ROSATELLUM

  • Rosatellum (o la politica maccheronica).
  • Le illusioni del Rosatellum.
  • Canguri o fiducia, pronti a tutto per il Rosatellum.

 

1 – ROSATELLUM (o la politica maccheronica). La cosiddetta Seconda Repubblica si aprì all’insegna del Mattarellum – dal cognome del suo principale artefice, oggi capo dello stato – la legge elettorale maggioritaria che avrebbe dovuto aprire una fase di sorti se non magnifiche almeno più progressive delle precedenti, segnate dal sistema proporzionale da molti in quel momento aborrito.

Le sorti progressive, in un ventennio abbondante, si sono viste poco, per la verità, e questa storia sembra essere stata archiviata con la poco decorosa fine del Porcellum, che prende il nome non dal suo autore, ma dalla sua natura e vocazione, riassunta nella versione da ogni punto di vista volgare di Porcata, consigliata proprio da chi la inventò, il senatore leghista Calderoli.
Quella legge infatti, a pochi mesi dal voto del 2006, era stata fatta da una maggioranza di centrodestra per mettere i bastoni tra le ruote del centrosinistra di Prodi, che infatti in circa due anni deragliò.
Renzi e i suoi si inventarono l’Italicum – senza smentire il vezzo maccheronico, ma con più ambizione nazional-riformista – che fu travolto dai No al referendum costituzionale e dalla successiva sentenza negativa della Consulta.
Adesso, di nuovo in extremis in vista delle prossime elezioni politiche, spunta il Rosatellum: il cognome maccheronizzato del capogruppo alla camera del Pd sembrerebbe conferire un colore più gentile alla faccenda, ma buona parte dell’attuale Parlamento – dai grillini al movimento di Bersani e D’Alema – grida che è una specie di golpe ai loro danni.
Il linguaggio è sempre rivelatore di qualcosa che ha a che fare con il reale, e qui fa pensare a una deriva farsesca della politica italiana. Potrebbe persino non essere un male: i poemi maccheronici del nostro Teofilo Folengo ispirarono un gigante come Rebelais. Però dubito molto che il latinorum istituzionale attuale possa stimolare seguaci all’estero.
Dalla Spagna risuona il giusto grido: «Parliamoci!». Ma per capirsi davvero bisogna scegliere con cura le parole. Mi hanno colpito questi due virgolettati:
«Serve una grande forza popolare, inclusiva, con ambizioni di governo e radicale nel messaggio di cambiamento. Aperta al civismo, all’ambientalismo, e al cattolicesimo democratico».
Non bisogna «mutare l’orizzonte di un impegno politico basato sul civismo, l’ambientalismo, il volontariato, l’interazione col cattolicesimo democratico».
Non è la stessa persona a parlare, ma i due capi di movimenti che, stando ai nomi, si rifanno alla stessa idea: «Movimento dei progressisti» (Roberto Speranza) e «Campo progressista» (Giuliano Pisapia). Peccato che si siano appena mandati ognuno al suo paese.
Naturalmente non voglio scherzare più di tanto su motivi di divisione che sono legati anche ad analisi politiche non infondate e giudizi sulle vicende succitate della nostra storia recente che evidentemente sono assai divaricati, nonostante il fatto che le prospettive politiche e sociali di fondo siano declinate con parole tanto sorprendentemente simili.
Forse, comunque vada in materia di liste, alleanze e denominazioni maccheroniche, sarebbe il caso di concentrarsi sul senso radicale di alcune espressioni, facili da pronunciare, ma difficili da intendere. Che significa, per fare un solo ma essenziale esempio, proporsi un accordo forte tra culture della sinistra laica e del cattolicesimo democratico? Non è anche – e forse soprattutto – su questo terreno che il Pd ha fallito?
È giustissimo che questo giornale ripubblichi i discorsi di Francesco ai movimenti popolari. Tuttavia sospetto che… non sufficit. Di Alberto Leiss.

