ELEZIONI 2018, VISTI DAGLI ALTRI.

1 - Il trionfo dei cinquestelle e la grande avanzata della Lega alle elezioni del 4 marzo sono un messaggio forte contro i partiti tradizionali. di Jason Horowitz, The New York Times, Stati Uniti.
2 - Dove brillano i cinquestelle di Eric Jozsef, Libération, Francia
3 - Più lontani dall’Europa, di Ferdinando Giugliano, Bloomberg, Stati Uniti.
4 - I migranti sono il capro espiatorio, Ned Temko, Chnstìan Science Monitor. Stati Uniti.
5 - L’opinione. La rivoluzione alla prova di Susanna Bastardi, Die Presse, Austria.
6 - L’eredità di Berlusconi David Brooks, columnist del New York Times,
7 - Dal mondo virtuale a quello reale, Anne Applebaum, The Washington Post, Stati Uniti.
8 –  mano tesa  a Luigi Di Maio, di Paul Taylor, Politico, Belgio

1 – IL TRIONFO DEI CINQUESTELLE E LA GRANDE AVANZATA DELLA LEGA ALLE ELEZIONI DEL 4 MARZO SONO UN MESSAGGIO FORTE CONTRO I PARTITI TRADIZIONALI. MA IN MANCANZA DI UNA MAGGIORANZA CHIARA, FORMARE UN GOVERNO SARÀ MOLTO COMPLICATO.

Un altro giro di elezioni in un paese europeo e un’altra carneficina politica. I sorprendenti risultati ottenuti dal Movimento 5 stelle (M5S) e da altri partiti populisti alle elezioni italiane hanno sconvolto i vecchi leader politici e fatto pensare che il paese fosse al culmine di una rivoluzione politica. Ma l’Italia è l’Italia. Una complicata legge elettorale approvata nel 2017 – fatta pensando ai cinquestelle – ha reso difficile per qualunque partito vincere le elezioni. E ora, nel classico stile italiano, è un pasticcio: nessun partito o coalizione ha abbastanza seggi in parlamento per formare un esecutivo, quindi ci vorranno lunghe trattative per decidere chi governerà. In altre parole, tutto è andato secondo i piani.

In un continente dilaniato più di una volta dalle guerre, molti paesi europei hanno introdotto misure che li salvaguardano dagli estremismi. Ma per l’Italia – e per l’Europa – la domanda è quanto reggeranno ancora queste difese. La Germania ha un sistema decentrato e basato sul consenso. La Francia ha scelto le elezioni a doppio turno che consentono ai cittadini di votare prima con il cuore e poi con la testa. L’Italia, invece, ha il solito casino.

In un’epoca di leader sempre più autoritari – e con le forze antidemocratiche che raccolgono sempre di più il consenso degli elettori arrabbiati – alcuni politici hanno

commentato in privato che, nonostante i risultati di queste elezioni siano disastrosi per la modernizzazione del paese, forse sono il male minore per i leader europei e gli investitori spaventati all’idea di un governo populista. Ma se c’è una cosa che gli elettori italiani, come quelli di molte altre nazioni europee, hanno fatto capire chiaramente è che sono stanchi di quei partiti e di quei leader che hanno ridotto il paese a una landa desolata in cui la crescita economica è lenta, i giovani non hanno opportunità di lavoro e il debito pubblico continua ad aumentare.

Sbarrando le porte ai cinquestelle, la classe politica corre il rischio di far aumentare la rabbia degli elettori e dare ancora più slancio al movimento. E i lunghi negoziati politici che si prospettano per l’Italia rischiano di aggravare le condizioni che hanno contribuito a far nascere il populismo europeo. “I partiti al governo hanno cambiato la legge elettorale per cercare il modo di rimanere al potere e non per consentire il ricambio che è tipico di tutte le democrazie”, dice Emilio Gentile, professore emerito di storia contemporanea all’università Sapienza di Roma.

A causa della nuova legge elettorale, il giorno dopo le elezioni i giornali titolavano: “L’Italia è ingovernabile”.

Matteo Renzi, segretario del Partito democratico, che un tempo sembrava rappresentare il futuro del paese, dopo il peggior risultato elettorale mai ottenuto dal suo partito, si è dimesso. E Silvio Berlusconi, l’ottantenne imprenditore televisivo che ha dominato la vita politica italiana per una generazione, è stato messo in minoranza. Ora spetta al presidente della repubblica Sergio Mattarella, il garante delle istituzioni e al momento l’uomo più potente del paese, trovare qualcuno in grado di formare un governo stabile capace di ottenere il voto di fiducia del nuovo parlamento, che si riunirà per la prima volta il 23 marzo.

UN COMPITO DIFFICILE

Non sarà facile. Qualunque soluzione che escluda il Movimento 5 stelle o la Lega – il partito di destra che un tempo chiedeva la secessione e che è ben radicato nel nord del paese – solleverà un problema di legittimità democratica. Il giorno dopo le elezioni Luigi Di Maio, candidato dei cinquestelle alla presidenza del consiglio, ha detto che il suo partito intende governare. “Siamo i vincitori assoluti di queste elezioni”, ha dichiarato, sottolineando che il movimento ha triplicato il numero dei suoi eletti nei due rami del parlamento. Ha poi detto che a differenza di altri partiti che rappresentano “interessi territoriali”, il Movimento 5 stelle rappresenta l’intera nazione e questo lo “proietta inevitabilmente verso il governo dell’Italia”. Ha sottolineato che Mattarella dovrebbe affidare al suo movimento l’incarico di formare un governo, dato che le altre coalizioni non hanno i numeri per farlo.

