18 04 07 Riflessioni sul voto e altre comunicazioni.

1 – Il giovane Karl Marx, l’uomo, l’azione politica e il lavoro teorico. Cinema. E’ uscito giovedì il film di Raoul Peck dedicato al filosofo tedesco, ambientato negli anni dell’incontro con Engel.
2 – Gli anziani nella vita sociale l’anziano. E’ un individuo che ci appartiene. Di anziani si chiacchiera e si scrive molto. Parole, o troppo spesso luoghi comuni, che si raccontano soprattutto come problema sociale
3 – Sull’orlo del burrone Finisce così? Venticinque anni di Seconda Repubblica ci consegnano un sistema politico ai limiti del collasso (o dell’impazzimento, dipende dai punti di vista).
4 – Ora è il tempo per parlare di una nuova legge elettorale. Il ritorno al voto una possibilità concreta. Il rischio del rimedio peggiore del male che si vuole curare. La proposta del coordinamento per la democrazia costituzionale

1 – IL GIOVANE KARL MARX, L’UOMO, L’AZIONE POLITICA E IL LAVORO TEORICO. CINEMA. E’ USCITO GIOVEDÌ IL FILM DI RAOUL PECK DEDICATO AL FILOSOFO TEDESCO, AMBIENTATO NEGLI ANNI DELL’INCONTRO CON ENGEL di Eugenio Renzi
Esce infine in Italia, giovedì prossimo, il film di Raoul Peck su Karl Marx. Questo piccolo evento non può non intrigare il proletariato italiano. Ma che cosa ha da attendersi da un film uno spettatore di sinistra che ancora non conosce il pensiero del padre della filosofia della prassi ? La difficoltà di ogni biografo del genio di Treviri è data dal fatto che la maniera di presentare i vari aspetti della sua esistenza è inevitabilmente anche un modo di interpretare il rapporto tra la vita privata, l’azione politica e il lavoro teorico.
Ora, in un film in costume, dove l’intreccio ha tendenza a dominare la scena, il rischio è di dare la priorità al romanzo, e quindi di cadere, colore a parte, in un’operetta borghese. Rischio accentuato dalla biografia del fondatore del socialismo scientifico che, in particolare in gioventù, non manca di avventure di ogni genere.
Quando il film comincia, il redattore della «Gazzetta renana» è già sposato con Jenny von Westphalen, l’aristocratica che ha scelto la ribellione alla sua classe, sposando il figlio di un ebreo convertito. La loro storia non evolverà d’un millimetro. Il film racconta invece le circostanze dell’incontro con Engels a Parigi.
I due sono già convinti ammiratori l’uno dell’altro. Devono solo confessarselo. Per il resto, Peck, e il suo sceneggiatore Pascal Bonitzer (ex dei «Cahiers» «époque Mao» e regista a sua volta) hanno cercato di evitare lo schema classico dei biopic: l’ascesa, la disgrazia, la redenzione.
Certo, il futuro fondatore dell’Internazionale passa attraverso vari naufragi economici e politici. È sempre sull’orlo della fame, alla ricerca di qualche soldo per il pane, braccato dalla polizia, costretto all’esilio. Ma la costanza della situazione di povertà e di precarietà è un altro modo per togliere al lato dickensiano il ruolo di trazione del film e dare più spazio agli aspetti teorici.
Ma come si filma la teoria? Peck non ha voluto fare un film pedante. Ha cercato di concentrare lo specifico del pensiero di Marx in un concetto unico che irriga tutto: l’idea del conflitto.
La pellicola comincia con un gruppo di sottoproletari intento a raccogliere legna, falciati da una carica di poliziotti a cavallo. Off, risuona il ragionamento di Marx contenuto in un celebre articolo della Gazzetta Renana scritto contro la nuova legge: «Si stacca dalla proprietà ciò che è già staccato da essa… Voi infatti possedete l’albero, ma l’albero non possiede più quei rami.»
È qui, nel 1842, che Peck sceglie di far cominciare Il giovane Karl Marx. Giovane certo, ma pugnace e inflessibile, in particolar modo con i propri compagni di strada. Alcuni dei quali erano, come Proudhon, delle figure molto amate nel mondo operaio. La ferocia con la quale Marx si sbarazzò di questi suoi concorrenti è nota perché pubblica. Quello che Marx porta al movimento operaio è una solida teoria scientifica, nella quale non c’è posto per il moralismo universalista dei socialisti del suo tempo. Quest’aspetto pratico-teorico nel film di Peck fa tutt’uno con il personaggio. E in questo prende senso l’amicizia con Engels, la quale diventa rapidamente una simbiosi politica e intellettuale.
Il film si chiude con due scene che si guardano come allo specchio, quella in cui Engels impone la linea marxista al congresso della lega dei giusti fondando la lega dei comunisti, con Marx a seguire nell’ombra. E quella in cui viene redatto Il manifesto, in cui a tavola sono in quattro: con Marx al centro e gli altri tre nell’ombra: Engels, Jenny e Mary, l’operaia irlandese con la quale Engels visse fino alla morte di lei.
In questo sforzo di piegare le regole del biopic ad un’ esigenza pratico-teorica, il film è ammirevole.
Il tentativo è quello di restituire tutti i Marx: il genio, l’uomo, il suo pensiero, i suoi limiti – e il suo rapporto speciale con Jenny e con Engels. Ma il risultato è un film che sceglie di scegliere il meno possibile: evita di farsi schiacciare da un materiale potenzialmente infinito, al prezzo di addomesticarne la potenza. Se l’essenza di Marx è la lotta, bisogna dire che Il giovane Karl Marx, dal canto suo, si permette una sola audacia, un po’ tardiva e non particolarmente riuscita: un diaporama finale su Like a Rolling Stone di Bob Dylan, nel quale le parole del Manifesto accendono la miccia del ventesimo secolo e fino a noi.