2 – LE ILLUSIONI DEL ROSATELLUM di Antonio Floridia. Non sappiamo se il testo di riforma elettorale approvato in commissione riuscirà a superare il passaggio in aula. Ma è opportuno soffermarsi su un aspetto apparentemente «tecnico», in realtà cruciale dal punto di vista politico. Molti si stanno chiedendo come mai il Pd abbia dato il via libera ad un sistema elettorale che, con tutta evidenza, favorisce il centrodestra: anzi, aiuta il centrodestra a superare felicemente le contraddizioni politiche in cui si dibatteva. Riepiloghiamo la questione: con l’Italicum, ma anche con il Consultellum, a concorrere sono solo le liste e per le tre componenti del centrodestra si poneva un notevole dilemma: correre ciascuno per sé, o annegarsi dentro un listone? Per Salvini, evidentemente, quest’ultima prospettiva era poco appetibile; ma, in generale, i listoni sono poco competitivi: due più due non fa mai quattro. Con il testo attuale, questo problema è risolto: ognuno corre per sé, col proprio simbolo, e i voti si sommano solo indirettamente, confluendo sui candidati uninominali, opportunamente contrattati. Le coalizioni previste dal Rosatellum sono coalizioni dai legami molto deboli: mettendosi dal punto di vista dell’elettore, la scelta continua ad essere guidata essenzialmente dal simbolo che compare sulla scheda, non dal nome (senza simbolo) del candidato uninominale.
Ebbene, perché mai il Pd accoglie questa soluzione? È un caso di auto-lesionismo? La risposta politica che emerge è chiara: perché spera di metter su, alla bell’e meglio, un simulacro di coalizione (con una lista di moderati alla sua destra, e una lista di «volenterosi» alla sua sinistra) e incentivare il voto utile, prosciugando il bacino elettorale della potenziale nuova lista di sinistra. Il ragionamento sembra plausibile: come potrebbe l’elettore di sinistra – messo di fronte alla scelta tra un candidato del centrodestra, o un candidato del M5s, e un candidato del Pd – votare per un’altra lista, facendo vincere i primi? Sembra plausibile, questo schema, ma non lo è: siamo di fronte ad un tipico caso in cui l’improvvisazione dei bricoleur elettorali conduce ad effetti perversi ed imprevisti. Un esempio della sindrome da apprendisti stregoni che, sovente, colpisce gli improvvidi riformatori elettorali.
Il voto utile, o «voto strategico», è un modello di scelta elettorale molto studiato e molto importante; ma presuppone un elemento che manca del tutto nel nostro caso: ossia, i processi di apprendimento dell’elettore, l’abitudine ad usare un sistema elettorale. Gli elettori britannici lo sanno bene: votano da oltre un secolo con lo stesso metodo, sanno benissimo se – in un dato collegio – il partito conservatore o quella laburista è in vantaggio, e possono valutare di volta in volta come spostare il proprio voto per favorire o impedire un certo risultato. E così pure lo sanno gli elettori tedeschi, con la possibilità del doppio voto (si confrontino i dati delle recenti elezioni tedesche, collegio per collegio: le percentuali dei partiti nel primo voto – maggioritario – sono notevolmente diverse da quelle del secondo voto, proporzionale, che peraltro è quello decisivo).
In Italia, oggi, a pochi mesi dal voto, manca totalmente questo presupposto, cioè l’abitudine degli elettori ad usare un sistema elettorale. I nostri riformatori stanno facendo i conti senza l’oste: cioè, l’elettore. Stanno presupponendo un elettore immaginario, un elettore perfettamente razionale, capace di fare calcoli sofisticati. Ma, come detto, la stessa struttura della scheda incentiva una logica di scelta di tutt’altro tipo: guidata essenzialmente dal simbolo del partito. Il voto utile, in queste condizioni, riguarderà un’infima minoranza di elettori super-informati.
Ha fatto molto bene perciò l’esponente di Mdp, Speranza, ad annunciare che la nuova lista di sinistra si presenterà comunque in tutti i collegi: non solo perché è giusto e inevitabile in sé, ma anche perché in questa fase di trattative, questa dichiarazione può essere un’efficace arma di dissuasione: un invito a riflettere sulle conseguenze impreviste di una riforma dettata da improvvisazione, ma anche da un eccesso di politicismo. Quando si pensa di essere troppo furbi, alla fine ci si impiglia nelle proprie stesse manovre; o, per dirla in altro modo, le volpi finiscono in pellicceria.

 

