18 06 16 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ ESTERO e ALTRE COMUNICAZIONI.

0 – Radiografia del governo CONTE, da chi è composto il nuovo esecutivo.
Con il giuramento del presidente del consiglio e dei ministri, entra in carica il primo governo della XVIII legislatura. Venerdì 1° giugno 2018
1 – LA MARCA (PD): solidarietà e aiuti al popolo e alle autorità del Guatemala per le devastazioni del vulcano del Fuego
2 – PARLAMENTARI PD ESTERO: non usare la vita delle persone per esibizioni di diplomazia MUSCOLARE. (vengono accolte dalla Spagna a Valencia, sic. n.d.r.)
3 – Il Ministero degli Affari Esteri annuncia il progetto di ristrutturare la Casa d’Italia. Un’importante iniziativa che può farla diventare centro delle istituzioni e della cultura italiana nella città guida della Svizzera. La mia interrogazione parlamentare nel 2009 “Salviamo la Casa d’Italia”.
4 – “Una rivoluzione democratica in Europa”: la proposta di Martins, Mélenchon e Iglesias. Dichiarazione di Lisbona per una rivoluzione democratica in Europa
5 – IL messaggio dimenticato di KARL MARX.
6 – Possibile scrive.
7 – PARLAMENTARI PD ESTERO: buon lavoro a MERLO e PICCHI. Gli italiani all’estero siano una leva strategica per il paese . Esprimiamo gli auguri di buon lavoro al Senatore Ricardo Merlo e all’Onorevole Guglielmo Picchi per la nomina a Sottosegretari agli affari esteri e alla cooperazione internazionale, che probabilmente preluderà anche all’assegnazione a uno dei due della delega per gli italiani nel mondo.
8 – SETTE GIORNI IN CHIAROSCURO. L’Italia invisibile

 

0 – Radiografia del GOVERNO CONTE, DA CHI È COMPOSTO IL NUOVO ESECUTIVO
Con il giuramento del presidente del consiglio e dei ministri, entra in carica il primo governo della XVIII legislatura. Venerdì 1° giugno 2018

a – PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
Giuseppe Conte, professore ordinario di diritto privato all’università di Firenze, era già stato indicato, prima delle elezioni, dal Movimento 5 stelle come possibile ministro della pubblica amministrazione.

b – Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Giancarlo Giorgetti (Lega), deputato. È stato eletto per la prima volta in parlamento nel 1996, ed è ora al suo sesto mandato. Vedi la sua scheda su open parlamento.

c – Ministeri con portafoglio
Ministro degli Interni e vice presidente del consiglio
Matteo Salvini, segretario della Lega ed ex parlamentare europeo. Alle recenti elezioni politiche è stato eletto al senato. Vedi la sua scheda su open parlamento.

d – Ministro dello Sviluppo Economico e Lavoro e vice presidente del consiglio
Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 stelle. È stato eletto per la prima volta in parlamento nella XVII legislatura, quando ha ricoperto la carica di vice presidente di aula alla camera. È stato rieletto, sempre a Montecitorio lo scorso 4 marzo. Vedi la sua scheda su openparlamento.

e – Ministro dell’Economia
Giovanni Tria, preside della facoltà di economia di Tor Vergata.

f – Ministro degli Esteri
Enzo Moavero Milanesi, già ministro degli affari europei con i governi Monti e Letta.

g – Ministro della Difesa
Elisabetta Trenta, esperta in materia di politica di difesa e sicurezza. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

h – Ministro della Giustizia
Alfonso Bonafede (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

i – Ministro della Salute
Giulia Grillo (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

l – Ministro dell’Ambiente
Sergio Costa, generale dei carabinieri (già corpo forestale dello stato). Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

m – Ministro dell’Agricoltura e del Turismo
Gian Marco Centinaio (Lega), senatore. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

n – Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture
Danilo Toninelli (M5s), senatore. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

o – Ministro dell’Istruzione
Marco Bussetti, già insegnante di educazione fisica e dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.

p – Ministro dei Beni Culturali
Alberto Bonisoli, è direttore della Nuova accademia di belle arti di Milano. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

MINISTERI SENZA PORTAFOGLIO

q – Ministro degli Affari Regionali
Erika Stefani (Lega), senatrice. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

r – Ministro del Sud
Barbara Lezzi (M5s), senatrice. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

s – Ministro della Pubblica Amministrazione
Giulia Bongiorno (Lega), senatrice. È stata presidente della commissione giustizia della camera nella XVI legislatura, ed è al suo terzo mandato parlamentare. Vedi la sua scheda su openparlamento.

t – Ministro ai Disabili e alla Famiglia
Lorenzo Fontana (Lega), deputato. Ex parlamentare europeo, è attualmente vice sindaco del comune di Verona. Vedi la sua scheda su openparlamento.

u – Ministro al rapporto con il parlamento e la democrazia diretta
Riccardo Fraccaro (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

v – Ministro degli Affari Europei
Paolo Savona, oltre ad altre numerose cariche pubbliche e private è stato ministro dell’industria del governo Ciampi.

18 MINISTRI
Come il precedente governo Gentiloni, anche l’esecutivo Conte è composto da 18 ministri, 12 con portafoglio e 6 senza. Il conferimento di 2 deleghe, Lavoro e sviluppo economico, ad uno stesso ministro è stato controbilanciato da un dicastero senza portafoglio in più

2 – 89,5% DEI MINISTRI SONO ESORDIENTI
Escludendo i governi tecnici di Monti e Dini, nella nostra storia repubblicana non c’è mai stato un tale ricambio politico nel consiglio dei ministri. Solo 2 dei 19 membri (incluso Conte) hanno avuto un precedente incarico da ministro: Paolo Savona e Enzo Moavero Milanesi
IL TASSO DI RICAMBIO PIÙ ALTO TRA I GOVERNI POLITICI
Escludendo i governi tecnici di Monti e Dini, nella nostra storia repubblicana non c’è mai stato un tale ricambio politico nel consiglio dei ministri. Solo 2 dei 19 membri (incluso Conte), hanno avuto un precedente incarico da ministro, il 10,5%. Parliamo nello specifico di Paolo Savona, ministro dell’industria nel governo Ciampi, e di Enzo Moavero Milanesi, al dicastero degli affari europei sia con Monti che con Letta.
DA SAPERE
Per ogni governo è stato calcolata la percentuale di ministri al primo incarico nel consiglio dei ministri. Non sono stati inclusi incarichi da sottosegretario o vice ministro.

3 – Cinque su 18 DONNE MINISTRO
La percentuale di donne nel Consiglio dei ministri dal governo Berlusconi IV a oggi si è generalmente attestata sotto al 30%. Il governo Conte con 5 donne su 18 (27,78%) rispecchia in pieno questo trend. Il record all’insediamento è del governo Renzi (50%
DONNE MINISTRO, IN LINEA CON GLI ULTIMI ESECUTIVI
La percentuale di donne nel Consiglio dei ministri dal governo Berlusconi IV a oggi si è generalmente attestata, seppur con 2 eccezioni di rilievo, sotto al 30%. Il governo Conte con 5 donne su 18 (27,78%) rispecchia in pieno questo trend, confermando tra le altre cose il dato del precedente governo Gentiloni.
DA SAPERE
La percentuale è stata calcolata al giorno di insediamento di ogni governo. Non sono quindi state considerate eventuali variazioni

4 – +10 SULLA SOGLIA DI MAGGIORANZA
Grazie al sostegno dei 2 senatori eletti all’estero (Merlo e Cario) e dei 5stelle espulsi ora nel Misto (Buccarella e Martelli), il numero dei senatori a sostegno del governo Conte è passato da 167 a 171. A Palazzo Madama il margine dell’esecutivo è ora di 10 voti.