2 – GLI ANZIANI NELLA VITA SOCIALE L’ANZIANO. E’ UN INDIVIDUO CHE CI APPARTIENE
Di anziani si chiacchiera e si scrive molto. Parole, o troppo spesso luoghi comuni, che si raccontano soprattutto come problema sociale.
L’evoluzione culturale e demografica in atto assegna alla popolazione un peso ed un ruolo sempre più rilevante.
Rispetto a questo grande processo in atto, l’attenzione dell’operatore pubblico, delle forze politiche e sociali si concentra spesso sui soli aspetti degli squilibri sociali che l’invecchiamento della popolazione determina sul sistema previdenziale e sulla spesa sanitaria. E’ perciò quanto mai opportuno che la riforma previdenziale e l’innalzamento della qualità delle prestazioni sanitarie siano obiettivi primari, in quanto la libertà dal bisogno economico e la protezione della salute per gli anziani costituiscono un fondamento primario dello Stato sociale.
Accanto a questi obiettivi è altrettanto necessario ed urgente costruire un quadro sociale che contrasti l’emarginazione degli anziani, cancellando l’immagine culturale superata della terza e quarta età come traguardo di incapacità, inattività e dipendenza.
La finanziaria che il Governo ci ha proposto non tiene conto delle emarginazioni e delle debolezze presenti nella Società e pertanto non riusciamo a coglierne alcun aspetto positivo.
Con l’arrivo dell’estate si ripropone puntuale il problema.
L’estate, infatti, pur essendo un periodo di svago e di riposo, generalmente penalizza chi è obbligato a restare in città a destreggiarsi con servizi inesistenti o fatiscenti.
Negozi chiusi per “ferie”, farmacie di turno lontane dal luogo abituale, e al disagio della solitudine si unisce il terrore dello scippatore, della paura fisica che costituisce una grave responsabilità politica e sociale.
Sapere di una polizia usata per difendere i più deboli piuttosto che proteggere e scortare i potenti, farebbe molto piacere. Le centinaia di macchine di scorta giorno e notte per i VIP della politica contro le poche per vigilare la città e le periferie non danno l’immagine di una società giusta e imparziale.
L’anziano che si reca a prendere la pensione spera di tornare a casa vivo perché gli Uffici postali non hanno né carabinieri né poliziotti.
In estate, i contatti sociali di cui l’anziano spesso si nutre, con a città deserta si riducono al lumicino. Il Comune di Roma per esempio, con “L’estate Romana” fatta di rassegne teatrali e musicali si rivolge ad un pubblico che sicuramente non ha difficoltà a muoversi.
L’obiettivo del Campidoglio di rendere la città più vivibile anche durante il periodo estivo non si è concretizzato in un forte impegno sociale riguardo alle categorie più disagiate.
Un recente rapporto della Caritas stima che a Roma il 31 per cento degli over sessantacinquenni vive da solo; il 28 non esce di casa e necessita di aiuti; il 23 per cento va a letto solo se aiutato e il 18 non riesce a mangiare autonomamente.
In questa società virtuale fioriscono finte morali e finti valori capaci di far dimenticare le antiche radici della solidarietà.
Questa società figlia del dio danaro e del consumismo ha generato una società del malessere a cui non interessa l’anziano in quanto individuo o la questione che attiene all’invecchiamento della popolazione.
I! genere umano si caratterizza per la lunghezza dell’infanzia e della vecchiaia.
La presenza degli anziani nelle case, nel quartiere e nella città deve essere visto come un bene insostituibile, sono la nostra memoria.