3 – CANGURI O FIDUCIA, PRONTI A TUTTO PER IL ROSATELLUM, di Andrea Fabozzi. Legge elettorale. Alla camera comincia la battaglia sugli emendamenti alla riforma del sistema di voto. Contro il rischio di voti segreti, Pd e Forza Italia studiano le forzature, sull’esempio dell’Italicum. Mattarella lascia fare.
La riforma della legge elettorale comincia oggi pomeriggio alla camera un percorso che i suoi sostenitori, una neo maggioranza che mette assieme Pd, Forza Italia, Lega e centristi, vuole abbreviare al massimo. Gli emendamenti non sono molti, circa duecento, ma alcuni – come quelli in favore delle preferenze, del voto disgiunto e per un’effettiva parità di genere – sono assai insidiosi, visto che il regolamento di Montecitorio ammette il voto segreto. Una modifica al testo sul quale si è cementata l’intesa in commissione vorrebbe dire il crollo del Rosatellum-bis, destino già capitato a giungo al precedente tentativo (il cosiddetto Toscanellum). E così in discussione non ci sono tanto le modifiche a questo sistema che prevede una minoranza di collegi uninominali (232) necessari a indirizzare le scelte sul resto di collegi proporzionali, con liste bloccate e divieto di voto disgiunto. In discussione c’è il Rosatellum o il ritorno al sistema adesso in vigore, diverso per camera e senato e frutto di due sentenze della Corte costituzionale. Perché possa andare in porto questa riforma che penalizza i 5 Stelle e la sinistra non alleata del Pd, e regala a Renzi e Berlusconi due finte coalizioni, i democratici e i loro alleati dovranno forzare ancora le regole.
IL MODELLO È L’ITALICUM, caduto poi sotto i colpi della Corte costituzionale, anche se non per il fatto di essere stato approvato con la fiducia (perché nessun tribunale ha accolto questo ricorso, cosa che potrebbe però accadere prima delle prossime elezioni). Dunque fiducia o emendamenti canguro. Che sono in pratica un riassunto per punti della legge – così fu l’emendamento Esposito al senato per l’Italicum – da approvare in premessa, in modo da far cadere tutte le successive proposte di modifica. Un trucco che viola due principi: gli emendamenti dovrebbero avere un contenuto prescrittivo e andrebbero votati a partire da quelli che più modificano il testo base.
Questo genere di manovre per aggirare gli emendamenti dell’opposizione, tanto più quando questi emendamenti sono in numero assolutamente ragionevole, strappano regole e prassi parlamentare. La fiducia sulle leggi elettorali fino al 2015 aveva solo due precedenti, il primo risalente al fascismo e il secondo – la legge «truffa» del ’53 – necessario alla Dc per battere un’ostruzionismo di cui adesso non c’è traccia. Ma oltre due anni di battaglia sulle riforme renziane – legge elettorale e revisione della Costituzione – hanno parecchio spostato i confini del lecito. La fiducia c’è già stata, su tre articoli dell’Italicum e proprio alla camera, perché ritenuta ammissibile dalla presidente Boldrini malgrado quanto stabilito dall’articolo 72 della Costituzione: «La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale». Da notare che successivamente fu proprio Renzi a dire che non gli era stato possibile mettere la fiducia sulla riforma costituzionale a causa di questo articolo della Carta, che però equipara leggi costituzionali e leggi elettorali.
Per l’Italicum si era all’ultimo passaggio dopo oltre due anni di esame parlamentare, non al primo come in questo caso per il Rosatellum. Allora, come sarebbe oggi, la fiducia fu chiesta per evitare modifiche al testo nei voti segreti, non perché si temesse per il via libera finale. Che infatti ci fu proprio con voto segreto.

 

CHIAMATO IN CAUSA da una serie di lettere dell’opposizione – anche Lega e Forza Italia che adesso non si scandalizzano – il presidente Mattarella spiegò che era faccenda da regolamenti parlamentari, dando così il via libera alla fiducia. Ma l’interpretazione del regolamento della camera, dove un articolo nega la possibilità di mettere la fiducia quando è prescritto il voto segreto, che nel caso delle leggi elettorali è sempre possibile – è a tal punto controversa che la stessa presidente Boldrini riconobbe la «logica» degli argomenti dell’opposizione. E affidò la questione a una revisione del regolamento, che non c’è stata.
La fiducia potrebbe essere più utile al senato, dove i numeri per la neo maggioranza sono molto più stretti, che alla camera, dove però ci sono i voti segreti. Oltre che più giustificabile, anche per partiti di opposizione a Gentiloni, visto che a palazzo Madama andrebbe in scena l’ultimo atto della legislatura. Due anni fa, oltre al nucleo bersaniano, anche un pezzo del Pd non passato a Mdp si rifiutò di votare la fiducia sulla legge elettorale (Bindi, Cuperlo). Ma oggi, forti di circa duecento voti di vantaggio ottenuti anche con i piccoli gruppi (verdiniani, fittiani, ex montiani), Pd e Forza Italia devono temere non tanto l’opposizione organizzata quanto i franchi tiratori guidati dal calcolo personale. I deputati Pd del nord e berlusconiani del centrosud hanno tutto da perdere dal Rosatellum. Da tenere d’occhio le iniziative individuali. Tra i primi emendamenti a rischio quello della forzista Biancofiore contro le regole speciali per il Trentino Alto Adige. A giugno fu lei, con i 5 Stelle, ad aprire la porta all’imboscata.

 

(Da “Il Manifesto” del 10 10 2017)

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