5 – – THINK TANK E FONDAZIONI POLITICHE
Tre dei 18 ministri hanno incarichi in think tank politici, formando un network di 6 strutture collegate al governo Conte. Aspen Institute Italia (Moavero Milanesi e Savona), Fondazione Iustus (Savona e Tria), Fondazione Craxi (Tria), Fondazione Icsa (Savona), Fondazione Magna Carta (Tria) e Fondazione Ugo La Malfa (Savona).
NON SONO COMPRESI I SOTTOSEGRETARI

 

1 – LA MARCA (PD): SOLIDARIETÀ E AIUTI AL POPOLO E ALLE AUTORITÀ DEL GUATEMALA PER LE DEVASTAZIONI DEL VULCANO DEL FUEGO
“Lasciano rattristati e sgomenti le notizie che giungono dal Guatemala sulle perdite umane e le devastazioni provocate dall’eruzione del Vulcano del Fuego.
Il National Forensic Institute parla di 73 morti e circa 200 dispersi mentre la organizzazione che coordina i soccorsi sarebbe in possesso degli elementi di identità e residenza di 192 dispersi. Si tratta di numeri, purtroppo, ancora provvisori, che probabilmente sono destinati ad aggravarsi.
Esprimo la mia sincera solidarietà alle popolazioni colpite e alle autorità del Paese ed auspico un’iniziativa di collaborazione e di aiuto delle nostre autorità in caso di richiesta da parte guatemalteca e di comprovata necessità”.
On. Francesca La Marca

 

2 – PARLAMENTARI PD ESTERO: NON USARE LA VITA DELLE PERSONE PER ESIBIZIONI DI DIPLOMAZIA MUSCOLARE . (vengono accolte dalla Spagna a Valencia, sic. n.d.r.)
629 persone, di cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, raccolte al largo della Libia dalla nave Aquarius, sono il simbolo innocente e dolente della prova di forza che il Ministro Salvini e il governo Conte hanno voluto intraprendere nominalmente con Malta e indirettamente con i partner europei. In non casuale coincidenza con la consultazione elettorale amministrativa.
629 persone: vite umane, usate cinicamente come oggetto di polemica bilaterale e confronto internazionale e come pretesto di propaganda elettorale. Da parte di forze che hanno sempre chiesto di riaffermare le radici cristiane dell’Europa al posto della sua tradizione di laicità e di libertà e che non si vergognano di esibire simboli religiosi in manifestazioni elettorali. E in nome di un paese che, con il suo 2,4 per mille, ha la percentuale più bassa di richiedenti asilo su mille abitanti tra tutti i paesi europei.
Non ci interessano i cavilli avvocateschi che consentirebbero in alcuni casi di derogare agli obblighi internazionali di accoglienza sanciti da trattati ai quali l’Italia ha aderito da decenni. Ci interessa che le persone siano messe al sicuro e che ad esse si applichino con umanità ed equità i criteri di selezione in vigore per i richiedenti asilo.
Ci interessa ancora di più che il nome degli italiani, che in trenta milioni sono stati emigranti e hanno riempito con il loro nome le tragedie del mare e del lavoro in tutto il mondo, non sia associato ad operazioni che scambiano persone e destini con trattative diplomatiche o, peggio ancora, con esibizioni muscolari.
Il problema degli immigrati è certamente il maggior fattore di tensione nei rapporti comunitari e lo si affronti con la necessaria fermezza con i nostri partner. Non mettendo in gioco, tuttavia, vite umane, ma, allo stesso tempo, perseguendo la linea di freno e controllo nei luoghi di partenza, già adottata dal governo Gentiloni e dal ministro Minniti, con risultati obiettivamente significativi.
I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

