18 03 10 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ALTRE COMUNICAZIONI.

0 – Luciana CASTELLINA. Sono rimasta zitta fino ad ora per svariate ragioni.  1 – La Marca (PD): grazie per la fiducia e al lavoro per un secondo mandato. 2 – Largo agli uomini grazie alle pluricandidature. 3 – Una via d’uscita per il governo. Le mosse del colle. Mattarella potrebbe spingersi dove non osò Napolitano, che non volle conferire l’incarico a Bersani. 4 – Chi elegge il presidente del consiglio. 5 – La campagna elettorale è finita. Appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per sbloccare l’empasse. Mattarella ricorda ai partiti che un governo serve. Appello rivolto a tutti.

0 – SONO RIMASTA ZITTA FINO AD ORA PER SVARIATE RAGIONI:
1) perché non avevo voglia di parlare. Come, credo, tutti noi. E siccome non ho incarichi che mi obblighino a farlo, ne ho approfittato;
2) perché sono una vecchia abituata ai partiti, e per dire cosa bisognerebbe fare, aspetto di confrontarmi con la mia organizzazione, Sinistra italiana, che riunisce il suo Comitato Nazionale sabato prossimo;
3) perché – e questa è la ragione più importante – non so che dire. Di Luciana CASTELLINA
Quanto è accaduto è andato troppo al di là delle pur negative aspettative che nutrivo, rafforzate dalla esperienza di campagna elettorale fatta in svariate regioni d’Italia.
Parlare, certo, bisogna. Ma vorrei che tutti evitassimo conclusioni frettolose. La crisi, non solo della sinistra ma della democrazia, è troppo profonda per non imporci una riflessione collettiva di lungo periodo. Dico crisi anche della democrazia perché se siamo arrivati a questo risultato è anche perché non c’è più quel tessuto politico-sociale che i grandi partiti di massa offrivano un tempo al confronto, e dunque ad una analisi del presente e a una costruzione collettiva del progetto da proporre.
Un vuoto che i movimenti, che pure hanno avuto ed hanno (quando ci sono, e non è sempre) un ruolo importante, non hanno saputo riempire con reti consolidate di riferimento.
Il solo voto, senza tutto questo, è troppo poco per far vivere la democrazia, porta alla ribalta solo un’agorà popolata da individuali grida di scontento o di plauso improvvisato. È facile dire che si è perduto il rapporto col territorio. Certo che si è perso, perché sul territorio non c’è più vita sociale e ricostruirla è oramai difficilissimo: la gente non ne vuole sapere; gli orari di lavoro non sono più omogenei come quando era naturale incontrarsi alle 7 di sera in sezione (il precariato ha prodotto anche questo guaio); non ci sono più le sedi; i socials, checché ne dicano i miei compagni giovani, non suppliscono, rischiano di diventare solo un noioso ammasso di sfoghi personali.( Ma come si fa a scegliere chi dove rappresentarci, senza aver avuto modo di verificare nel tempo e nel concreto le sue capacità e affidabilità?)
Fra le cose che non so, c’è anche questa: come si ricostruisce una cultura e una pratica collettiva, un rapporto con l’altro, un senso di responsabilità comune, visto che non si possono reinventare più i vecchi partiti e però non si può nemmeno fare a meno della funzione cui essi assolvevano. Quello che so, tuttavia, è almeno questo: che il problema non si può eludere.