3 – SULL’ORLO DEL BURRONE FINISCE COSÌ? VENTICINQUE ANNI DI SECONDA REPUBBLICA CI CONSEGNANO UN SISTEMA POLITICO AI LIMITI DEL COLLASSO (o dell’impazzimento, dipende dai punti di vista).
Siamo partiti con l’illusione di un Paese conteso da due schieramenti, sinistra riformista e destra conservatrice, con forti leadership investite direttamente (o quasi) dagli elettori.
Siamo arrivati al traguardo delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un sistema frantumato, diviso, affollato di partiti e parti tini che invocano le virtù del proporzionale.
Così il Paese viene rappresentato meglio, si dice, così non si piega la volontà popolare. E il segno di una resa, di un male oscuro che ha prodotto governi instabili, consumato leader veri o presunti, diffuso nel mondo l’immagine di un’Italia inaffidabile, capace solo di accumulare debito, moltiplicare gli impedimenti burocratici, tassare chi produce e lavora.
Volevamo essere europei (anche se lo spettacolo in Europa, dalla Brexit ai tormenti spagnoli non è confortante) e ci ritroviamo sempre più italiani, in quel modo di essere italiani che non ci piace. Tante altre cose nel nostro Paese sono bellissime e danno speranza, questa no.
E allora forse è giusto ragionare sulle radici del male oscuro, chiedendosi perché la spinta al maggioritario abbia prodotto la moltiplicazione dei partiti e l’invocazione del proporzionale, perché il centrosinistra abbia bruciato uno dopo l’altro tutti i suoi capi e si aggrappi ora alle movenze felpate e tanto democristiane di Paolo Gentiloni. E ancora perché nel centrodestra, a più di due decenni dalla discesa in campo, si ritorni sempre a Silvio Berlusconi, leader ultraottantenne, anche se indebolito dal tempo, dalle inchieste, dalla competizione con la Lega, dalla bocciatura di tutti i presunti delfini via via individuati come potenziali successori nella guida dello schieramento conservatore.
Ci sono piaciuti tanto Emmanuel Macron, la sua sfida e la sua ascesa rapidissima alla guida della Francia. Molti, a destra e sinistra, si sono sentiti dei Macron in pectore. Ma diciamocelo con franchezza: anche se all’orizzonte spuntasse un leader, e al momento non se ne vedono, sarebbe subito neutralizzato da un sistema politico e istituzionale che sembra confezionato su misura per impedire l’ascesa di una nuova personalità e l’affermazione di una nuova prospettiva. Il compito di far sorgere o cadere i leader è assegnato a tutti fuorché all’unico soggetto che ne avrebbe la legittimità: il popolo italiano nella sua veste di elettore.
Nessun vero leader può emergere: lo hanno impedito le diverse leggi elettorali (maggioritari sempre mascherati), il sistema di fìnto premierato che ci ha accompagnato in questi venticinque anni, l’assenza di un meccanismo di sfiducia costruttiva (un governo cade quando ce una proposta alternativa già pronta). E ad aggiungere ostacoli, è arrivata la novità di una selezione della classe dirigente affidata a qualche centinaia di clic in Rete. Se nessun capo può farsi davvero strada, ne spuntano tanti ambiziosi ma deboli, che spesso sono solo meteore nel firmamento politico.
Tutto era già chiaro dai primi anni Novanta con la dissoluzione dei partiti storici della Prima Repubblica, investiti e travolti dalle inchieste di Mani Pulite per quanto riguarda Democrazia cristiana e Partito socialista; schiacciati dalla caduta del Muro di Berlino e del sistema dei Paesi comunisti per quanto concerne il Pei. Le antiche leadership scompaiono, le nuove debbono misurarsi con una legge elettorale, il Mattarellum (basato per 3/4 su collegi uninominali in cui vince il primo classificato), che spinge a una spartizione preventiva dei seggi tra partiti e partitini alla vigilia del voto. Perfino Silvio Berlusconi, leader televisivo per antonomasia, campione del rapporto diretto con gli elettori, si afferma nella sua prima sfida grazie all’instabile alchimia di un accordo con la Lega di Umberto Bossi nel Nord e con l’Alleanza nazionale di Gianfranco Fini nel Centro-Sud. Una combinazione tanto difficile che durerà pochi mesi e darà il via libera all’era dei governi tecnici, degli esecutivi di responsabilità nazionale o come li vorranno via via chiamare.