3 – IL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI ANNUNCIA IL PROGETTO DI RISTRUTTURARE LA CASA D’ITALIA. Un’importante iniziativa che può farla diventare centro delle istituzioni e della cultura italiana nella città guida della Svizzera. La mia interrogazione parlamentare nel 2009 “Salviamo la Casa d’Italia”.
LA CASA D’ITALIA DI ZURIGO ALLA SFIDA DEL RINNOVAMENTO!
Finalmente, ci siamo. La Casa d’Italia di Zurigo sarà ristrutturata. Oltre un lifting alla ricerca del tempo perduto. Quando, ancora tanta parte dell’emigrazione italiana, pensava di rientrare al più presto nel nostro paese per aiutarlo a cambiare e costruire un futuro di progresso.
Lo slogan che accompagnava i “treni rossi” (Torna a votare. Vota per tornare) a ogni importante scadenza politica, era la sintesi di un sogno. La conquista del paradiso attraverso la partecipazione democratica della moltitudine composta dagli straordinari cittadini emigrati.
Talvolta non mancò, tuttavia, anche qualche protagonismo nella terra dei confederati. Il sette giugno del 1970. La rivolta, frutto di rabbia e passione politica, per l’ingratitudine e il diniego del contributo italiano (anche di sangue) allo sviluppo economico e sociale della Svizzera, contro l’iniziativa dello xenofobo Schwarzenbach. La reazione morale della comunità italiana, ma non solo, e dell’anima democratica e aperta della società elvetica realizzarono il miracolo: Schwarzenbach fu sconfitto.
CENTRO DI MOBILITAZIONE ANTIRAZZISTA
Le case d’Italia, al plurale, furono il centro della mobilitazione morale: per organizzare i gruppi di lavoro, stendere un documento, inventare uno slogan (Etre solidaire. Mitenand. Assieme) creare entusiasmo e consenso per la battaglia di verità e giustizia.
La comunità italiana che si fa parte di uno stato nel segno della solidarietà e del riconoscimento collettivo in una bandiera. L’avvio, questo sì, di un magma sociale che si riconosceva in due storie: gli italos noti nello sport – il calcio, soprattutto – la cui sintesi si realizzò, più tardi, nei voli sui sentieri del pavé verso Roubaix del Lucano-Svizzero Fabian Cancellara.
L’integrazione protagonista nei gangli vitali della Confederazione – esclusa, in gran parte, la politica – evidenziata dalle gru degli alti edifici in costruzione, alla cui sommità campeggia, generalmente, una scritta nominale italica, ha tolto agli antichi centri – le case d’Italia, ma non solo – la magia del punto di riferimento e d’approdo.
LE INIZIATIVE SU INTEGRAZIONE E NATURALIZZAZIONE
Sempre nelle case d’Italia, in Svizzera, iniziano le discussioni sulla naturalizzazione delle seconde e terze generazioni. Prendere o no il passaporto svizzero? Via via l’idea si afferma e influenza tanti nostri giovani connazionali che decidono di acquisire la seconda nazionalità. Dal 1983, dopo ben quattro rifiuti consecutivi alle urne, popolo svizzero e cantoni hanno approvato la scorsa domenica (12 febbraio 2017) di facilitare la naturalizzazione ai giovani stranieri di terza generazione. Non è una rivoluzione, ma un piccolo passo avanti, perché le condizioni di accesso restano ferree.
Rinnovarsi o morire. In alcuni casi, almeno parzialmente, è accaduto. A Berna, per esempio. In altri, no. E Zurigo, oltre a Lucerna, ne è il segno più eclatante.
Una imponente struttura sempre più ghetto e figlia di una memoria stantia nonostante il tentativo di abbellirla operato da un comitato “pro Casa d’ Italia.” Chi scrive espresse, a suo tempo, un giudizio positivo e indicò una speranza, minata, tuttavia e all’origine, da puri e nascosti interessi commerciali e di parte.
LA MIA INTERROGAZIONE NEL 2009
All’insegna del motto “Salviamo la Casa d’Italia di Zurigo” nel 2009 ho presentato anche un’interrogazione. In quell’occasione ho voluto dare eco in Parlamento ad un grido di allarme. In quegli anni se ne paventava la vendita. Alla guida del governo c’era Silvio Berlusconi, Ministro degli Esteri era Franco Frattini e ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Io ho partecipato all’azione per scongiurare quell’esito. E già allora dicevo che la Casa d’Italia doveva tornare ad essere il centro dell’Italianità. Come in altre metropoli nel Mondo. A Locarno non è stato possibile, a Lucerna non si sa ancora, ma a Zurigo ci siamo riusciti.
È giunta l’ora del coraggio. Saper osare e investire nel nome della memoria e del rinnovamento.
La Casa d’Italia di Zurigo rimarrà chiusa per diverso tempo per una necessaria e sostanziale ristrutturazione indicata dalla recente ispezione ministeriale.
Per il polo scolastico italiano, ospite dell’attuale struttura, occorrerà ricercare, in accordo con le autorità cittadine e cantonali svizzere, una sede esterna.
UNA BATTAGLIA VINTA
Vedo un grande teatro. Una folla in attesa dell’evento. Una mostra. Un Pinturicchio o un Giotto a cui ispirarsi. Un centro di alta cultura. Di una Patria italiana figlia della nuova Europa. Che sta, nonostante la miserabile attualità, nelle nostre aspirazioni. E perché no? Con tutte le garanzie indispensabili, la nuova sede delle istituzioni consolari e culturali italiane.
Qualche ora di viaggio per raggiungere la moderna metropoli su cui veglia la dorata madonnina, così cara ai meneghini e a chi, come me, aspirò a scoprirla aldilà del monte.
Nel brulichio di viale Palestro spicca il vetro cemento del palazzo eretto a celebrare la vitalità confederale svizzera nel capoluogo lombardo. Ecco l’esempio di un qualcosa che può nascere nella città sulla Limmat.
La traversata del San Gottardo, tremila metri e più, sotto la vetta, ha unito due metropoli, due storie, due futuri. Due città gemellate – Milano e Zurigo – nel senso della memoria e nell’arricchimento delle loro grandi culture. L’avvenire entra in noi molto prima che accade (R.M. Rilke). Ma solo se sapremo – istituzioni e comunità – essere all’altezza del futuro che è nei nostri sogni.
On. Gianni Farina
Roma 15 febbraio 2017

 

4 – “UNA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA IN EUROPA”: LA PROPOSTA DI MARTINS, MÉLENCHON E IGLESIAS. DICHIARAZIONE DI LISBONA PER UNA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA IN EUROPA
L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.
L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.
È ora di rompere la camicia di forza dei trattati europei che impongono l’austerità e favoriscono il dumping fiscale e sociale. È ora che chi crede nella democrazia faccia un passo in avanti per rompere questa spirale inaccettabile. Abbiamo bisogno di mettere un sistema ingiusto, inefficace e insostenibile al servizio della vita e sotto il controllo democratico della cittadinanza. Abbiamo bisogno di istituzioni al servizio delle libertà pubbliche e dei diritti sociali, che sono la base materiale stessa della democrazia. Abbiamo bisogno di un movimento popolare, sovrano, democratico, che difenda le migliori conquiste delle nostre nonne e dei nostri nonni, dei nostri padri e delle nostre madri, e che possa lasciare un ordine sociale giusto, praticabile e sostenibile alle generazioni che verranno.
Con questo spirito di disobbedienza di fronte all’esistente, di ribellione democratica, di fiducia nella capacità democratica dei nostri popoli di fronte al progetto fallito delle élite di Bruxelles, oggi facciamo, a Lisbona, un passo avanti. Lanciamo un appello ai popoli d’Europa perché si uniscano alla sfida di costruire un movimento politico internazionale, popolare e democratico per organizzare la difesa dei nostri diritti e la sovranità dei nostri popoli di fronte a un ordine fragile, ingiusto e fallito che ci porta con passo deciso verso il disastro.
Chi condivide la difesa della democrazia economica, contro i grandi imbroglioni e l’1% che controlla più ricchezza del resto degli abitati di tutto il pianeta; della democrazia politica contro chi resuscita le bandiere dell’odio e della xenofobia; della democrazia femminista, contro un sistema che discrimina ogni giorno e in ogni ambito della vita metà della popolazione; della democrazia ecologista, contro un sistemo economico insostenibile che minaccia la sostenibilità della vita stessa nel pianeta; della democrazia internazionale e della pace, contro chi costruisce una volta di più l’Europa della guerra; chi condivide la difesa dei diritti umani e i principi fondamentali del buon vivere troverà in questo movimento la propria casa. Ci stiamo stancati di aspettare.
Ci siamo stancati di credere a chi ci governa da Berlino e da Bruxelles. Ci mettiamo all’opera per costruire un nuovo progetto di ordine per l’Europa. Un ordine democratico, giusto ed equo, che rispetti la sovranità dei popoli. Un ordine all’altezza dei nostri desideri e delle nostre necessità. Un ordine nuovo, al servizio del popolo.
Catarina Martins (Bloco de Esquerda)
Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise)
Pablo Iglesias (Podemos)

 

5 – IL MESSAGGIO DIMENTICATO DI KARL MARX.
A duecento anni dalla nascita, il filosofo tedesco è ancora studiato in tutto il mondo. Ma più che per l’analisi dei processi storici, nell’era dell’automazione il suo pensiero è attuale soprattutto per la sorprendente fiducia nell’individuo.
Il comunismo non è semplicemente l’abolizione della proprietà privata. È la riappropriazione della propria essenza da parte dell’essere umano.