Ce lo impone il fatto che viviamo in un tempo di terribili cambiamenti, che stanno già producendo e produrranno anche peggiori mutamenti al nostro modo di vivere e di lavorare, rispetto ai quali il nostro pensiero di sinistra è balbettante.
Non ci aiutano i progetti del passato (né quelli comunisti, né quelli socialdemocratici), ma nemmeno ne abbiamo altri, e solo dire che non siamo liberisti e bisogna combattere la disuguaglianza, è ben lungi dal bastare. Pensare che basti redistribuire più equamente gli stessi beni – obiettivo già impervio – non è più nemmeno sufficiente, occorre – di fronte al disastro ecologico e al mutamento del lavoro – fare assai di più: produrre in modo diverso beni diversi e indurre consumi diversi. Cioè cambiare anche gli esseri umani.
Direte che potevo fare anche a meno di scrivere se era solo per dire che tutto è difficilissimo e noi siano impreparati. L’ho fatto perché mi sento in dovere di un’autocritica. Questa: quando abbiamo dovuto decidere come affrontare queste elezioni io sono stata fra i più convinti sostenitori della proposta Liberi ed Uguali. Ritengo tuttora che non ci fosse alternativa migliore, nonostante i limiti dell’esperienza di cui tutti eravamo peraltro consapevoli.
E però io ho creduto veramente che il distacco dal Pd di un gruppo così consistente e qualificato della sua leadership, si potrebbe dire quasi tutta quella proveniente dal Pci, avrebbe scosso il vecchio corpo cresciuto se non più dentro quella organizzazione ormai sepolta da tempo, ma nella scia di quella cultura e tradizione. Che la rottura di Mdp, insomma, avrebbe portato allo scoperto la contraddizione ormai stridente fra un partito, il Pd, che si definisce di sinistra e però è da tempo espressione di un altro blocco sociale.

E che dunque un gesto così estremo come l’abbandono della “ditta” da parte, non di una frangia, ma di una così consistente parte della storia della sinistra, avrebbe suscitato riflessione, e rinnovata mobilitazione in una base ormai passivizzata. Mi sono sbagliata. Era ormai troppo, troppo tardi

. Quel corpo, quei compagni, tanti dei quali conosco bene per aver così a lungo condiviso con loro tante battaglie, quelli che, pur essendo sempre più scettici verso le ripetute reincarnazioni del Pci, continuavano tuttavia a dire “il partito”, quella storia si è oramai largamente consumata. I loro voti hanno lasciato il Pd, ma si sono perduti nella Lega, nei 5 stelle, nell’astensione, io credo senza entusiasmo, visto che non c’è nulla di consistente nelle promesse alimentate, ma per rabbia e confusione.

Adesso dobbiamo ricominciare da capo. Innanzitutto riprendendo a riflettere insieme, senza farci dominare dall’assillo dell’immediato. (Potremmo dire che, per fortuna, siamo così piccoli da non esser determinanti né nel bene né nel male, anche se nel PdUP dicevamo, giustamente, che, secondo l’insegnamento di Santa Teresa di Lissieux, bisognava comunque comportarsi come se tutto dipendesse da noi.)

Ragionando su come si ricostruisce una rappresentanza sociale, che non si recupera alzando il livello delle proposte, col “più uno” rivendicativo, ma costruendo un soggetto che sia in grado di imporle, un compito oggi reso impervio dalla frantumazione del lavoro, e dunque ormai anche delle culture. Per farlo non basta la protesta, ma sempre più un progetto che renda chiara e convincente un’alternativa. (Per questo il prossimo congresso della Cgil ci interessa tutti, non è solo dibattito interno al suo gruppo dirigente.
Con chi dobbiamo lavorare? Anche a questo interrogativo non so rispondere, vorrei solo che avviando, come si deve, una costituente che coinvolga tutti quelli che più o meno la pensano come noi, non si buttasse via troppo frettolosamente Sinistra Italiana, un pezzetto piccolo ma prezioso in questo incerto scenario.
Talvolta gli shock sono salutari. Io porto ancora la ferita di quello del 18 aprile 1948. Ma ho anche un ricordo bellissimo di cosa, spontaneamente, senza nemmeno dircelo, facemmo tutti il 19 mattina, dopo l’inattesa batosta del Fronte popolare: uscimmo con al petto il distintivo comunista. Per dire: ci siamo ancora. E ricominciammo davvero da capo, con un po’ di più seria attenzione alla realtà della società italiana.
Erano altri tempi, ovviamente, e questo mio ricordo suona retorico. Ma certo mi piacerebbe che fosse così anche per lo shock che ci ha fatto vivere la sberla del 4 di marzo.
Luciana CASTELLINA -Il Manifesto – 08/ 03/ 2018

 

1 – LA MARCA (PD): GRAZIE PER LA FIDUCIA E AL LAVORO PER UN SECONDO MANDATO.