Anche se i cinquestelle non hanno mai voluto far parte di una coalizione, Di Maio ha detto che ora il suo partito è la prima forza politica del paese e quindi deve essere più aperto al dialogo con gli altri. Con le sue dichiarazioni ha segnalato non tanto il desiderio di formare una coalizione stabile, quanto la disponibilità ad accettare alleati ad hoc pronti ad appoggiare singoli punti del suo programma elettorale. È improbabile che Mattarella accetti una proposta del genere, e molti pensano che i cinquestelle vogliano solo fargli perdere tempo per far crescere la frustrazione e i consensi, e arrivare un giorno a governare da soli. Se però l’M5s volesse una coalizione subito, avrebbe molti punti in comune con la Lega oltre al populismo. Entrambi i partiti vogliono abolire la legge Fornero, che innalza l’età pensionabile, e rende più facile assumere e licenziare i lavoratori. Entrambi vogliono alzare il tetto imposto

dall’Unione europea al deficit pubblico. Ed entrambi hanno accennato alla possibilità di un referendum sull’uscita dall’euro, salvo ammorbidire le loro posizioni poco prima del voto.         1

Matteo Salvini, 45 anni, leader della Lega, ha detto che il suo partito è la forza trainante di una coalizione che ha ottenuto il 37 per cento dei voti e che cercherà alleati in parlamento per raggiungere la maggioranza di governo. Si è detto “orgoglioso di essere populista” e ha detto che i bambini e i leader europei non dovrebbero aver paura di lui, ma dovrebbero averla i “parassiti”. Ha parlato con affetto di Marine Le Pen, la presidente del Front national, il partito dell’estrema destra francese, e ha espresso ammirazione per le idee “sane e coraggiose” del premier ungherese Viktor Orbàn. Ma ha ribadito che non intende unire le sue forze con i cinquestelle, anche se insieme avrebbero la maggioranza per governare.

Annunciando le dimissioni da segretario del Partito democratico (Pd), Renzi ha specificato che se ne andrà solo dopo che si sarà insediato il nuovo governo. Nel frattempo, ha detto, non permetterà al partito di formare un governo con gli estremisti antieuropei e di fare da “stampella a un governo antisistema”, sinonimo di notizie false, cultura della paura, intolleranza e odio: il Partito democratico andrà all’opposizione. Con soddisfazione, Renzi ha osservato che i populisti, che adesso fatica

no a trovare una formula per governare, sono “vittime dei loro marchingegni”, visto che nel 2016 hanno bocciato con un referendum la sua modifica costituzionale per semplificare le cose.

TUTTI CAMBIANO

Pare che anche Berlusconi si stia leccando le ferite rintanato nella sua casa alle porte di Milano, dove ha ricevuto Salvini e, secondo un comunicato di Forza Italia, gli ha fatto i complimenti per la sua vittoria. Nello stesso comunicato Forza Italia attribuisce la colpa del proprio risultato deludente al “grande svantaggio dovuto all’impossibilità di candidare il suo leader Silvio Berlusconi”, che non può ricoprire nessuna carica pubblica a causa di una condanna per frode fiscale.

Altri esperti attribuiscono la sconfitta dei partiti tradizionali a un’ondata di disprezzo per la classe politica che gli ultimi anni di governo hanno contribuito ad aggravare. “Gli elettori vedono nelle proposte dei partiti populisti come i cinquestelle e la Lega la possibilità di riconquistare un molo centrale nella politica del paese”, dice Vera Cappemcci, che insegna storia de partiti politici all’università Luiss di Roma Ma aggiunge: “Una volta che queste forzi antisistema saranno entrate in parlamen to, abbasseranno i toni dei loro discorsi < perderanno il loro fascino”. E l’Italia sarà di nuovo nel pantano.

 

2 – DOVE BRILLANO I CINQUESTELLE di Eric Jozsef, Libération, Francia

IL PARTITO DI LUIGI DI MAIO HA OTTENUTO IL 33 PER CENTO DEI VOTI. GLI ELETTORI SPERANO IN UNA POLITICA DI ROTTURA CON IL PASSATO. Reportage da Fiumicino.

 

Le elezioni? Non si parla d’altro!”. All’estremità del canale di Fiumicino, Stra- imbarcazioni da diporto e pescherecci, i cinque operai della cooperativa del porto di Traiano si accusano l’un l’altro scherzosamente. Tre di loro hanno votato per il Movimento 5 stelle (M5S), come il 39 per cento dei cittadini del collegio di Fiumicino, una ventina di chilometri a ovest di Roma, dove vivono 25omila elettori. “È un voto di protesta”, sbotta Marcello Tucciarone, 57 anni. “Siamo sommersi di tasse, i politici non fanno niente. L’attività economica è ferma da anni. Nel porto ci sono no posti, ma solo ima settantina di barche”.