La foto, un po’ sfocata, sembra cogliere Lev Trotskij a metà di una frase. Siamo a casa di Frida Kahlo nel 1937. A sinistra c’è Natalia Sedova, la moglie di Trotskij. A destra ci sono Kahlo e, seminascosta dietro di lei, una giovane donna che ascolta attentamente: è Raja Dunaevskaja, la segretaria di Trotskij.
Non sappiamo quale sia l’argomento della conversazione, ma non abbiamo dubbi sulle sue premesse: tutte le persone presenti nella fotografia sono marxiste. Le loro idee sulla politica, l’economia, l’etica e l’arte sono state influenzate dagli scritti di un uomo nato in Germania duecento anni fa. Trotskij sarà assassinato nel 1940, e da quel momento Sedova riverserà tutta la sua rabbia contro il potere sovietico. Kahlo diventerà una delle artiste più straordinarie del novecento. Ma è Dunaevskaja a costituire il collegamento tra il marxismo classico e l’unica forma in cui la teoria elaborata dal filosofo tedesco può avere senso oggi. “Il marxismo”, sosteneva Dunaevskaja, è una forma di “umanesimo radicale”. Il 5 maggio si è celebrato il duecentesimo anniversario della nascita di Marx, ma il dibattito sulle sue idee non accenna a finire. La scorsa estate l’estrema destra statunitense ha manifestato a Charlottesville, in Virginia, accusando la città di essere schiava del “marxismo culturale”. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, avverte che il marxismo potrebbe tornare d’attualità a causa della disoccupazione legata all’automazione e delle disuguaglianze. In Cina, intanto, è stata risuscitata una forma di marxismo che è diventata la nuova dottrina di stato. Per capire quello che può e non può sopravvivere del marxismo, dobbiamo chiederci che senso hanno i suoi insegnamenti nelle condizioni profondamente diverse di oggi.
OLTRE L’ORTODOSSIA
Nel luglio del 1850 Karl Marx era già un teorico della sconfitta. Nel Manifesto del partito comunista (1848) aveva scritto che la missione della classe operaia era abolire la proprietà privata e introdurre il comunismo. Ma aveva capito subito che ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Dopo aver cercato per due anni di spingere le rivoluzioni democratiche in corso in Francia e Germania nella direzione della giustizia sociale, aveva ammesso il suo fallimento e si era rifugiato a Londra.
Tuttavia, nella stanza sopra a un pub di Soho, davanti a una pinta di birra, Marx continuava a rassicurare il suo compagno
d’esilio, Wilhelm Liebknecht, sul fatto che la speranza non era ancora morta. Aveva appena visto il prototipo di un treno a trazione elettrica in mostra a Regent Street: l’era del vapore sarebbe finita presto e sarebbe cominciata quella dell’energia elettrica. Liebknecht scrisse: “Marx, tutto entusiasta e rosso in viso, mi disse: ‘Adesso il problema è risolto, e le conseguenze sono imprevedibili. Alla rivoluzione economica deve necessariamente seguire quella politica, perché la seconda è solo l’espressione della prima”.
Tra i fumi del tabacco, Marx aveva delineato una versione semplificata della concezione materialistica della storia. A quella ne sarebbe seguita una più complicata. Nella prefazione al saggio Perla critica dell’economia politica (1859) Marx spiega che il cambiamento sociale nasce dal conflitto tra due realtà create dagli esseri umani: le forze produttive – cioè la tecnologia e le competenze necessarie per usarla – e i rapporti di produzione, il modello economico necessario per dar vita alla tecnologia.
Insieme, sostiene Marx, la tecnologia e il modello economico costituiscono la “struttura” su cui in ogni sistema si fondano le “sovrastrutture”, cioè le leggi, le istituzioni politiche, le culture e le ideologie. Le rivoluzioni scoppiano quando il sistema economico ritarda il progresso tecnologico.
Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848, Marx dedicò la sua vita a due progetti complementari: la creazione di partiti della classe operaia che difendessero gli interessi dei lavoratori e li preparassero a conquistare il potere, e l’analisi delle dinamiche del capitalismo industriale.
Solo una volta, in un quaderno rimasto inedito per più di cent’anni, Marx azzardò un’ipotesi sulla forma che la rivoluzione tecno-economica avrebbe potuto assumere. Nel Frammento sulle macchine, scritto nel 1858, Marx immagina un’epoca in cui le macchine fanno la maggior parte del lavoro e in cui la conoscenza, diventata “sociale”, si incarna in quello che il filosofo chiama “intelletto generale”. Dato che il capitalismo si basa sui profitti generati dai lavoratori, non può sopravvivere a un livello di progresso tecnologico che elimini la necessità del lavoro. Il conflitto tra proprietà privata e conoscenza sociale condivisa, dice Marx, farà “saltare in aria” le fondamenta del capitalismo. Questa profezia, così palesemente anticipatrice della nostra epoca di robot e conoscenza condivisa, è rimasta negli archivi fino agli anni sessanta.
Nei cinquant’anni successivi alla morte di Marx, nel 1883, le sue idee subirono tre reinterpretazioni. All’inizio il suo collaboratore Friedrich Engels cercò di sistematizzare il pensiero di Marx in una teoria onnicomprensiva, che non si fermava alla storia ma teneva insieme perfino la fisica, l’astronomia e l’etnografia. Questo era il marxismo che studiarono i leader dei primi partiti socialisti, i quali ne fecero una seconda revisione, sostenendo che le teorie di Marx conducevano aun socialismo parlamentare pacifico, non alla rivoluzione. Infine, a partire dal 1899, emerse un marxismo basato sulla lotta di classe, che metteva la for- za di volontà dell’essere umano e il suo slancio organizzativo al di sopra dell’ineluttabilità dello sviluppo storico.
Questo era il marxismo che Trotskij e Sedova avevano imparato nei movimenti clandestini in Russia, e che nel 1902 li aveva costretti all’esilio a Parigi. Secondo questa teoria, la Russia sarebbe potuta diventare democratica solo sotto la guida della classe operaia. Per questo bisognava organizzare i lavoratori in partiti agguerriti e gerarchizzati proprio come gli stati governati dagli zar e dai kaiser che i lavoratori
stessi volevano abbattere. Le loro armi dovevano essere gli scioperi e le barricate, non le elezioni e l’attivismo culturale.
Ma il marxismo dei primi del novecento conteneva anche una teoria della classe operaia opposta a quella di Marx. Per il filosofo tedesco le rivoluzioni del 1848 erano fallite perché il capitalismo non era ancora maturo per essere abbattuto. Per Lenin, nel 1902, erano i lavoratori a non essere pronti. E non lo sarebbero mai stati senza la guida di un’élite, senza l’avanguardia di un partito clandestino che li spingesse all’azione.
Lenin sosteneva che l’intera classe operaia specializzata del mondo sviluppato ormai era stata comprata dai guadagni dell’imperialismo: fare la rivoluzione era compito dei lavoratori non specializzati in occidente e dei popoli dei paesi meno sviluppati. Più o meno a partire dal 1910 le rivolte nazionaliste e le guerre per la terra scoppiate in Messico, Cina, Irlanda e infine in Russia sembrarono confermare questa teoria.
Trotskij e Sedova avevano assistito alla nascita di questo nuovo marxismo rivoluzionario. La generazione di Kahlo e Dunaevskaja conosceva invece solo questa versione.
Dunaevskaja era nata nel 1910 da genitori ebrei nell’odierna Ucraina ed era emigrata a Chicago con loro nel 1922. Era entrata nel Partito comunista a 14 anni, durante uno sciopero scolastico. Avrebbe lasciato il partito quattro anni dopo, quando fu gettata giù dalle scale per aver criticato l’espulsione di Trotskij dal Comintern e dal Partito comunista sovietico.
Trotskij era stato uno dei leader della rivoluzione del 1917. Poi aveva partecipato all’abolizione del controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori e alla repressione delle opposizioni di sinistra. Ma a partire dal 1923, davanti alla nascita di una nuova élite di burocrati, aveva lanciato un suo movimento di opposizione. Negli anni trenta era ormai arrivato alla conclusione che lo stalinismo e il fascismo erano “gemelli”, separati esclusivamente dalle teorie economiche su cui si basavano.
Nel movimento trotskista Dunaevskaja aveva il compito di curare, da un ufficio di New York, un giornale in lingua russa distribuito nell’Unione Sovietica. Era arrivata in Messico nel luglio del 1937 per lavorare come stenografa e traduttrice di Trotskij, mentre le grandi purghe cominciava
no a decimare le loro reti clandestine.
Kahlo era entrata a far parte del movimento dei giovani comunisti messicani nel 1928, a 21 anni. “SONO COMUNISTA PER NATURA”, avrebbe scritto in seguito. Per la generazione dei giovani intellettuali messicani attratti dal comunismo, quest’identità politica implicava non solo la sperimentazione sessuale e artistica, ma anche un profondo impegno nei confronti della culture indigene e un grande entusiasmo per le rivolte dei contadini guidate da Emiliano Zapata.