Per non parlare delle alleanze a sinistra, che cumulano dieci, quindici formazioni grandi, medie, piccole, piccolissime. Mettiamole in fila: Partito democratico della sinistra, nato sulle ceneri del Pei, Movimento per l’Ulivo, Partito popolare italiano, erede di un pezzo della Democrazia cristiana, Socialisti italiani, Patto Segni, Alleanza democratica, Federazione dei verdi, La Rete di Leoluca Orlando (in sella ancora oggi a Palermo, dopo più di trent’anni), Partito repubblicano italiano, Federazione dei liberali, Federazione laburista, un altro pezzo degli ex socialisti, Movimento dei comunisti unitari, Cristiano sociali, Lista Dini. E poi arrivano anche l’Udr di Francesco Cossiga (nato per puntellare l’operazione D’Alema-premier), l’Udeur di Clemente Mastella, il Partito dei comunisti italiani, il Movimento dei repubblicani (nato dalla microscissione causata dal passaggio di Giorgio La Malfa nel centrodestra), l’Italia dei valori di Di Pietro.
Chi ancora sogna il comunismo sta in allegra compagnia con tecnocrati come Lamberto Dini e Antonio Maccanico e giustizialisti (con venature di destra) come Antonio Di Pietro. Nessuna meraviglia se le sorti del governo Prodi sono sempre in bilico e affidate agli umori di un Bertinotti o di un Turigliatto.
Ancora una volta qualche numero fotografa la situazione meglio di tanti ragionamenti. Sul Corriere della Sera, nel marzo 2017, Renato Benedetto descrive la balcanizzazione di Camera e Senato nell’ultima legislatura: abbiamo iniziato con dieci gruppi parlamentari, per finire a metà 2017 con venticinque. Qualche anno prima Mattia Feltri su La Stampa aveva fatto i conti del Mattarellum, il nostro maggioritario delle favole: ottantadue partiti nati dal 1994 al 2010. Del resto, nel 1992, alle ultime elezioni della Prima Repubblica si erano presentate undici formazioni, che nel 2006, dopo la cura Mattarellum, erano lievitate a quaranta. Le cose stanno così.
IL PRIMO ELEMENTO della crisi attuale è dunque chiaro: un sistema politico nuovo, instabile e ricco di aspirazioni personali aveva bisogno di un maggioritario vero, che mettesse il Paese nelle condizioni di essere governato e i leader di misurarsi con i problemi per un numero sufficiente di anni. Poi gli elettori avrebbero giudicato.
Cerano diversi modelli che potevano essere copiati da altri Paesi, europei e non. Il dibattito è stato intenso, ha coinvolto tutti i migliori politologi italiani. Nei convegni si rifletteva sul premierato all’israeliana, molti erano fan del semipresidenzialismo alla francese o dell’uninominale secco all’inglese. Il cambio sembrava imminente. Nessuna di queste formule è stata adottata.
Penso che, alla fine, un sistema maggioritario a doppio turno, che ha dato buona prova fino a oggi nell’elezione diretta dei sindaci, fosse il migliore. D’altra parte Macron è stato eletto così, anche se, naturalmente, sono necessari tanti altri ingredienti (ne parleremo più avanti) per far sì che un giovane ministro possa diventare improvvisamente un leader.
IL SECONDO ELEMENTO è l’illusione che con il nostro voto stessimo davvero scegliendo il presidente del Consiglio. Qualche volta in parte è accaduto: Prodi e Berlusconi erano chiaramente i leader federatori dei rispettivi schieramenti. Ma le loro esperienze sono state punteggiate da crisi, transumanze parlamentari e parricidi. Perché tutte le condizioni — politiche e istituzionali — contribuivano a creare instabilità.
Cera sempre qualcuno, soprattutto nel centrosinistra, che si scaldava a bordocampo, che iniziava a giocare una partita diversa, che si preparava a prendere il posto del capitano. Facciamo un piccolo elenco dei leader caduti: Achille Occhetto, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Matteo Renzi. Nello stesso arco di tempo, la Germania ha praticamente avuto due sole guide: Gerhard Schròder e Angela Merkel.
La pulsione autodistruttiva della sinistra italiana è qualcosa che può essere affrontata meglio dalla psicanalisi che dalla politologia. La fine del Partito comunista ha determinato la possibilità di costruire finalmente un soggetto democratico-riformista. Ma la babele dei linguaggi, le ambizioni personali, le diverse strategie (meglio socialisti o democratici?), l’innesto della componente della sinistra democristiana, prima in un cartello elettorale poi nella fusione fragile del Partito democratico, hanno trasformato il centrosinistra in un eterno incompiuto. Si va dalla «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, battuta sonoramente dal neofita Silvio Berlusconi, alla sconfìtta del « rottamatore » Matteo Renzi nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 in cui ha voluto misurare se stesso.