Il 4 marzo in questo collegio che comprende anche Ostia hanno trionfato non solo i cinquestelle di Beppe Grillo e di Luigi Di Maio (sette punti percentuali in più rispetto al risultato nazionale), ma anche i nazionalisti di Fratelli d’Italia, guidati da Giorgia Meloni (8 per cento dei voti), e la Lega di Matteo Salvini. In questo territorio di frontiera con il Mezzogiorno l’ex partito

indipendentista del nord ha ottenuto un significativo 12 per cento di consensi, contro lo 0,2 di appena cinque anni fa. In totale, se si aggiungono altre formazioni minori come i neofascisti di CasaPound, le forze estremiste e antisistema hanno ottenuto più del 60 per cento dei consensi tra Fiumicino e Ostia.

“La Lega ha vinto soprattutto grazie al voto dei giovani e di chi è contro gli immigrati. Eppure qui a Fiumicino gli immigrati non sono un problema. Lavorano nei campi, alla raccolta dei pomodori, cosa che gli italiani non sono più disposti a fare”, si lamenta Gianni Marongiu, presidente della cooperativa, che ha dato il suo voto al piccolo partito di sinistra Potere al popolo. “Ho sempre votato a sinistra, comunista per la precisione”, prosegue Marongiu, che ha cinquant’anni. “Ma stavolta è mancato poco che proprio non andassi a votare. Era impossibile votare per il Partito democratico di Matteo Renzi”. Secondo lui il centrosinistra si colloca ormai troppo a destra ed è lontano dai problemi delle classi popolari.

Barbetta grigia e cappello in testa, Claudio Bagiolini esce dalla piccola baracca sul molo che serve da ufficio per i cinque soci, della cooperativa. Ex dipendente del Consiglio nazionale delle ricerche in pensione, ha una piccola imbarcazione attraccata al porto e viene qui ogni mattina a trovare gli amici e a provocarli scherzosamente. “Ecco fatto, credete davvero che i cinquestelle vi daranno il reddito di cittadinanza di mille euro al mese?”. Bagiolini ha votato per il Pd. “I cinquestelle risolveranno tutti i vostri problemi”, canticchia per stuzzicare gli amici.

Niente però scalfisce la fiducia degli elettori dell’M5S. “La destra non ha fatto niente e neanche la sinistra. Dobbiamo provare gli altri”, sintetizza Maurizio Marenghi, nella sua giacca a vento gialla. “Almeno gli eletti dei cinquestelle si sono dimezzati gli stipendi. Sono onesti, recupereranno risorse risparmiando sulle spese inutili e lottando contro la corruzione”.

La crisi continua a farsi sentire alla periferia di Roma. I cinque amici fanno qualche calcolo. Dei loro nove figli, tre non hanno un lavoro. Altri tre, quelli di Claudio Biagio- lini, sono andati a lavorare all’estero: “Qui a Fiumicino non c’è lo stesso livello di disoccupazione del resto del paese, c’è lo sbocco dell’aeroporto”, che si trova a pochi chilometri di distanza dal porto. “Il problema è che sono tutti contratti a tempo determinato, lavoretti”, sottolinea Gianni Marongiu. “È una situazione del tutto diversa rispetto al passato. Noi abbiamo cominciato a lavorare a quindici anni senza difficoltà”. Le persone vogliono “il cambiamento”, insiste Tommaso Tucciarone, ma ammettendo, come i suoi amici, che la gestione di Roma da parte di Virginia Raggi, la prima sindaca cinquestelle della città, non ha portato grandi rinnovamenti. “Prima però a Roma c’era Mafia capitale”.

PRESENZA SUL TERRITORIO

Nel centro di Ostia, in mezzo agli edifici a quattro piani, lo scrittore Fulvio De Sanctis la pensa più o meno allo stesso modo. “Nel 2013 ho votato per i cinquestelle e nel 2016 per Virginia Raggi. Le strade sono ancora sporche e in pessime condizioni. Continuano a esserci tanti ambulanti abusivi. Ma quali sono le alternative?”. Il 4 marzo ha votato di nuovo per il Movimento 5 stelle. “In un paese stanco e disilluso i cinque- stelle mi sembrano meglio di tutti gli altri. Continuo a non capire le loro posizioni sull’Unione europea o sull’immigrazione.

Ma quest’ambiguità forse spiega il fatto che sono stati in grado di intercettare voti a destra, a sinistra e tra chi si sarebbe astenuto. Presentandosi come un partito più istituzionale, ossia abbandonando con Luigi Di Maio il linguaggio impetuoso di Beppe Grillo, sono riusciti ad attirare un elettorato moderato”.

“A Ostia c’è un malessere sociale autentico. Disoccupazione, problemi di alloggio e di esclusione, come in quasi tutte le periferie d’Europa”, riconosce Tobia Zevi, il giovane candidato del Pd di un municipio un tempo di centrosinistra e di recente passato ai cinquestelle. Nonostante una campagna elettorale condotta porta a porta, Zevi è stato travolto in pieno dall’ondata di protesta a livello nazionale e ha ottenuto solo il 20 per cento dei consensi.

“Se la sinistra vuole risollevarsi”, commenta Zevi, “bisogna studiare il metodo dei cinquestelle, fatto di lavoro sul territorio e di forte presenza sui social network. La sinistra da anni ha abbandonato l’impegno sul campo e non ha riflettuto su un nuovo modello politico, che comprenda il radicamento nei territori e il nuovo mondo digitale”.

 

3 – PIÙ LONTANI DALL’EUROPA, di Ferdinando Giugliano, Bloomberg, Stati Uniti.