Le persone ritratte nella fotografia condividevano una serie di idee di fondo che potremmo riassumere così: le rivoluzioni di solito scoppiano nei paesi arretrati; richiedono una guerriglia mobile, l’occupazione di terre e una lotta spietata contro i ricchi; un partito marxista deve guardarsi dal conservatorismo della classe operaia occidentale e difendere piuttosto i popoli indigeni e quelli oppressi; la classe operaia è il “soggetto rivoluzionario” intrinsecamente nemico del capitalismo, anche se momentaneamente fuorviato.
Erano tutte persone pronte al sacrificio e disposte a usare la manipolazione e la violenza per raggiungere il loro obiettivo. Ma ognuna si sforzava, a modo suo, di preservare un marxismo dal volto umano, di resistere alle menzogne, agli omicidi di massa e alla repressione della libertà innescata dallo stalinismo. La tragedia è che nessuno di loro aveva compreso quanto profondamente umanista fosse il marxismo quando era stato concepito. Solo Dunaevskaja un giorno lo avrebbe capito.
Marx non amava la filosofia: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo, quello che conta è cambiarlo”, scrisse. I Manoscritti economico-filosofici – scritti nel 1844 a Parigi, ma pubblicati a Mosca solo nel 1932 – dimostrano come arrivò a quella conclusione: attraverso una critica alla filosofia
dell’illuminismo, profondamente imbevuta di umanesimo, e che discende diretta- mente da un concetto di natura umana riconducibile ad Aristotele attraverso sant’Agostino e Hegel.
Lo scopo degli esseri umani, dice Marx nel 1844, è liberarsi. Sono schiavi non solo del capitalismo e di uno specifico tipo di società basata sulle classi, ma di un problema che nasce dalla loro stessa natura sociale, che li obbliga a lavorare in gruppo e a collaborare tra loro usando il linguaggio e non solo l’istinto.
Quando noi esseri umani produciamo un oggetto, o scopriamo una nuova idea, tendiamo a proiettare il nostro concetto di “io” in quest’oggetto o idea: è il processo che Marx chiama alienazione, o estraniazione. Poi consentiamo ai nostri prodotti, mentali e materiali, di esercitare un potere | su di noi, sotto forma di religioni o super- | stizioni, idolatrando i beni di consumo o | rispettando insensatamente routine e for- ¡ me di disciplina che ci siamo imposti da ) soli. Per superare l’alienazione, Marx sostiene che l’umanità deve liberarsi di tutte le gerarchie e le divisioni di classe, il che significa abolire sia la proprietà privata sia lo stato.
I manoscritti del 1844 contengono un’idea che nel marxismo è andata perduta: il concetto di comunismo come “umanesimo radicale”. Il comunismo, diceva Marx, non è semplicemente l’abolizione della proprietà privata, ma la “riappropria
zione dell’essenza umana da parte dell’uomo e per l’uomo… Il totale ritorno dell’uomo a se stesso come essere sociale (cioè umano)”. Quindi, sostiene Marx, il comuniSmo non è l’obiettivo finale della storia umana. È solo la forma che la società assumerà dopo quarantamila anni di organizzazione gerarchica. Il vero obiettivo della storia umana è la libertà, la realizzazione personale di ogni singolo individuo.
Nel 1932, quando pubblicarono questi quaderni, gli accademici sovietici li trattarono come un errore imbarazzante dell’autore. Accettare quelle idee avrebbe significato ammettere che alla base dell’intera concezione materialistica della storia – fatta di classi, rapporti di produzione, tecnologia contrapposta all’economia – c’era un profondo umanesimo con una serie di implicazioni morali.
Dunaevskaja, che riuscì a mettere le mani su una versione russa dei Manoscritti | negli anni quaranta, passò quasi dieci anni | a cercare di venderne la sua traduzione inglese, fino a quando non decise di pubblicarla da sola a metà degli anni cinquanta.
Aveva capito che i Manoscritti mettevano in discussione tutte le precedenti interpretazioni di Marx. Per i burocrati sovietici, il contrasto tra l’idea marxiana di libertà e la loro squallida e opprimente realtà era evidente. Per il marxismo occidentale, che ormai era ossessionato dallo studio delle strutture permanenti, ecco che Marx non parlava più di forze impersonali ma di un concetto chiaro e quasi aristotelico di natura umana, di autonomia e benessere. Era forse possibile, si chiedeva Dunaevskaja, che tutte le disgrazie capitate alla sinistra marxista fossero dovute alle rigide teorie divulgate da Engels? Era possibile che la spietatezza del bolscevismo, sempre giustificata dall’obiettivo di dare il potere alla classe operaia, fosse inconciliabile con il comunismo immaginato da Marx? Era possibile che, dopotutto, il comunismo non costituisse una rottura con l’umanesimo filosofico dell’illuminismo, ma ne fosse invece l’espressione più compiuta?
Queste furono le domande che Dunaevskaja si fece, sulla base delle quali stabilì nuove priorità pratiche. In futuro la sinistra avrebbe dovuto costruire le sue politiche partendo dall’esperienza dei singoli esseri umani e dalla loro ricerca della libertà. Negli Stati Uniti degli anni cinquanta questo significava non solo appoggiare la lotta degli operai nelle fabbriche, ma anche sostenere il femminismo, i diritti civili dei neri, i diritti dei popoli indigeni e le lotte antimperialiste del sud del mondo. E significava anche sostenere inequivocabilmente le rivolte contro lo stalinismo che esplosero in Germania nel 1953 e in Ungheria nel 1956.
Quando i ricercatori alla fine degli anni sessanta scoprirono e pubblicarono il Frammento sulle macchine, Dunaevskaja capì che era l’ultima tessera del puzzle: non era una teoria sul crollo economico del capitalismo dovuto al calo dei profitti, ma una teoria della liberazione tecnologica. Marx aveva previsto che, liberato dal peso del lavoro grazie ai progressi dell’automazione, il genere umano avrebbe usato le sue energie “per il libero sviluppo dell’individuo”, non per realizzare un’utopia collettivistica.
Frida Kahlo prese invece una strada diversa. Il suo ultimo quadro la mostra seduta sotto un ritratto di Stalin. Aveva avuto una storia d’amore con Trotskij e lo aveva visto mentre veniva ucciso in casa sua. E aveva praticato un tipo di pittura surrealista che Trotskij apprezzava ma che Mosca considerava degenerata. Perché aveva deciso di celebrare l’uomo che aveva ordina
to l’uccisione di Trotskij? Anche se Frida Kahlo non poteva saperlo, il tema centrale della sua arte era sempre stato il concetto marxista di alienazione. La pittrice considerava l’io il luogo in cui sarebbe stata raggiunta la liberazione umana; nei suoi quadri aveva esplorato l’alienazione del suo sesso, della sessualità, della disabilità e dell’etnicità. Le sue efficaci rappresentazioni dell’infelicità e dell’isolamento l’hanno fatta diventare, a partire dagli anni settanta, una specie di santa patrona del femminismo. Ma è chiaro che l’artista considerava non marxisti e antipolitici i suoi quadri oggi più famosi. Una volta li definì “piccoli e poco importanti, pieni di temi personali che interessano solo a me e a nessun altro”.
I veri quadri politici erano quelli di suo marito Diego Rivera. L’idea che anche il personale è politico non apparteneva alla sua generazione.
Durante la guerra fredda, mentre tutto il mondo si schierava con l’occidente o con l’Unione Sovietica, Kahlo fece la stessa scelta di molte altre persone di sinistra: si iscrisse al Partito comunista messicano e rinnegò Trotskij. Anche i suoi quadri cambiarono. Cominciò a dipingere grandi allegorie sociali, come II marxismo guarirà gli infermi (1954), in cui non comparivano più gli aspetti mistici e metaforici delle sue prime opere. Non fu una scelta da dilettante della politica. Nel 1952 aveva scritto sul suo diario: “Non sono mai stata trotskista. Capisco perfettamente la dialettica materialista di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tse.
Li amo e li considero i pilastri del nuovo mondo comunista”.
La traiettoria politica di Kahlo è un chiaro esempio di quello che succede al marxismo quando si allontana dall’umanesimo. La pittrice doveva tenere il suo interesse artistico per i traumi psicologici e per la libertà sessuale nettamente separato dall’ideologia del materialismo dialettico.
II suo accento sull’io indifeso, sulla bellezza della persona oppressa, sull’ineludibile potere della natura, era frutto della stessa idea di libertà che Marx aveva espresso nel 1844. Ma Kahlo non riusciva a conciliarlo con il marxismo della propaganda sovietica. E alla fine ebbe la meglio la propaganda.