Ce sempre un convitato di pietra che si occupa del fuoco amico: D’Alema con Prodi, D’Alema ancora con Veltroni, Renzi con Letta, Bersani e D’Alema con Renzi.
I dirigenti postcomunisti e postdemocristiani, cresciuti nell’era delle sezioni, delle associazioni cattoliche, del cursus honorum nei consigli comunali, provinciali, regionali e via via fino al Parlamento e alla vetta del governo, sembrano aver rimosso la le zione di serietà e comunanza di obiettivi per lasciare spazio a duelli senza fine.
IL TERZO ELEMENTO lo si può individuare nell’estrema superficialità dell’odierna comunicazione politica. Siamo nell’epoca dei tweet, dell’esaltazione dell’istante, della corrispondenza immediata tra quello che il politico dice e quello che pensa sia il « sentimento popolare». Il progetto di medio e lungo periodo, l’assunzione di responsabilità (salvo rare occasioni come lo sforzo nazionale per conquistare l’ingresso nell’euro) e la mediazione con le ragioni degli altri non vanno più di moda. Meglio piacere in un talk show che affermare alcune verità che l’onda dei social rigetterebbe.
Diventa rilevante, come categoria di giudizio, perfino la simpatia, usata come arma contro il leader antipatico e di pessimo carattere. Silvio Berlusconi è il politico simpatico per eccellenza, l’affabilità è parte essenziale del suo personaggio. D’Alema invece è stato il primo esponente di rilievo a cui è stata ripetutamente applicata la categoria dell’antipatia. Toccherà poi a Matteo Renzi: su di lui si è acceso anche un dibattito di natura psicologica sul perché, a un certo punto, abbia cominciato a suscitare sentimenti negativi.
Ovviamente i cattivi caratteri non ci piacciono, la superbia e la presunzione non sono un buon modo per mettersi in relazione con gli elettori e con gli interlocutori politici. Ma in passato mai un leader era stato giudicato con questo parametro o, meglio, era una questione marginale, che riguardava aspetti di colore ma non influiva sulla sostanza politica. Per Aldo Moro o Bettino Craxi essere simpatici era irrilevante, non era condizione necessaria per la leadership.
Prende forma così l’ambiente ideale per la crescita del Movimento cinque stelle, la creatura del guru della Rete, Gianroberto Casaleggio, e del comico Beppe Grillo, che ha mosso i suoi primi passi in politica con il V-Day (Vaffanculo-Day) dell’8 settembre 2007, un comizio dal contenuto inequivocabile. Lo stile è, più o meno, sempre rimasto lo stesso, alimentato dalla polemica contro la casta, il termine diffuso nei mesi precedenti dal libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella che aveva posto per la prima volta la questione dei privilegi della politica e della burocrazia.
Formare la classe dirigente sembra diventato un compito secondario. «UNO VALE UNO», ci penserà la democrazia del web a risolvere tutto. Anche la minima parvenza di bipolarismo si rompe con l’avvento di un Movimento che ha la funzione di una lavagna, ognuno può scriverci sopra quello che vuole: le proprie rabbie, le proprie insoddisfazioni, le proprie proteste. Non c’è ideologia, non ce appartenenza, salvo l’obbedienza al capo e al popolo dei meetup, i circoli che formano il primo nucleo del grillismo.
Le scelte infelici per la guida di alcune amministrazioni comunali, Roma in primis, la diaspora continua degli eletti in Parlamento, l’espulsione di dirigenti e amministratori che tentano di affermare una propria autonomia (Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, è il caso più eclatante) ne fanno al tempo stesso il movimento più liquido e più gerarchico che sia apparso sulla scena politica.
IL PROCESSO È CONCLUSO. La tanto invocata e mai arrivata competizione bipolare perde anche la maschera dietro cui si nascondeva. La legge elettorale deve essere più proporzionale possibile, per la classe dirigente si vedrà. Le enormi difficoltà di Matteo Renzi ne sono la dimostrazione più evidente.
Inizia una nuova fase, o forse è solo l’eterno ritorno di quello che è sempre stato lì negli ultimi venticinque anni. Giovanni Sartori lo aveva capito perfettamente nel 1993:
«DALLE ROVINE DEL SISTEMA BLOCCATO DI ANDREOTTI PER ORA È USCITO SOLTANTO UN SISTEMA FRANTUMATO CHE NON FA PIÙ SISTEMA».
Era solo nascosto da un velo ipocrita che non ci faceva vedere la verità.
ORA IL RE È NUDO. da “Un paese senza leader” di Luciano Fontana.