Con la vittoria dei populisti l’Italia rischia di essere emarginata da Francia e Germania, che vogliono rilanciare l’Unione europea. Renzi ha annunciato che si dimetterà da segretario del Partito democratico solo dopo che si sarà insediato il nuovo governo.

I risultati delle elezioni politiche ita liane si possono guardare in due modi. Uno è concentrarsi sui numeri. Non sono molto diversi da quanto ci si aspettava. Non c’è stato un vero vincitore: né la coalizione di centrodestra né il centrosinistra né il Movimento 5 stelle sono riusciti a ottenere la maggioranza dei seggi. Visti i risultati del voto sarà molto difficile formare un governo, per non parlare di un governo stabile. Ma i numeri non bastano a spiegare perché si tratta di un risultato elettorale drammatico. Il trionfo dei partiti contrari al sistema ha la stessa portata del referendum sulla Brexit e della vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi. Due forze populiste hanno ottenuto quasi la metà dei voti. I cinquestelle, con più del 30 per cento dei consensi, sono il primo partito italiano.

Nella coalizione di centrodestra la Lega ha superato Forza Italia. Movimento 5 stelle e Lega sono diversi, ma hanno molti punti in comune. Sono entrambi critici verso l’euro, anche se ora i cinquestelle lo sono meno. Sono scettici su come l’Italia ha affrontato la questione dell’immigrazione, cioè andando a salvare le persone che arrivavano dal Mediterraneo. Cosa ancora più preoccupante, hanno sostenuto la teoria che i vaccini sono pericolosi, sintomo di un più generale scetticismo nei confronti della scienza.

A Roma circola la voce che i due partiti potrebbero mettersi d’accordo e formare un’alleanza fondata sull’euroscetticismo. Probabilmente questo renderebbe possibile formare un governo, anche se politica- mente poi sarebbe difficile sostenerlo. La Lega fa parte della coalizione di centrodestra e avendo ottenuto il maggior numero di voti può imporre agli alleati il suo candidato alla presidenza del consiglio. La base dei cinquestelle è costituita da molti elettori di sinistra, che non gradirebbero un’alleanza con la Lega. Inoltre il leader leghista Matteo Salvini ha detto di essere contrario a un accordo con il Movimento 5 stelle.

Ma il punto principale è che la maggioranza degli elettori ha scelto di abbandonare la strada che l’Italia aveva intrapreso dopo la crisi del debito del 2011. Il governo tecnico di Mario Monti e i tre governi successivi, con al centro il Partito democratico, hanno avuto tutti un tratto comune: il tentativo di modernizzare l’economia italiana, con l’aumento dell’età pensionistica e la riforma del mercato del lavoro. Gli ultimi quattro governi hanno grosso modo rispettato le regole della zona euro. E quando hanno chiesto di sforarle – per questioni bancarie e fiscali – lo hanno fatto in accordo con le istituzioni europee.

I cinquestelle e la Lega non vogliono neanche sentir parlare di rispetto dei parametri europei. I loro programmi prevedono generosi omaggi agli elettori, come il reddito di cittadinanza (cinquestelle), la fiat tax (Lega) o l’abbassamento dell’età pensionabile (entrambi), tutte cose che l’Italia non può permettersi senza una forte riduzione della spesa. In breve, intendono violare le regole finanziarie dell’Unione europea per-

ché sostengono che il paese ha bisogno di uno stimolo immediato. Alcuni, soprattutto nella Lega, sarebbero anche pronti a uscire dall’euro per poter aumentare la spesa pubblica. Questo pone un grosso dilemma agli altri paesi dell’eurozona, paradossalmente proprio mentre si stava aprendo un’opportunità per riformarla. Il presidente francese Emmanuel Macron aspettava che in Germania fosse raggiunto l’accordo sulla grande coalizione di governo per proporre la sua idea di una maggiore condivisione dei rischi tra gli stati della zona euro in cambio di una gestione più rigorosa della finanza pubblica. Il sentimento popolare emerso dalle elezioni italiane è una sfida a questa proposta di compromesso.

Francia e Germania possono reagire in due modi: sospendere temporaneamente il processo di ulteriore integrazione, visto che probabilmente non sarebbe accolto con grande entusiasmo a sud delle Alpi, oppure trattare l’Italia come un bambino capriccioso e andare avanti con il loro progetto, per poi chiedere a chiunque governi a Roma di firmare quello che hanno concordato. Una cosa è chiara: l’Italia non avrà un molo importante nella scelta delle nuove regole.

Per i partiti contrari all’establishment, che oggi gioiscono, questa sarà la vera prova del fuoco. Finora hanno spacciato ai loro elettori il sogno di un futuro fatto di elargizioni. Ma la realtà è molto più dura. Anche se non condividono le regole europee, per il momento dovranno muoversi al loro interno. E per quanto poi riguarda l’uscita dall’euro, è molto più facile a dirsi che a farsi. Il rischio è che finiscano come il greco Alexis Tsipras e siano costretti a non rispettare le loro promesse perché l’alternativa sarebbe catastrofica.

Si prospetta un periodo di grande incertezza, sia per l’Italia sia per l’Unione europea. Gli elettori italiani si sono espressi, ma quello che hanno detto è confuso e non è certo il messaggio che i partner europei dell’Italia volevano sentire.

