareti è un’illusione. È cambiato tutto. Dieci anni fa, quando il Pd è nato, eravamo immersi in un sistema a due poli con il maggioritario. Oggi i poli sono tre e il parlamento si elegge con un sistema di fatto proporzionale. Mettici le conseguenze della crisi sulla classe media, l’impoverimento più esteso del dopoguerra e l’impatto dell’economia digitale sulla società dei lavori. Il punto non è aspettare che passi la nottata. Il tema è se qualcuno ha in mente una novità di linea, classe dirigente e concezione del potere dopo la gelata che ha bruciato il vecchio raccolto.

INTANTO DOVRESTE FARE OPPOSIZIONE, MA GIÀ NEL PD C’È CHI CONTESTA IL “DECRETO DIGNITÀ” CON LE PAROLE DI CONFINDUSTRIA.

Il decreto andrà giudicato nel merito. Ma se vi fossero voci – dal reintegro della causale all’aumento dell’indennizzo per i licenziamenti illegittimi – che alcuni tra noi avevano indicato nella passata legislatura, sarebbe complicato sostenere che non siamo d’accordo, tanto più – e parlo per me – non avendo votato il Jobs act. Il decreto più che una vera lotta al precariato contiene una serie di annunci per una campagna elettorale che non finisce mai. Ma sono per giudicare la sostanza. E se il sindacato dice ’confrontiamoci’ forse un partito che vuole recuperarne la fiducia dovrebbe ascoltare.

VUOLE APRIRE CONTRADDIZIONI NELL’M5S, COME D’ALEMA?

Bisogna capire dove siamo e cosa è questo governo. L’impianto è di destra, basta ascoltare le ricette su migranti, flat tax o legittima difesa. Il populismo penale attraversa molte pagine del contratto. La Lega ha consumato la sua svolta vestendo i panni di partito nazionalista del terzo millennio. Il vero pericolo è qui. Nel rovesciamento dello schema che ha dominato gli anni 90 e non solo: valori progressisti sul versante della democrazia e politiche economiche e sociali di matrice liberista. L’economia come un dogma – flessibilità, precarietà – e la sinistra, sulle due sponde dell’Atlantico, troppo timida nell’esprimere la radicalità necessaria per opporsi. Questa nuova destra si propone con ricette che pescano nel vecchio bagaglio della sinistra ma combinandole coi valori più tradizionali e reazionari della destra. Ci dobbiamo attrezzare resettando parecchia roba che abbiamo detto e fatto negli ultimi vent’anni.

DOVRESTE FAR ESPRIMERE ANCHE IL PARTITO, FORSE. VI SIETE DATI TEMPI LUNGHI PER UNA DISCUSSIONE PROFONDA, MA QUESTA DISCUSSIONE NON L’AVETE ORGANIZZATA.

Per la mia parte ci ho scritto sopra persino un libro con alcune idee dalle quali ripartire: cosa vuol dire rimettere al centro la libertà del singolo, rivedere il legame tra diritto al lavoro e a un reddito, aggredire l’emergenza casa di 250mila famiglie a rischio sfratto per la morosità sul mutuo, riformulare un’idea di Europa perché se al nazionalismo contrapponiamo la difesa dell’Europa che c’è saremo travolti. Sono solo titoli, il congresso dovrebbe prevedere forme di confronto sui temi, con tesi contrapposte, e una diversa modalità per rendere partecipi gli iscritti. L’alternativa è chiedere di nuovo a ciascuno di presentarsi la domenica prevista per partecipare al referendum sul nuovo capo.

SI CANDIDA? NICOLA ZINGARETTI NON RAPPRESENTA TUTTA L’AREA DELLA SINISTRA?

Non ho l’ansia di candidarmi a nulla. Sto girando l’Italia, vado nei circoli, e da molti mi viene la stessa richiesta, mettere in campo un’alternativa alla strategia di questi anni, e un ricambio nella classe dirigente. Io con altri questa discontinuità l’ho chiesta anche quando non era di moda e adesso il minimo è avere certezza che al congresso si esprima. Aggiungo: uscire da questo passaggio coi vecchi trasformismi o un unanimismo di facciata aprirebbe la via a nuove sconfitte. Zingaretti fa bene a dire ciò che intende fare. Per parte mia questa volta sento che la svolta dev’essere profonda. Decideremo con chi è rimasto ancorato a un’idea di sinistra.

NON CI SARÀ PIÙ UN SEGRETARIO CANDIDATO PREMIER, COME LEI CHIEDE DA TEMPO.

Non ci sarà perché quel modello di partito è finito con la stagione che lo aveva generato. Al Pd serve un segretario che abbia l’ambizione di fare quello e soltanto quello. Non perché il governo non conti, ma perché senza una forza organizzata alle spalle, senza un pensiero e una identità che vanno ricostruiti anche la prova del governo risulta più fragile. Il compito di adesso è ricostruire un campo largo che la stagione ultima ha colpevolmente diviso e il ruolo del partito più grande in questo è decisivo. Penso a un campo federato di forze, movimenti del civismo, personalità e associazioni capaci di reagire alle minacce di una destra verbalmente violenta e culturalmente autoritaria. Su questo piano il dialogo a sinistra non va archiviato. Va riaperto.

LEI È CASSAINTEGRATO A ZERO ORE DEL PARTITO. DA JIM MESSINA ALLA FINE COM’È STATA GESTITA LA VICENDA DEI LAVORATORI DEL NAZARENO?

Sono rientrato alla direzione del Pd e come altre decine di dipendenti sono in cassa integrazione. Le radici del malanno vengono dalla scelta di tagliare il finanziamento pubblico. Quel modello andava rivisto, corretto ma la sua abrogazione ha schiacciato il partito sulle istituzioni e resuscitato una selezione di censo nell’accesso alle cariche elettive. Quanto a Jim Messina, massimo rispetto ma mi auguro che la prossima volta sia reclutato per una consulenza esclusiva alla Lega.

HA DETTO IN ASSEMBLEA CHE CERCA UN LAVORO. HA UN’IDEA SU COSA VORREBBE FARE?
SÌ, IL TITOLISTA AL MANIFESTO.
Di Daniela Preziosi da “ II Manifesto”

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