4 – Ora è il tempo per parlare di una nuova legge elettorale. Il ritorno al voto una possibilità concreta. Il rischio del rimedio peggiore del male che si vuole curare. La proposta del coordinamento per la democrazia costituzionale
Ora è il tempo per parlare di una nuova legge elettorale. Il ritorno al voto una possibilità concreta. Il rischio del rimedio peggiore del male che si vuole curare. La proposta del coordinamento per la democrazia costituzionale
Ci vorrà ancora tempo per capire se dopo il voto del 4 marzo esiste una soluzione politica tale da consentire di creare una maggioranza e un governo. Le delusioni derivano da un’interpretazione del risultato del voto che per settimane è stata falsata da propaganda di maniera e da versioni giornalistiche sbrigative. Un esempio: la formula che ci sarebbero due vincitori. Non è così, non solo perchè il vincitore o è uno o non è, ma ancora di più perchè in realtà ci sono due partiti che sono andati molto bene, almeno dal loro punto di vista, ma non hanno vinto perchè – come dimostrano i fatti – non hanno una maggioranza parlamentare.

Solo di recente questa verità comincia a farsi strada, lasciando ovviamente qualche deluso perché fino a poco fa la versione fornita diceva il contrario. Va sottolineato che in realtà con il rosatellum c’è già un premio per i partiti o le coalizioni che hanno conquistato più seggi all’uninominale. I 5 Stelle ad esempio come ha ricordato Di Maio con quasi il 33 % hanno il 36 % dei parlamentari. Un effetto maggioritario c’è già. Così per il centro destra. Infatti non a caso è iniziata la ricerca di una maggioranza possibile, che può essere costruita sui due meglio piazzati o in altro modo, ma è certo che una qualche forma di alleanza è indispensabile. Altrimenti come ha ricordato qualcuno uscendo dallo studio del Presidente Mattarella, usando toni un poco ricattatori, si torna a votare.