DI FRONTE AL DILEMMA
Cosa rimane del marxismo nella nostra era di euforia tecnologica e di catastrofi ambientali? Di certo non la sua idea di classe: nonostante la forza lavoro del pianeta sia raddoppiata, gli operai dei paesi in via di sviluppo sono intrappolati nella bianchi del novecento. Le agitazioni sul lavoro continueranno, ma il capitalismo ha imparato a evitare che si trasformino in rivoluzioni.
Tutto questo sembra tragico solo se non si sono mai letti i Manoscritti economico-filosofici.
Il Marx del 1844 teorizzava prima il comunismo e poi il ruolo dei lavoratori nel realizzarlo. Il comunismo non era il punto finale della storia ma, come disse una volta usando un’immagine quasi poetica, la fine della preistoria.
Per il Marx di quei primi scritti, i lavoratori avrebbero realizzato il comuniSmo grazie al loro desiderio di auto educarsi e di formare associazioni cooperative, non comportandosi come automi, spinti solo dai propri interessi materiali.
All’inizio degli anni sessanta il filosofo francese Louis Althusser “risolse” il problema dei Manoscritti dichiarandoli antimarxisti. A suo avviso, rappresentavano il “Marx più lontano da Marx”, una filosofia umanistica che sarebbe dovuta “tornare nell’ombra”. Eppure Althusser riconobbe che la loro pubblicazione era stata un “evento importante per la teoria”. In effetti ancora oggi chi si definisce di sinistra deve farci i conti. Una volta che i Manoscritti furono portati alla luce, il dilemma apparve chiaro: o il marxismo è una questione di liberazione dei singoli esseri umani o è una questione di forze impersonali e di strutture che possono essere studiate ma a cui raramente si può sfuggire. O esiste una “essenza umana” che possiamo riscoprire abolendo la proprietà e le classi o siamo solo un mucchietto di ossa condizionato dall’ambiente che ci circonda e dal nostro dna. O sono gli esseri umani a fare la storia, come aveva detto Marx, o è la storia a fare la storia.
Negli ultimi cinquant’anni il pensiero accademico di sinistra ha seguito in buona parte la strada anti umanista tracciata da Althusser. Dunaevskaja, come gli altri che dopo la guerra e il genocidio avevano abbracciato l’umanesimo, fu molto apprezzata ma anche considerata fuori dagli schemi. Tuttavia, il Marx che contribuì a riscoprire è tutt’altro che irrilevante per il nostro futuro.
Se vogliamo difendere i diritti umani dal populismo autoritario e se pensiamo che gli esseri umani debbano poter limitare e tenere a freno le attività delle macchine pensanti, dobbiamo avere un preciso concetto di umanità da difendere.
IL SOGGETTO RIVOLUZIONARIO
Se il Marx del 1844 ha ragione, l’ideale della liberazione umana e del comunismo può sopravvivere all’atomizzazione e alla dispersione della classe operaia che avrebbe dovuto realizzarlo. Come hanno dimostrato le primavere arabe del 2011, le grandi masse umane oggi hanno la stessa capacità di agire autonomamente, di educarsi e di collaborare che Marx ammirava nella classe operaia parigina degli anni quaranta dell’ottocento.
Come aveva ben capito Dunaevskaja, a far scattare l’impulso verso la libertà non è solo lo sfruttamento, ma anche l’alienazione, la repressione del desiderio, le sistematiche umiliazioni subite dalle vittime del razzismo, del sessismo e dell’omofobia. Dovunque persegue obiettivi che calpestano l’umanità delle persone, il capitalismo suscita rivolte. Lo vediamo ogni giorno intorno a noi. Nel prossimo secolo, come aveva previsto Marx, è probabile che l’automazione combinata con la socializzazione della conoscenza ci offra l’opportunità di liberarci dal lavoro. Questo fenomeno farà “saltare in aria” il capitalismo. E il sistema economico che lo sostituirà dovrà avere come obiettivo quello delineato dal filosofo tedesco nel 1844: la fine dell’alienazione e la liberazione dell’individuo.
Se potessi dialogare con le persone ritratte in quella fotografia del 1937, dopo essermi congratulato perla loro magnifica vita di resistenza e sofferenza, gli direi: “Il desiderio di un marxismo umanista che state reprimendo, l’impulso verso la liberazione individuale, in realtà sono già in Marx e aspettano solo di essere scoperti. Perciò dipingete quello che volete, amate chi volete. Al diavolo il partito. Il vero soggetto rivoluzionario è l’io!”