 

4 – I migranti sono il capro espiatorio, Ned Temko, Chnstìan Science Monitor. Stati Uniti. L’ostilità all’immigrazione ha favorito l’avanzata populista in Europa. Ma il malcontento degli elettori è una conseguenza dei cambiamenti portati dalla globalizzazione.

Più che parlare, gli elettori italiani hanno ringhiato e urlato. che se il voto del 4 marzo non ha dato a nessun partito un mandato di governo chiaro, ha lanciato un messaggio con implicazioni che dovrebbero far riflettere il resto d’Europa e non solo: il tema dei migranti, trasformato in arma politica da agitatori populisti che promettono di sigillare i confini e di “riappropriarsi” della vera identità dei loro paesi, è diventato una forza dominante nella politica occidentale.

Lo stallo politico durato cinque mesi in Germania, che si è risolto solo mentre gli italiani andavano alle urne, ne è una prova ulteriore, così come la campagna elettorale in corso in Ungheria, dove si voterà il mese prossimo. I due primi e più rumorosi campanelli d’allarme – la Brexit e la vittoria di Donald Trump nel 2016 – non erano delle anomalie.

Siamo di fronte a un drammatico cambio di rotta rispetto a dieci anni fa, quando i venti politici ed economici soffiavano in direzione di un coordinamento e un’integrazione maggiore tra i paesi. Questo pone una sfida importante ai leader politici che credono ancora in un mondo più aperto, interconnesso e unitario e che sono stati costretti sulla difensiva. Lo stesso vale per le principali istituzioni costruite dopo la seconda guerra mondiale per promuovere e proteggere la cooperazione internazionale, come l’Unione europea (Ue), l’Organizzazione mondiale per il commercio o le Nazioni Unite. Con questa nuova ondata di nazionalismo potrebbe diventare più difficile difendere la causa di un interesse condiviso in settori come il commercio internazionale o la protezione e il trasferimento di profughi che hanno bisogno di aiuto.

La spiegazione immediata del nuovo clima, almeno in Europa, è abbastanza evidente. Negli ultimi anni è arrivata sul continente una quantità di migranti senza precedenti: un milione e trecentomila solo nel 2015. La maggior parte fugge dalla carneficina e dal caos della Siria, dell’Iraq o dell’Afghanistan, ma molti altri, come quelli arrivati in Italia, sono partiti dall’Africa, hanno attraversato la Libia e il Mediterraneo, spesso rischiando la vita. Negli ultimi quattro anni in Italia sono arrivate più di 620mila persone.

Quando la cancelliera tedesca Angela Merkel ha risposto accogliendo più rifugiati e proponendo ai paesi dell’Unione un accordo per condividerne il peso, si è guadagnata le lodi della comunità internazionale per la sua levatura da statista. Nel settembre del 2017, però, la Germania è andata alle urne e il partito di Merkel è stato punito a favore di Alternative fur Deutschland, una formazione fortemente ostile agli immigrati. Merkel ha dovuto negoziare per mesi all’interno della coalizione per riuscire a formare un nuovo governo.

LASCIATI INDIETRO

Ma l’ondata di migranti è stata un elemento catalizzatore più che la vera causa della crescita dei partiti populisti un tempo marginali. Hanno contato maggiormente le trasformazioni portate dalla globalizzazione e il ritmo sempre più veloce dell’innovazione tecnologica. In questo processo, molte delle vecchie imprese industriali o manifatturiere europee sono state rinnovate o sostituite. Molti lavoratori di quei settori si sono trovati davanti alla necessità di riqualificarsi, competere per un qualsiasi altro posto di lavoro disponibile o dipendere dai sussidi statali.

In alcuni casi l’immigrazione ha avuto un peso. Nel Regno Unito l’arrivo di centinaia di migliaia di lavoratori dagli stati dell’Europa orientale membri dell’Unione ha alimentato il voto a favore della Brexit. Tuttavia nel Regno Unito, in altri paesi europei e ora anche in Italia, la ragione principale dell’avanzata dei partiti populisti e ostili agli immigrati va cercata in una rabbia più generalizzata nelle aree economicamente più depresse, nella sensazione di essere stati lasciati indietro da un’economia mondiale sempre più senza confini e guidata dalla tecnologia. Questa sensazione è diventata più forte dopo la crisi economica del 2007-2008, e le questioni dell’immigrazione e dell’accoglienza hanno offerto ai politici populisti un argomento potente in cui far confluire la rabbia di chi sentiva di essere rimasto indietro.

Anche se il risultato delle elezioni italiane non ha indicato chi potrà formare il prossimo governo, c’è stato un partito che ha subito una netta sconfitta: il Partito democratico (Pd) dell’ex presidente del consiglio

Matteo Renzi. Durante il suo mandato l’economia aveva cominciato a dare segni di una lenta ripresa dopo il crollo del 2008.

Ma gli standard di vita stanno tornando solo oggi a livelli paragonabili a quelli d’inizio secolo. Più di un terzo dei giovani italiani è disoccupato.

I due vincitori sono stati il Movimento 5 stelle, fondato da un ex comico e guidato da un trentenne senza esperienza più vicino nella forma a Bemie Sanders che a Donald Trump, e la Lega, un partito rabbiosamente contrario all’immigrazione e islamofobo. Entrambi condividono un populismo incentrato sull’imperativo di cacciare la vecchia classe politica e un messaggio politico indirizzato soprattutto a chi è economicamente più debole. Anche i leader dei cinquestelle hanno affermato che l’Italia dovrebbe impedire l’arrivo di nuovi migranti.