Desidero sinceramente ringraziare i circa 27.500 elettori della ripartizione Nord e Centro America che hanno consentito al Partito Democratico di confermare il seggio alla Camera dei Deputati e gli oltre 8600 cittadini che mi hanno dato la loro preferenza, confermandomi la fiducia per un secondo mandato parlamentare. Roma, 8 marzo 2018
Non era facile arrivare ad un esito positivo, nonostante i buoni risultati raggiunti, per la concorrenza di liste che si è determinata nel campo del centrosinistra. Per questo, a maggior ragione, ringrazio gli elettori che hanno voluto premiare, oltre alla buona politica, la serietà, l’impegno e i risultati, senza farsi deviare dalla propaganda e dagli attacchi strumentali.
Ai compagni di viaggio Giovanni Faleg, Rocco di Troilo e Isabella Weiss di Valbranca va riconosciuto il contributo dato al successo della nostra lista e agli amici Angela Pirozzi e Pasquale Nesticò il merito di aver condotto una campagna elettorale generosa, appassionata e competente.
Un pensiero di forte gratitudine va a quanti – comitati elettorali, collaboratori, associazioni, amici e parenti – hanno concorso a questa vittoria, che è la vittoria di tutti.
Il mio messaggio elettorale è stato: Trasparenza – Serietà – Impegno. Trasparenza, serietà e impegno continueranno ad essere, fin dal primo giorno della nuova legislatura, le regole che impronteranno il mio lavoro. Da oggi non sono più la candidata di un Partito, ma la rappresentante di tutti. Per questo, chiedo ai connazionali dell’intera ripartizione, senza distinzione di orientamento culturale e politico, di continuare il dialogo di questi anni e di farmi avere i loro suggerimenti e i loro consigli in modo da moltiplicare e unire le forze per il bene comune.
È una bella occasione, questa, per rivolgere a tutte le donne, in particolare a tutte quelle che hanno vissuto direttamente e indirettamente un’esperienza di migrazione, gli auguri per la giornata internazionale della donna.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America/ Electoral College of North and Central America
Ufficio/Office: Roma, Piazza Campo Marzio, 42 Tel – (+39) 06 67 60 57 03 Email – lamarca_f@camera.it
www.francescalamarca.com / Facebook.com/LaMarcaF / Twitter.com/@FrancescaLaMar / LinkedIn – Francesca La Marca

 

2 – LARGO AGLI UOMINI GRAZIE ALLE PLURICANDIDATURE.
Elezioni 2018. Il 40% minimo di donne previsto dalla legge è diventato il 30% tra gli eletti del Pd grazie al sistema delle ministre in corsa in più collegi. Così Maria Elena Boschi ha fatto spazio a quattro uomini. Meglio le liste grilline, che però rieleggono tutti i candidati sgraditi a Di Maio. E per il troppo successo restano a corto di deputati in Campania e Sicilia, mettendo in crisi il Rosatellum.

LA CONTA DELLE SCHEDE
Due notti e un giorno dopo la chiusura delle sezioni elettorali il Rosatellum consegna i nomi degli eletti in parlamento. E ancora nessuna maggioranza. Al senato al centrodestra, che avrà 135 seggi, mancano 26 voti. Qualcosa potrà recuperare con gli eletti all’estero ma non più di un paio di voti. Alla camera la distanza è ancora maggiore: Salvini, Berlusconi e Meloni raccolgono 263 deputati (più tre o quattro dall’estero) e restano una cinquantina di seggi lontani dalla maggioranza. Questo malgrado la legge, per via della parte uninominale e soprattutto della soglia di sbarramento (oltre tre milioni di voti redistribuiti tra i sei partiti che hanno superato la soglia) abbia avuto un certo effetto maggioritario.
Per stimarlo si può considerare che il centrodestra con il 37% dei voti ha raccolto il 42% dei deputati in palio (escludendo quindi l’estero) e i 5 Stelle con il 32,7 dei voti il 36% dei deputati, cioè 225. Penalizzato invece il Pd con i suoi alleati, in ragione delle sconfitte nei collegi: con il 22% dei voti la coalizione di centrosinistra raccoglie il 19% dei seggi in palio alla camera, vale a dire 116.