L’opinione II punto di vista dell’Economist. Intuizioni da rivalutare.
Le idee di Marx sulle contraddizioni del capitalismo sono ancora utili, scrive il settimanale liberale britannico.
Un buon sottotitolo per una biografia di KARL MARX potrebbe essere ‘analisi di un fallimento’. Marx sosteneva che lo scopo della filosofia non è solo capire il mondo ma migliorarlo. Eppure, la sua filosofia il mondo lo ha per lo più peggiorato: il 40 per cento degli esseri umani vissuti per buona parte del novecento sotto regimi marxisti è stata vittima di carestie, gulag e dittature. Tuttavia, nonostante tutte le sue sviste, Marx rimane una figura monumentale”, scrive l’Economist in un commento uscito in occasione del bicentenario della nascita del filosofo. “La principale ragione per cui Marx continua a suscitare interesse è che le sue idee sono più pertinenti oggi di quanto lo siano state negli ultimi decenni. L’ideologia dominante dopo la guerra, che ha trasferito parte del potere dal capitale alla forza lavoro e ha prodotto una grande crescita degli standard di vita, sta svanendo. La globalizzazione e l’emergere di un’economia virtuale stanno producendo una variante di capitalismo che, una volta di più, appare fuori controllo. Il ritorno del potere dalla forza lavoro al capitale sta cominciando a produrre una reazione popolare, spesso populista. Non stupisce che il libro di economia di maggior successo degli ultimi anni, Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty, ricordi nel titolo il più importante libro di Marx e le sue preoccupazioni per le disuguaglianze”.
“Marx”, continua il settimanale britannico, “sosteneva che il capitalismo è sostanzialmente un sistema di ricerca della rendita: invece di creare ricchezza dal nulla, come vorrebbero credere, i capitalisti espropriano le ricchezze altrui. Marx si sbagliava a proposito del capitalismo allo stato grezzo: i grandi imprenditori in realtà accumulano fortune inventando nuovi
prodotti o nuovi modi di organizzazione della produzione. Ma aveva ragione a proposito del capitalismo nella sua forma burocratica. Molti dirigenti di aziende oggi sono burocrati invece che creatori di ricchezza, pronti a usare formule ed espedienti di comodo per far crescere i loro stipendi”.
Secondo Marx, inoltre, “il capitalismo è per sua natura un sistema globale. Questo è vero oggi come in epoca vittoriana. I due più evidenti sviluppi degli ultimi trent’anni sono il progressivo smantellamento delle barriere alla libera circolazione dei fattori di produzione – beni, capitali e per certi versi persone – e l’ascesa dei paesi in via di sviluppo. Le aziende globali ormai si spostano dove è più conveniente. Amministratori delegati senza confini si muovono da un paese all’altro in cerca di maggiore efficienza. Il Forum economico mondiale a Davos, in Svizzera, potrebbe tranquillamente avere come titolo ‘Marx aveva ragione’”.
Il filosofo tedesco era anche convinto “che il capitalismo tendesse al monopolio, poiché i capitalisti di successo mettono fuori mercato i loro rivali più deboli prima di ottenere delle rendite di monopolio. Anche questa sembra una descrizione ragionevole del sistema del commercio modellato dalla globalizzazione e da internet. Le più grandi aziende mondiali non solo diventano ancora più grandi in termini assoluti, ma riducono anche moltissime aziende più piccole a mere appendici. I giganti della tecnologia esercitano un dominio sul mercato che non si vedeva dai tempi dei robber barons (i baroni rapinatori, come erano chiamati gli imprenditori senza scrupoli della fine dell’ottocento negli Stati Uniti). Facebook e Google assorbono i due terzi delle entrate pubblicitarie degli Stati Uniti. Amazon controlla più del 40 per cento del mercato statunitense degli acquisti online. In alcuni paesi Google gestisce più del 90 per cento delle ricerche web. Non solo il medium è il messaggio: la piattaforma è il mercato”.
“AGLI OCCHI DI MARX”, continua l’Economist, “il capitalismo attirava un esercito di lavoratori precari che vagavano da un lavoro all’altro. Durante il lungo periodo del boom postbellico quest’immagine sembrava insensata. I lavoratori di tutto il mondo, almeno di quello ricco, avevano posti di lavoro sicuri, case e beni in abbondanza. Anche in questo campo, tuttavia, di recente le idee di Marx sono tornate di grande attualità. La GIG economy, l’economia dei lavoretti, sta accumulando una riserva di lavoratori atomizzati che aspettano di essere convocati da caposquadra elettronici per consegnare pasti alle persone, pulire le loro case o fargli da autisti. Oggi il proletariato di Marx rinasce come precariato. Detto questo, la riabilitazione del filosofo tedesco non deve spingersi troppo oltre. Gli errori di Marx sono stati di gran lunga superiori alle sue intuizioni. Il più grande fallimento di Marx è la sua sottovalutazione dell’efficacia delle riforme, della possibilità di risolvere i problemi del capitalismo con la discussione razionale e il compromesso. Nei paesi avanzati, dopo la morte di Marx si è discusso più di riforme che di rivoluzioni. Politici illuminati hanno ampliato i diritti, permettendo alla classe operaia di avere un peso nel sistema”.
“LA GRANDE QUESTIONE”, conclude il settimanale liberista britannico, “è capire se oggi questi risultati possono essere ottenuti di nuovo. L’opposizione al capitalismo sta crescendo, anche se in forma di rabbia populista più che di solidarietà proletaria. Finora i riformatori liberali non sono stati all’altezza dei loro predecessori nella capacità di analizzare la crisi e di proporre soluzioni. Dovrebbero usare il duecentesimo anniversario della nascita di Marx per riprendere familiarità con . lui: non solo per comprendere i difetti che ha brillantemente rilevato nel sistema, ma per ricordarsi del disastro che li attende se non li affronteranno”.