ALLARGARE IL DIBATTITO

I politici europei con una vocazione più centrista e un respiro internazionale sanno che devono trovare un modo per parlare agli elettori che seguono la bandiera del nazionalismo e dell’odio contro gli immigrati. In Germania Merkel ha assunto posizioni più dure sull’immigrazione. In Francia il presidente Emmanuel Macron, che pure ha posizioni liberali su diverse altre questioni, ha adottato una linea più severa sui migranti e i richiedenti asilo.

La loro sfida maggiore sul lungo periodo è allargare il dibattito e far arrivare un messaggio che nel clima politico attuale sembra avere poche possibilità di attecchire: anche senza la pressione migratoria, l’avanzamento dell’innovazione tecnologica è irreversibile. L’intricata catena di approvigio- namento internazionale che caratterizza molte imprese nei paesi occidentali potrebbe, in linea teorica, essere sciolta. Perfino cosi, però, si rischierebbero grandi operazioni di delocalizzazione che avrebbero un impatto non solo sui paesi rivali, ma anche sui partner e sugli alleati. Lo sa bene il presidente statunitense Donald Trump che il 2 marzo ha annunciato nuovi dazi sull’acciaio e l’alluminio.

 

5 –  LA RIVOLUZIONE ALLA PROVA di Susanna Bastardi, Die Presse, Austria.

Dopo il trionfo alle urne, i partiti che si oppongono al sistema dovranno scendere a patti con la tanto odiata “casta”.

ll 4 marzo gli italiani hanno mandato un messaggio chiaro ai loro governanti. Circa la metà degli elettori ha

votato per la Lega, un partito xenofobo, o per il Movimento 5 stelle (M5S), cioè per formazioni politiche che propongono un ribaltamento totale del sistema. Questa rivolta italiana contro l’establishment segue una tendenza già avviata nel resto d’Europa. La crisi dei migranti nel Mediterraneo, gestita in modo pessimo da Bruxelles e da Roma, la paura di un’invasione straniera, la crisi economica e il disagio sociale hanno fatto il gioco della Lega, le cui campagne razziste e le cui parole d’ordine contro la globalizzazione hanno riscosso più consensi della tradizionale invettiva contro “Roma ladrona”, soprattutto nel ricco nord d’Italia. Ma questi risultati elettorali costituiscono soprattutto una rivoluzione italiana, che si è manifestata con più forza nel sud impoverito del paese. Lì i cinquestelle hanno ottenuto una valanga di voti, e non solo grazie gli slogan contro l’immigrazione, ma soprattutto grazie al grido di battaglia che dieci anni fa ha reso forti i grillini: un tonante “vaffanculo”. Insomma, il messaggio principale è un enorme dito medio alzato simbolicamente contro l’odiata “casta dei partiti”.

Oggi, con il suo giovane e azzimato leader politico Luigi Di Maio, il Movimento 5 stelle si è dato un volto più tranquillo, quasi conciliante. Ma il dito medio simbolico rimane. In un paese dove solo il 5 per cento degli elettori ha dichiarato di aver fiducia nei partiti, la campagna elettorale si è svolta all’insegna della rabbia e della rassegnazione. Hanno votato per i grillini il giovane docente universitario con un contratto a tempo determinato da 800 euro al mese e lo studente senza prospettive. Li hanno votati i pensionati poveri, i cinquantenni disoccupati, le coppie di geni-tori che non possono più permettersi l’asilo nido per i figli né le vacanze. E tra loro i molti italiani – secondo i sondaggi, uno su due – che vogliono smantellare il “sistema partitico corrotto”.

Ma tanti si sono fatti incantare anche dal “meraviglioso nuovo mondo a cinque stelle”: l’elettore disoccupato spera di ottenere il reddito di cittadinanza promesso, l’ambientalista spera in una svolta radicale verso le energie rinnovabili, il fanatico di internet in una democrazia diretta on- line. Probabilmente solo una parte crede davvero nell’utopia a cinque stelle. Ma la gente preferisce dare il voto a un giovane movimento di protesta che ai vecchi politici sempre uguali e ormai consumati, che hanno perso il contatto con la realtà e si preoccupano solo di se stessi. In poche parole il Movimento 5 stelle è il modello più riuscito in Europa di contenitore che raccoglie tutti i delusi, di destra e di sinistra.

Ma “vaffanculo” non è ancora un programma di governo. Perciò Luigi Di Maio si trova di fronte al vero test: il faccia a faccia con la realtà. Ora, se davvero vuole governare, il purificatore deve sporcarsi le mani e contrattare, fare concessioni e scendere a compromessi con l’odiata casta. Sarà costretto ad ammettere che molti dei suoi progetti sono bolle di sapone. Al governo potrà andare solo un grillino che abbia spezzato l’incantesimo. Resta da vedere se la base accetterà. Qualcosa di simile capiterà anche alla Lega, se vorrà prendere la guida della coalizione di centrodestra. Perché Silvio Berlusconi, 81 anni, venderà cara la sua collaborazione e resisterà prima di piegarsi all’ambizioso Matteo Salvini.

Forse alla fine il nuovo governo italiano avrà un aspetto diverso da quello prospettato dai risultati elettorali. È probabile che per formare il governo le trattative saranno lunghe e difficili. Ma una cosa è certa: all’interno dell’Europa l’Italia, con la sua politica poco trasparente e il suo forte indebitamento, sta scivolando all’indietro, verso la periferia. Al posto del figlio problematico.