IN ATTESA della proclamazione degli eletti (fermo restando che l’ultima parola spetterà alle giunte per le elezioni delle nuove camere), il Viminale ha messo online i vincitori nei collegi uninominali e in quelli proporzionali; dieci collegi uninominali della camera sono ancora non ufficiali perché alcune sezioni (tutte tra Roma e provincia) risultano ancora aperte, ma le distanze tra i primi e i secondi sono tali che per questo articolo considereremo i risultati definitivi.
Una prima considerazione da fare riguarda il funzionamento della clausola di parità di genere, che obbligava i partiti a non andare oltre il 60% di un sesso nelle candidature e nei capilista. Come si temeva, i partiti hanno fatto un uso spregiudicato della norma, pluricandidando soprattutto le donne e così aprendo la strada a candidati uomini. Nel Pd le pluricandidature sono state quasi solo di donne, e così Maria Elena Boschi è stata eletta nell’uninominale a Bolzano, facendo spazio nel proporzionale a quattro uomini e a una sola donna. Nel complesso il centrosinistra alla camera ha eletto 36 donne su 116 deputati e deputate, circa il 30%; stesso risultato al senato: 18 donne su 58 senatrici e senatori. A palazzo Madama, la ministra Valeria Fedeli, eletta in Campania, ha fatto posto in Lombardia al senatore Alan Ferrari.

TRA CHI HA BENEFICIATO delle pluricandidature, trovando così spazio in parlamento grazie alle rinunce forzate di chi è stato eletto altrove, anche alcuni volti noti del Pd come Ivan Scalfarotto, Matteo Colaninno, Giacomo Portas, Fausto Raciti, Michele Anzaldi e il portavoce di Gentiloni Filippo Sensi. Al senato è la pluricandidatura di Matteo Renzi a fare spazio alla napoletana Valera Valente.
Percentuale di rappresentanza femminile invece perfettamente rispettata (secondo quanto previsto dalla legge per le candidature), almeno alla camera, per il Movimento 5 Stelle, che ha eletto 90 deputate (34 all’uninominale e 56 al proporzionale), cioè esattamente il 40% dei 225 neo deputati e deputate.
I PROBLEMI per i grillini sono casomai altri. Sono stati praticamente tutti eletti i candidati che per un motivo o per l’altro nel corso della campagna elettorale erano diventati «impresentabili» per lo stesso movimento che li ha messi in lista. Dessì al senato, Vitiello, Caiata e Tasso alla camera per quanto riguarda quelli con problemi giudiziari, Cecconi, Martelli, Sarti alla camera e Buccarella al senato per quanto riguarda invece i parlamentari indietro con i «rimborsi»: anche loro sono stati trascinati in parlamento dalla valanga gialla del Movimento 5 Stelle. I deputati Andrea Cecconi e Giulia Grillo sono stati addirittura eletti due volte – erano tra i pochissimi pluricandidati alla camera con Di Maio, Fico e Gallo – contribendo così a far eleggere altri due deputati al proporzionale.
Per quanto i grillini abbiano fatto un uso delle pluricandidature assai più morigerato delle altre liste, il clamoroso risultato conseguito in alcune regioni ha messo in luce uno dei difetti del Rosatellum che alla vigilia veniva considerato dai difensori della legge solo un caso di scuola. Le liste M5S sono cioè risultate in almeno due casi «incapienti», sia in Campania che in Sicilia. In pratica i grillini si sono trovati con meno candidati da eleggere rispetto ai seggi conquistati.
In Campania 1 il Movimento ha raccolto oltre il 54% dei voti validi. Nel primo collegio proporzionale avrebbe per questo diritto a cinque posti, su quattro candidati del listino bloccato. In questi casi la legge prevede che si attinga a un altro collegio proporzionale della stessa circoscrizione, e in Campania 1 ce n’è solo uno con una candidata in teoria non eletta, il secondo. Solo che le pluricandidature di Di Maio e Fico esauriscono ugualmente il listino. Bisognerebbe allora mandare in parlamento anche i candidati grillini sconfitti nell’uninominale. A trovarli, però, perché in Campania hanno vinto tutti, tranne Alessia D’Alessandro – la presunta consulente di Merkel – sconfitta ad Agropoli dal centrodestra. È difficile però che sarà lei a essere recuperata, prima il Rosatellum prevede che si peschi tra i non eletti grillini in altre circoscrizioni. I voti di Di Maio in Campania serviranno così a eleggere qualcuno probabilmente al nord. Così come – la situazione è quasi identica – i voti per Simona Suriano in Sicilia 2 faranno la felicità di qualche altro grillino, che probabilmente ancora non sa di essere diventato anche lui deputato.
Di Andrea Fabozzi da” Il Manifesto”