 

6 – POSSIBILE SCRIVE: NON CI SI PUÒ CREDERE MA CHI ERA AL GOVERNO FINO A IERI HA INTESO AVVIARE LA PROPRIA OPPOSIZIONE CON UNA SORTA DI TROLLAGGIO PERMANENTE. L’effetto è quello del sempiterno bue che dà del cornuto all’asino. Parlamentari e dirigenti che si scagliano con polemiche pretestuose, fino a lamentarsi del volo di Stato di Conte, quando uno degli ex-premier aveva preso un intero aereo per sé. Con qualche altro cortocircuito notevole: contro Salvini si rimpiange Minniti, che – non è un paradosso – lo stesso Salvini ha già avuto modo di rimpiangere.
Vale la pena di concentrarsi sulle questioni fondamentali, non sulle stronzate. Sulla progressività, ad esempio, che sarebbe sbaragliata dalla flat tax e che peraltro non ci pare sia stata particolarmente difesa da chi c’era prima. Sui diritti di chi lavora e sulle retribuzioni. Sulle scelte strategiche, a livello europeo. Perché al sovranismo non si può rispondere con la politica europea che abbiamo visto finora, ma con un progetto di riforma sociale a livello europeo. E chi voleva battere i pugni sul tavolo dell’Europa senza costrutto e ha preteso flessibilità per sprecarla in bonus elettorali, non è il soggetto più credibile per aprire una nuova stagione a livello europeo.
Non il trollaggio, quindi, e nemmeno un’opposizione fine a se stessa. Ci vuole una prospettiva diversa, una lettura politica di ciò che sta accadendo a livello sociale ed economico, e quindi culturale. E ci vuole uno stile diverso, perché ai «populisti» piace parecchio l’idea che tutti assomiglino a loro, fino a diventare la stessa cosa. E diciamoci la verità: il populismo al governo non è iniziato con i gialloblù, c’era da prima. Così come c’era un’arroganza di potere che era arrivata al parossismo e in alcuni casi al ridicolo.
Per dare prospettiva, si deve approfondire. Come Possibile cerca di fare ogni giorno e farà in particolare nel nostro appuntamento estivo, il PolitiCamp, a Reggio Emilia, dal 6 all’8 luglio. Un Camp che sarà concepito come momento di formazione e di approfondimento, con voci autorevoli e con il bando a tutti i politicismi. Perché ci vuole una concezione nuova e la costruzione di un progetto che non sia riconducibile alla polemica quotidiana e all’ultima agenzia di personaggi non certo irresistibili e che si affermano soltanto perché non siamo stati capaci di dimostrarci più precisi, più coerenti e consapevoli di loro.

 

7 – PARLAMENTARI PD ESTERO: BUON LAVORO A MERLO E PICCHI. GLI ITALIANI ALL’ESTERO SIANO UNA LEVA STRATEGICA PER IL PAESE . Esprimiamo gli auguri di buon lavoro al Senatore Ricardo Merlo e all’Onorevole Guglielmo Picchi per la nomina a Sottosegretari agli affari esteri e alla cooperazione internazionale, che probabilmente preluderà anche all’assegnazione a uno dei due della delega per gli italiani nel mondo.
È positivo che tale responsabilità tocchi a chi ha una conoscenza diretta della vita e dei problemi delle nostre comunità all’estero. Su questo piano, anche se per noi le distanze dalle posizioni generali di questo governo e, in particolare, dalle opzioni di politica estera restano grandi, non mancheranno i nostri costruttivi suggerimenti e la nostra costante sollecitazione a ben operare. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: gli interessi degli italiani all’estero vengono prima di tutto. Per quanto ci riguarda, resteremo fedeli a questa scelta, pur nelle difficili condizioni date.
Al di là dei risvolti personali, comunque, in questa fase di impostazione degli indirizzi politici del nuovo esecutivo ci preme ribadire un orientamento di fondo che, con impegno e non senza fatica, si è cercato di far maturare in questi anni: gli italiani all’estero non sono una categoria da assistere ma una delle principali leve strategiche che l’Italia ha nelle mani per internazionalizzare il suo Sistema Paese e per realizzare una sua presenza attiva a livello globale. Sarebbe un grave errore se, parafrasando uno degli slogan più ascoltati durante la campagna elettorale, in nome di una nominale priorità, fossero rimessi in un ghetto o in una trincea assistenzialistica e difensiva.
In questa ottica, l’esperienza ci dice che non bastano le buone intenzioni: nulla è scontato e nulla è ipotecato, ma tutto deve essere costruito con la chiarezza e la credibilità delle proposte, con l’unità delle forze e con le scelte che riguarderanno l’intero Paese, all’interno e nella sua proiezione internazionale.
I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

8 – SETTE GIORNI IN CHIAROSCURO. L’Italia invisibile
«D’una città non si gode le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Le risposte e soprattutto le domande sono cambiate da quando Italo Calvino scriveva questa intima verità. Verità che in quanto tale rimane, anche se meno intima. L’Italia 2018 sembra non conoscersi né più riconoscersi e bisogna ripartire dal lì per capire che paese siamo.
Quando Edoardo Campanella spiega come le città italiane possono scommettere sul futuro, rivela una spiacevole gerarchia – Milano triangola con Torino e Bologna, le altre indietro – ma indica nuove strade: non insistere nella manifattura che ormai la globalizzazione ha spazzato via ma nelle radici, nel territorio, nell’artigianato tecnologico, in un’università che tenga conto del contesto e formi studenti che in quel contesto possono inserirsi.
Alle stesse domande – sforzo di ritrovare il filo in un paese, una politica e un’informazione sempre più frammentati – prova a rispondere il bel lavoro multimediale a più mani realizzato dai giornalisti del Sole24Ore «Dove nasce la nuova Italia». Scrollate e giocate con il mouse in più direzioni, sfogliatelo seguendo le frecce, scoprirete l’interessante cronologia degli eventi che ci hanno portato a una pianura padana digitale e «al futuro remoto» di cui parla il ricercatore del Sant’Anna di Pisa centro della robotica italiana. Leggete dove Pompei vuole andare e con lei tutto il patrimonio artistico italiano, qual è il dialogo oggi fra campagna e industria, dove va un’imprenditoria che «finora si è misurata con il paradigma del 20-80-80: il 20% delle imprese a cui si deve l’80% del valore aggiunto industriale e l’80% dell’export». Un’economia che rimane «la nona al mondo ma con la diciassettesima piazza finanziaria» premessa del piano Consob per i prossimi sette anni.
L’Italia più visibile è stata invece quella che ha polemizzato, a Palazzo Chigi e sul web, con il presidente francese Emmanuel Macron e la Francia per la nave Aquarius con 629 migranti a bordo rimbalzati da un porto all’altro e infine accolti a Valencia in Spagna. Mentre Italia e Francia litigavano, Angela Merkel si indeboliva: il problema ancora una volta è l’immigrazione. Tema cruciale di questi anni da qui lo sforzo di portare a galla ciò che è meno visibile, questo è «Permette signorina» il racconto multimediale della tratta delle ragazze dalla Nigeria all’Europa, l’Italia tra le mete principali del business.

In questa continua tempesta politica in cui è l’Europa a non trovare mai un porto sicuro, la Bce annuncia la fine del Quantitative easing, cosa ha voluto dire e cosa accadrà ora si può rileggere qui.
La scena mondiale nel frattempo è stata occupata quasi fisicamente viene da dire dal presidente americano Donald Trump e dal dittatore nordcoreano Kim Jong Un per la prima volta insieme in uno storico vertice. Barry Eichengreen spiega come in realtà durante il traumatico G7 in Canada e al vertice di Singapore sia andato in scena lo stesso film «il disordine mondiale». Le due foto qui (in alto e in basso) non potrebbero essere più eloquenti. ( 18.06.17 da 24 Ore di Angela Manganaro).

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