DIFFICILE TROVARE UNA INTESA POLITICA ABBANDONANDO ARGOMENTI DI MERA BANDIERA

Per arrivare ad una soluzione politica che consenta di dar vita ad un governo occorre scongelare la situazione, trovare un’intesa politica sulle scelte possibili da compiere, abbandonando argomenti di mera bandiera. Certo tutto è più difficile perché prima del voto ciascuno ha chiesto i voti per sé in un’escalation polemica verso gli altri soggetti politici. Tanto è vero che il Pd risulta tuttora paralizzato proprio dalla polemica politica pre elettorale che non sembra consentirgli di muoversi.

È interessante che i 5 Stelle dopo essersi per settimane arroccati sulla posizione che pretendeva i voti di altri a loro sostegno senza alcuna discussione ora siano arrivati ad una posizione più ragionevole come quella di concordare un programma scritto come è accaduto in Germania. Ovviamente un programma scritto deve essere discusso e approvato e quindi tutto torna in discussione, compresa la mossa di presentare il governo prima del voto.

Lo scorrere del tempo sta portando a cambiamenti interessanti, ma non è detto che si arrivi a una soluzione stabile e quindi le elezioni sono ancora una possibilità più concreta di quanto molti sembrano ritenere. Non è detto, ma neppure si può escludere questa possibilità.

È proprio questa eventualità che potrebbe aprire uno scenario che occorre cercare di prevenire. Anzitutto rivotare con questa legge elettorale potrebbe non servire a sbloccare la situazione. I partiti che sono cresciuti di più il 4 marzo potrebbero crescere un altro poco senza però riuscire strappare la maggioranza da soli.

È da questa consapevolezza che deriva la tentazione di aggiungere al rosatellum un premio di maggioranza. Tralasciamo per il momento che un premio di maggioranza innestato sul rosatellum creerebbe un altro e più orrido mostro di quanto già non sia questa legge elettorale. Del resto Giorgia Meloni ha parlato esplicitamente di un intervento di questa natura che rientra nella serie classica di rendere maggioranza parlamentare una minoranza elettorale.

Occorre ridare al Parlamento il ruolo centrale che gli assegna la Costituzione

La legge elettorale è decisiva in questa fase sia per mettere al riparo il paese dal ripetersi di un voto come è avvenuto il 4 marzo, sia per evitare che travolti dall’impossibilità di una soluzione politica di governo si scivoli più o meno consapevoli sul dirupo di un premio di maggioranza posticcio e inventato al solo scopo di tentare di vincere le elezioni ad ogni costo. Sarebbe un disastro. Meglio ragionare a mente fredda della legge elettorale, senza farsi travolgere da presunte esigenze di emergenza, salvo scoprire che il rimedio è peggiore del male che si vorrebbe curare.

Per questo come Coordinamento per la democrazia costituzionale abbiamo presentato una proposta di legge elettorale che anzitutto insiste sul proporzionale come modalità di rappresentanza più corretta per un paese che ha un’articolazione politica che non consente di costruire una camicia di forza bipolare senza forzature eccessive. Poi nella proposta di legge abbiamo aggiunto una questione oggi decisiva per ridare al parlamento il ruolo centrale che gli spetta in ossequio alla nostra Costituzione; per farlo è decisivo che i parlamentari non siano più scelti dall’alto, dai capi partito, ma dagli elettori che dovrebbero rappresentare, ridando ruolo e fiducia a parlamentari che da oltre 10 anni sono ridotti all’approvazione di provvedimenti decisi da altri, senza alcuna possibilità di intervenire, compresa la legge elettorale da cui dipende la loro elezione, approvata con ben 8 voti di fiducia, senza alcuna possibilità di modificare neppure una virgola. Troppi sono tuttora distratti, invece la legge elettorale è decisiva e questo è il tempo per parlarne e approvarne una nuova.

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