 

3 – UNA VIA D’USCITA PER IL GOVERNO. LE MOSSE DEL COLLE. MATTARELLA POTREBBE SPINGERSI DOVE NON OSÒ NAPOLITANO, CHE NON VOLLE CONFERIRE L’INCARICO A BERSANI.

RENZI SI DIMETTE, MA NON TROPPO.
Anzi, non abbastanza. Sono passati i tempi in cui un leader sconfitto si faceva da parte. magari scusandosi con gli elettori e i militanti. Nessuna analisi degli errori fatti, essendo tutte le colpe di altri. Quelli che hanno votato no al referendum. Mattarella. I malpancisti. I gufi, i rosiconi. I traditori fuoriusciti. Quanto a Renzi, sempre ottimo e abbondante.
Dopo le quasi-dimissioni, per il Pd si profilano giorni difficili. Ma quel che conta è che la vicenda Pd potrebbe non influire poi tanto sui destini del paese. Paradossalmente, la legge elettorale imposta da Renzi ha tolto il Pd dalla competizione per il governo. Essere in terza posizione con distacco pone il partito in una condizione mai fin qui sperimentata, senza centralità. I protagonisti delle prossime settimane saranno altri.
Questo scenario relega il discorso sulle quasi-dimissioni in una prospettiva essenzialmente intestina, in cui si giocherà uno scontro tra chi vuole l’opposizione pura e dura – dichiaratamente, lo stesso Renzi – e chi potrebbe volere una posizione più flessibile. È guerra. Qui si comprende come e perché Renzi abbia calato la scure sulle candidature, per avere il maggior numero possibile di fedelissimi in parlamento. Che siano i prodromi di future scissioni in vista della creazione di un nuovo soggetto politico tutto renziano, si vedrà.
MA COSA ACCADE ORA? Non aspettiamoci da Mattarella – uomo riflessivo e prudente – passi precipitosi. Le Camere sono convocate per il 23 marzo, e il primo atto sarà l’elezione dei presidenti. Sappiamo che in Senato i tempi dell’elezione saranno comunque brevi, per la previsione di un ballottaggio che impedisce il protrarsi delle votazioni. Ma è anche probabile che proprio i tempi brevi del Senato sollecitino un confronto utile ad eleggere simultaneamente anche il presidente della camera dei deputati. Che sia un M5S alla Camera e un leghista al Senato – come si sente dire – è possibile, non certo. Ma è comunque probabile che Mattarella aspetti l’esito del voto sulle presidenze.
E DOPO? Siamo – per nostra fortuna ancora – in una forma di governo parlamentare, che offre margini di elasticità utili ad affrontare i momenti difficili. Il punto focale per Mattarella è conferire l’incarico di formare il governo a chi ha maggiori probabilità di avere una maggioranza in Parlamento per la fiducia. Ma bisogna considerare due punti.
IL PRIMO. La prassi conferisce al presidente una serie molteplice di strumenti per individuare la persona giusta. Avvierà anzitutto consultazioni con le forze politiche parlamentari, per trarne indicazioni sugli orientamenti e sugli scenari possibili. Questo sarà comunque il primo passo, da cui potrà venire un quadro sufficientemente preciso e tale da sostenere già in prima battuta la individuazione dell’incaricato. Ma è lo scenario al momento meno probabile, quanto meno perché sia M5S che il centrodestra potrebbero indicare ciascuno il proprio leader, argomentando dall’essere rispettivamente il soggetto politico o la coalizione vincente.
LA RISPOSTA di Mattarella potrebbe dipendere dalla capacità dell’uno o dell’altro dei players di attrarre sostegni parlamentari, in termini di accordo di governo, di appoggio esterno, di sostegno su singoli temi o altro. In ogni caso, se la scelta non risultasse chiara, il presidente potrebbe aprire una fase interlocutoria, conferendo un incarico esplorativo, con il quale un soggetto diverso dal presidente è da lui chiamato a svolgere nuove consultazioni. È un’attività istruttoria di supporto al presidente.
ORA, IL SECONDO PUNTO. Supponiamo che conclusivamente non emergano certezze su una stabile maggioranza numerica in parlamento. Potrebbe il presidente comunque conferire l’incarico di formare il governo? La risposta è sì. Napolitano non volle farlo con Bersani. Mattarella potrebbe farlo oggi. E va ricordato che il voto di fiducia è a maggioranza semplice, non essendo richiesta la metà più uno dei componenti.
VEDREMO. Ne potremo uscire, grazie al popolo sovrano che ha bocciato le riforme renziane, e nonostante la legge elettorale da lui così fortemente voluta. Intanto, il quasi-dimissionario ci ricorda il capitano Achab, che sacrificò tutto all’inseguimento di un miraggio. Che poi lo trascinò in fondo al mare. E si trattava, come sappiamo, di una grande balena bianca. Massimo Villone da “Il Manifesto”.