 

6 – L’EREDITÀ DI BERLUSCONI di David Brooks, columnist del New York Times, cerca di immaginare il futuro degli Stati Uniti guardando il risultato delle elezioni italiane: “Cosa succede alla politica statunitense dopo Donald Trump?

Torniamo alla normalità o le cose saranno sempre più fuori controllo? Il miglior indicatore che abbiamo finora è l’esempio dell’Italia di Silvio Berlusconi. La lezione principale è che una volta violate le norme di comportamento accettabile e una volta indebolite le istituzioni, è molto difficile ristabilirle. Violando queste norme si avranno comportamenti sempre più al limite, dato che i politici lottano per rappresentare una novità sempre più estrema. Il centro crolla, non si applicano più le normali distinzioni tra sinistra e destra e si vede l’ascesa di nuovi gruppi politici che sono più assurdi di qualsiasi altra cosa si potesse immaginare prima.

Se gli Stati Uniti seguiranno l’esempio italiano, entro il 2025 considereremo Trump nostalgicamente come un faro di relativa normalità”.

“Un’uscita dell’Italia dalla zona euro rimane molto improbabile”, scrive il Times di Londra, “ma ora è nel regno delle possibilità. Durante la campagna elettorale i cinquestelle e la Lega hanno entrambi proposto una revisione radicale dei trattati per rimuovere le restrizioni obbligatorie sulla spesa pubblica”.

Secondo il quotidiano croato Vecemji List, sono le semplificazioni che ci aiuteranno a capire questo voto: “Invece di concentrarci sulle ideologie, dovremmo tenere in considerazione la fame di cambiamento degli elettori. Forse la giovane Europa vuole superare il voto ideologico e costruire la società sulla base del desiderio dei cittadini di soddisfare i loro bisogni. L’Italia, dove il primo partito sono i cinquestelle, che si definiscono un movimento ‘senza ideologia’, è probabilmente il laboratorio del futuro dell’Europa. Gli italiani non hanno votato con il cuore, ma pensando a quello che avranno nei loro piatti nell’era della globalizzazione”.

 

7 – DAL MONDO VIRTUALE A QUELLO REALE, Anne Applebaum, The Washington Post, Stati Uniti.

Il MOVIMENTO 5 STELLE HA RACCOLTO CONSENSI SOPRATTUTTO GRAZIE AD INTERNET. MA GOVERNARE SARA’ UN’ALTRA STORIA.

Se avete dato un’occhiata alle prime pagine dei giornali di sicuro Vi siete a conoscenza del caos politico in cui è sprofondata l’Italia dopo le elezioni del 4 marzo. Forse avete già sentito parlare di “vittoria populista” e dei conseguenti “problemi per l’Europa”. La faccenda, in realtà, è leggermente più complessa. Il primo vincitore delle elezioni italiane, il Movimento 5 Stelle (M5S), non è il tipico partito populista contrario all’immigrazione e antieuropeista di estrema destra o estrema sinistra. Al contrario, è una versione, seppur diversa per linguaggio e approccio, del partito En Marche guidato da Emmanuel Macron, che ha fatto saltare il banco alle ultime presidenziali e legislative francesi. Entrambi i partiti vorrebbero superare le classiche divisioni tra “destra” e “sinistra”. Entrambi sono creature della rete, che ha reso possibile un raccolto consensi soprattutto grazie a internet. Ma governare mai incontrate. Entrambi hanno conquistato voti a spese dei partiti tradizionali di centrosinistra e centrodestra. Non c’è da stupirsi, considerando che per molto tempo la sinistra ha pescato i suoi dirigenti dai sindacati e la destra aveva la sua base sociale nelle organizzazioni religiose. In un momento in cui i sindacati, i gruppi religiosi e le altre organizzazioni della società civile sono in forte declino – in Italia, in Francia e un po’ ovunque – è normale che la crisi si estenda ai politici che ne sono stati il prodotto, sostituiti da nuove figure capaci di raggiungere la popolazione attraverso internet.

I cinquestelle e En Marche sono dunque assimilabili per la loro base nel mondo virtuale, ma l’uso che intendono fame è chiaramente diverso. En Marche è un movimento europeista che cerca di modernizzare la Francia, alzare il livello della vita politica francese e preparare il paese a un mondo globalizzato. Il linguaggio del Movimento 5 stelle, invece, è sempre stato più cupo e aggressivo. Il fondatore, Beppe Grillo, è un comico di professione che presenta il movimento come un “non partito” e definisce i politici “parassiti ’’Per molto tempo ha guidato il movimento direttamente dal suo blog. I cinquestelle chiedono nuove forme di democrazia digitale, un’idea elettrizzante che però nella pratica comporta che i suoi militanti sono spesso chiamati a votare nei referendum Online, provocando un cambiamento continuo (e a volte drammatico) della linea del partito. Come En Marche, il Movimento 5 stelle riunisce persone che nel mondo reale non si sarebbero mai conosciute, tra cui migliaia di simpatizzanti con forti tendenze complottiste. In Italia lo scetticismo sui vaccini si è diffuso enormemente grazie a Facebook e ad altri social network, e alcuni candidati cinquestelle ne hanno approfittato chiedendo l’abolizione dell’obbligo vaccinale. In passato il movimento è stato anche legato a una rete di siti complottisti pieni di notizie false che facevano gli interessi di Mosca e riciclavano notizie da Sputnik, il sito d’informazione controllato dal governo mosso. Inizialmente Grillo aveva una posizione molto diffidente verso la Russia, ma i dirigenti del movimento hanno invertito la rotta nel 2014 e nel 2015, cominciando a sostenere la linea russa e incontrando funzionari di Mosca. Nessuno ha mai fornito una spiegazione di questo avvicinamento.