 

4 – CHI ELEGGE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO.
La costituzione regola e stabilisce come dovrebbe funzionare il parlamento quindi in beve:
1 – I cittadini eleggono il parlamento SENATO e CAMERA.
2 – Il governo viene nominato dal Presidente della repubblica, dopo l’elezione dei presidenti della camera, del senato (a partire al 23 marzo), e, dopo una consultazione con i partiti del PRESIDENTE della REPUBBLICA, il che vuol dire avere 316 SEGGI alla CAMERA e 158 al SENATO come minimo per avere una maggioranza.
3 – Senza il 40% non governi può aver preso il 33, il 39,9, essere il partito o la coalizione più bella più intelligente, più capace, con i parlamentari più alti o bassi, più simpatici o antipatici, non cambia senza il 40% non si governa.
4 – È possibile governare con un accordo post elettorale che raggiunga la maggioranza dei seggi, (Vedi Punto 2).
5 – Il presidente del consiglio sul mandato del Presidente della Repubblica, non lo elegge nessuno ma, deve avere la fiducia dei due rami del parlamento.
6 – Il Presidente della Repubblica dopo le consultazioni con i maggiori partiti o coalizioni, nel caso non si sia trovato un accordo tra di essi può decidere di nominare anche un governo tecnico sulla base dell’interesse nazionale (Cambio legge elettorale, finanziaria, bilancio ecc.) e comunque sia non sarebbe un ” GOVERNO NON ELETTO perché (rivedi punto 2).
La costituzione è la carta fondamentale della nostra Repubblica, e comunque bisognerebbe reinserire educazione civica alle superiori e nelle scuole, anche nelle scuole italiane all’estero, per evitare strafalcioni tipo “GOVERNO NON ELETTO” o io ho votato per il “PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, ecc.

 

5 – LA CAMPAGNA ELETTORALE È FINITA. APPELLO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA PER SBLOCCARE L’EMPASSE. MATTARELLA RICORDA AI PARTITI CHE UN GOVERNO SERVE. APPELLO RIVOLTO A TUTTI.

L’appello è misurato, scevro da ogni drammatizzazione: bisogna avere tutti “senso di responsabilità” e “saper collocare al centro l’interesse generale del paese e dei suoi cittadini”. Proprio sull’esempio delle donne che, dopo battaglie fortemente divisive, poi si impegnarono, sollecitando i partiti di appartenenza, nella pars construens, come la legislazione sul nuovo diritto di famiglia. Queste le parole che Mattarella pronuncia nel corso del suo discorso alla festa della donna. Non sono neutre, in questo contesto post elettorale e a venti giorni dall’inizio delle consultazioni per il nuovo governo.
È presto per parlare di preoccupazione, perché siamo solo all’inizio di un percorso ancora lungo, ma il richiamo denota certo consapevolezza della difficoltà nei negoziati per far nascere un governo. Soprattutto perché, al momento, i blocchi sono congelati e un vero negoziato tra le forze politiche non si è aperto. È come se la politica tutta, molto muscolare e in questo, diciamo così, maschile fosse ancora in una prosecuzione belligerante della campagna elettorale, senza tener conto che il tempo della propaganda è finito, i cittadini si sono espressi e ora tocca misurarsi col nuovo quadro emerso dalle urne.
È certamente un appello, e un richiamo alla realtà, rivolto a tutti a partire dai due vincitori, Salvini e Di Maio che hanno inchiodato la discussione all’ottenimento dell’incarico, pur non avendo i numeri. E senza spiegare come provare a costruire una maggioranza. Perché l’incarico non è una medaglia a chi arriva primo, ma un mandato conferito a chi ha la possibilità di formare una maggioranza e, dunque, un governo. Ma, tra i tutti, i frequentatori del Quirinale lo hanno letto come destinato a qualcuno più degli altri. Basta confrontare due istantanee. Quella del capo dello Stato che invita alla responsabilità e all’interesse generale. E quella della conferenza stampa del segretario del Pd, di qualche giorno fa, in cui di fatto si fa garante dell’instabilità: nessuna indicazione di prospettiva e qualche accenno polemico verso il governo GENTILONI e verso chi lo voluto, impedendo il ritorno immediato alle urne. Alla fine del discorso, un autorevole esponente del Pd con una certa consuetudine col Quirinale sintetizza così l’aria che si respira al Colle: “Dormiamoci sopra fino a lunedì, poi ci si pensa”. Lunedì, quando si capirà se il tappo che chiude il Pd all’opposizione di ogni eventualità (senza se e senza ma) è saltato. Dopo il Pd, analoga riflessione, inevitabilmente toccherà agli altri, se non si vuole protrarre lo stallo.
Due incisi, in questo discorso.
PRIMO: non c’è, o non c’è ancora, al Colle né uno schema pre-definito, e nemmeno una traccia su una ipotesi piuttosto che su un’altra: governo politico, di scopo, delle astensioni, che parta dal centrodestra o dai Cinque Stelle. Ogni soluzione è possibile e deve emergere dalla discussione che, auspicabilmente, dovrà aprirsi nelle varie forze politiche. L’auspicio di oggi è proprio questo.
SECONDO: la prassi che seguirà Mattarella sarà prettamente costituzionale, codificata nell’arco dei 50 anni di vita repubblicana, nell’Italia proporzionale fondata sui partiti con regole che forse agli attuali attori, cresciuti nell’Italia maggioritaria, sfuggono. La soluzione potrà essere frutto di lunghe attese, periodi di decantazione, tentativi su tentativi, dove anche i fallimenti sono di aiuto perché fanno capire che non ci sono alternative a un compromesso serio.
IL PUNTO FERMO – e questo implicito richiamo alla responsabilità tocca corde sensibili nel Pd partendo da Gentiloni e proseguendo giù pe’ li rami – è che un governo serve. E non è un caso che l’appello del Colle coincida, anche temporalmente, con le parole pronunciate da Mario Draghi che ha messo in guardia dagli effetti dell’instabilità sulla fiducia verso il nostro paese. Perché finora la reazione dei mercati è stata composta, in un’Europa in cui la formazione dei governi ormai richiede ovunque tempi lunghi. Ma attenzione a non giocare col fuoco: l’Italia, col suo debito pubblico e i suoi ritardi strutturali, non è la Germania. Dunque è complicato tirarla troppo per le lunghe nella formazione di un nuovo governo.
È solo l’inizio, discreto ma significativo, di un pressing. Di fronte a una discussione ancora inchiodata. E sbaglia chi pensa che, in assenza di una immediata via d’uscita, ci possa essere un rapido ritorno alle urne. Prima di scioglierle per la seconda volta Mattarella farà ricorso a tutta la sua infinita pazienza, lasciando il tempo che maturi la consapevolezza che una soluzione va trovata. E chissà se oggi è arrivato un primo segnale da Berlusconi che si è impegnato a “fare tutto il possibile, con la collaborazione di tutti, per consentire all’Italia di uscire dallo stallo, di darsi un governo”. È il primo a riflettere sullo stallo. Lunedì la direzione del Pd. Ci vuole tempo, perché la polvere della campagna elettorale è ancora nell’aria e va fatta posare. Alessandro De Angelis Vicedirettore, L’Huffpost.

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