LA GRANDE INCOGNITA

Che aspetto avrebbe un’Italia guidata dai cinquestelle? Non lo sa nessuno. Finora la diffidenza verso la scienza, la politica e più o meno qualsiasi altra cosa (sentimenti molto popolari Online) non si sono dimostrati una base solida per governare. Il mandato della sindaca cinquestelle di Roma, Virginia Raggi, è stato caratterizzato dal dilettantismo, dall’incompetenza e dal nepotismo. Se il non-partito riuscisse a incanalare il desiderio di riforma dei suoi sostenitori verso una chiara linea di governo, allora potrebbe ottenere grandi risultati. Ma servirebbero leader capaci di trasformare l’entusiasmo del mondo virtuale in politiche applicabili nel mondo reale, e non è ancora chiaro se ne siano capaci.

ANNE APPLEBAUM è una giornalista statunitense vincitrice di un premio Pulitzer. In Italia ha pubblicato Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori 2017).

 

8 –  MANO TESA A Luigi Di Maio, di Paul Taylor, Politico, Belgio

Uscito sconfitto dalle urne, il centrosinistra dovrebbe mostrarsi responsabile e sostenere un governo dei cinquestelle

Dopo le elezioni italiane del 4 di marzo, in cui i partiti tradizionali hanno incassato una pesante sconfitta, la classe politica italiana e i leader europei dovrebbero spingere il Movimento 5 stelle a formare un governo, nonostante i rischi che uno scenario simile comporta. Invece di continuare a inventare nuovi modi per mantenere la vecchia guardia al potere contro il volere della maggioranza degli italiani, è arrivato il momento di affidare le chiavi del paese alle forze nuove e lasciare che si misurino con le responsabilità di governo.

Il Movimento 5 stelle è il primo partito del paese, ma il principale vincitore delle elezioni è probabilmente la Lega. La formazione guidata da Matteo Salvini è il partito con più consensi nella coalizione di destra, che ha preso più voti ma non abbastanza per formare una maggioranza parlamentare. Salvini ha immediatamente rivendicato il diritto di formare un governo.

Secondo la costituzione italiana, il presidente della repubblica Sergio Mattarella avrà un ampio margine di manovra nel decidere a chi affidare l’incarico di presidente del consiglio, che a sua volta dovrà formare una squadra di governo e ottenere un voto di fiducia in entrambe le camere del parlamento. Secondo l’interpretazione delle regole elettorali data da alami commentatori, il primo a ottenere l’incarico potrebbe essere il leader della coalizione più votata, cioè Salvini, invece che il leader del partito con più consensi.

La classe politica italiana ed europea non vede di buon occhio un governo di Salvini, considerata la sua ostilità nei confronti dell’euro e dei migranti. Questa prospettiva potrebbe inoltre spaventare i mercati finanziari. Cosi, nonostante la tradizionale inclinazione dei politici italiani a

cambiare partito, il leader della Lega potrebbe incontrare grosse difficoltà a trovare i parlamentari che gli servono per formare una maggioranza.

Ma c’è un’opzione migliore: il Partito democratico (Pd) potrebbe proporre al Movimento 5 stelle di condividere la responsabilità di governare. È innegabile che i cinquestelle abbiano ottenuto scarsi risultati quando si sono trovati ad amministrare le grandi città (in particolare Roma e Torino), ma durante la campagna elettorale il leader Luigi Di Maio ha cercato di preparare il movimento alla prospettiva di governo, ritirando la proposta di uscire dall’euro e facendo capire di essere disposto ad allearsi con altri partiti.

UN PO’DI PULIZIA

Dal punto di vista aritmetico i cinquestelle e la Lega potrebbero formare una maggioranza sufficiente per governare. Ma, a parte la promessa di distruggere la classe politica tradizionale e l’ostilità verso i migranti, le due forze non hanno molto in comune.

Comunque vadano le cose, è probabile che nei prossimi mesi ci saranno estenuanti trattative e Paolo Gentiloni, del Pd, resterà in carica fino a quando non sarà nominato un successore. La costituzione italiana non stabilisce alcuna scadenza per la formazione di un nuovo governo. Nel frattempo la Commissione europea probabilmente chiederà a Roma di attuare nuove riforme economiche strutturali e rafforzare la disciplina fiscale per ridurre l’enorme debito pubblico italiano.

In questo contesto il Pd dovrebbe valutare la possibilità di appoggiare Di Maio o un altro moderato dei cinquestelle per portare avanti una serie di delicate riforme politiche. Di certo non basterebbe a spazzare via il sistema italiano, ma una soluzione di questo tipo avrebbe comunque il merito di portare al governo una nuova generazione di politici estranea ai vecchi partiti, con la possibilità di fare un po’ di pulizia. Considerate le alternative, vale la pena di provarci.

 

 

 

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